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Alberto Cavanna: A piccoli colpi di remo

0 Commenti/in Alberto Cavanna, Poesie e racconti di mare/da Alberto Cavanna

di Alberto Cavanna

Ce la accompagno io da uno che fa dei remi buoni!

Mi ero voltato di colpo e mi ero trovato davanti quel tizio strano. Aveva un’età indefinibile tra i sessanta e gli ottanta, un paio di jeans sdruciti, una camicia di flanella a scacchi sopra a un lupetto e un paio di Nike fuori moda, sicuramente regalo di qualche nipote.

Mi rivoltai verso il commesso dello shipchandler dove ero entrato poco prima e quello si rivolse all’uomo al di sopra della mia spalla

E da chi lo porti, Ilio?
Da Pinin.
Ma è ancora vivo?
Belìn se è vivo!

Ero entrato nel negozio poco prima. Stavo cercando un paio di remi ben fatti per il gozzo che mi ero appena fatto restaurare ma il tizio mi aveva tirato fuori della roba dozzinale, per non dire fatta in Cina. Avevo scrollato la testa un paio di volte quando l’ometto su era fatto avanti con la sua proposta.

Se glieli fa Pinin i remi può stare tranquillo, mi disse l’uomo dietro il banco, dopo aver visto la mia faccia perplessa.

Ringraziai e mi accinsi a seguire la mia guida.

Dobbiamo andare nel porto vecchio, è lì che lui lavora”,

mi disse sorridendo. Lo ringraziai e ci avviammo.

Lei, caro il mio giovanotto, deve sapere che Pinin non è un artigiano… E’ un artista.
Sa come fa a fare un remo?

Non era una domanda.

Intanto le mette una mano sulla spalla: deve sentire quanto è alto, se ha una bella schiena, insomma: se lei è un pezzo d’uomo o un seghino.
Poi le chiede qualcosa della sua barca: mi raccomando, non gli parli di metri o lui si incazza… Per Pinin i gozzi sono solo misurati in palmi e once.
Poi le chiede di afferrare il suo polso e di imitare un colpo di remo…
Vuole sapere quanto grande è la sua mano, come ruota la pala, quanto la immerge.
Infine le chiederà quanto pesa e quanti anni ha.

Feci notare che forse era un po’ troppo per un semplice paio di remi.

Lei parla così perché fa parte di quelle generazioni che il remo lo usano per fare esercizio, per dimagrire.
Pinin è andato a bottega quando in giro c’era ancora gente che faceva da Bergeggi a Varazze a remi, tutti i giorni che mandava dio. E se il remo non era ben fatto, ben bilanciato, robusto da reggere una remata contro vento ma anche leggero, la schiena si spaccava.
E allora non c’era la mutua: era fame.
Avrà modo di vederne uno. Senz’altro lui glielo farà vedere.
Ci si soffermi

Gli chiesi cosa avevano di così particolare i remi fatti da quella persona.

Intanto il legno: frassino bianco ma bianco che lei potrebbe pensare che lo hanno passato nella lisciva ma è così perché lo ha scelto lui. Non ha bisogno di vedere la tavola.
La sente. La prende tra le mani e la soppesa. Poi la lascia cadere di costa sul pavimento e dal rumore capisce se il legno è stagionato bene, se la fibra è buona, se ci sono delle spaccature che non si vedono.
Poi inizia a lavorarla, tastando con la mano il lavoro che viene fuori.

Gli chiesi se almeno usasse una sega a nastro per sgrossare la forma.

Non ne ha bisogno. Lui lavora la tavola al banco, dopo averla immorsata. La sgrossa con una di quelle lame da usare a due mani che si usano normalmente per togliere la corteccia dai tronchi.
Lui il remo lo avvia così.
Poi lo finisce col pialletto, non di quelli normali ma un rabbotto, un pialletto col fondo convesso.
Non sono dritti i suoi remi, li fa leggermente curvi in modo da offrire più resistenza sotto sforzo, è uno dei suoi trucchi. Come quello di farli con una sezione ovale, a goccia dove la pala entra nell’acqua, in modo da non offrire più resistenza di quello che serve.
Quando avrà i suoi remi li metta vicino uno all’altro: non noterà nessuna differenza, neppure se ci si mette con un calibro. Eppure lui non usa neanche il metro: gli basta accarezzarli con la mano sinistra, la più sensibile.

Eravamo intanto sulla strada della darsena vecchia e il tizio non accennava a voler stare un attimo zitto. Non che fosse noioso, anzi. Parlava dei suoi tempi come di un’età epica, dei remi del Pinin come se fossero stati quello che Enea aveva piantato sul tumulo di Miseno.

Dopo averlo ascoltato per un buon quarto d’ora mi ero quasi fatto l’idea che il tale da cui stavamo recandoci avesse fatto i remi anche per Ulisse.

E poi è cambiato tutto, tutto.
Guardi qua…

Mi indico un negozio di ferramenta: un cartello in vetrina reclamizzava la bontà di una serratura di sicurezza.

Qui una volta c’era il bordello del porto. Ma erano brave ragazze sa?

Ammiccò con fare sornione e mi indicò una piccola scala dai gradini di ardesia consunti.

Tutti noi marittimi ci facevamo un salto almeno una volta alla settimana. Solo il tempo di fare un salto a casa per farsi buttare dalla mamma la carta di identità.
‘A cosa ti serve?’, urlava la mia vecchia dal balcone.
‘Poi te lo dico’, gli dicevo, Allora lei capiva, scrollava la testa e si faceva il segno della croce come se avessero suonato il vespro.

Sospirò.

Poi la Merlin ha chiuso tutto. Guardi ora cosa ci hanno messo.
Alzai gli occhi all’insegna del negozio.
FAI DA TE, diceva una scritta luminosa.
Ma si rende conto?, e si mise a ridere.
E’ distante il suo amico?

riuscii a chiedergli in un momento di silenzio. Lui mi guardò.

Perché. Ha fretta? Le do un consiglio… Non gli dia un termine. Ci si sono provati in tanti a dirgli che volevano i loro remi per il giorno tale. Uno poi gli ha anche detto che lo avrebbe pagato di più… Pinin lo ha sbattuto fuori e gli ha urlato di tutto, che se voleva dargli del disonesto doveva farlo per strada, non a casa sua… I suoi remi costavano il giusto e il fatto che gli offrissero di più per metterci meno tempo era come dire che non lavorava bene, che ci voleva un contentino per farlo lavorare meglio.

Intanto eravamo ormai sulla calata. Una lunga fila di barche da diporto era ormeggiata alla banchina. Riprese a parlare ma mi consolai del fatto che, probabilmente, ormai eravamo quasi arrivati.

Qui trent’anni fa c’erano solo barche da lavoro, tutte in legno, E gozzi, tanti gozzi.
Guardi adesso… Plastica! E’ cambiato tutto, tutto.

Intanto eravamo arrivati di fronte a una porticina verde in un vecchio palazzo.

Anche la vita era diversa. Vede: si andava avanti piano, a piccoli colpi di remo.
Non si aveva nulla ma si riusciva a campare con poco.
Gli ultimi a vivere così siamo stati noi del porto, forse perché la città si era dimenticata di noi.
Poi però ci hanno trovato ed è cambiato tutto.

Mi prese per un braccio e mi osservò sorridendo:

I nostri vecchi erano ignoranti e ci avevano tramandato la saggezza senza cultura. Si guardi intorno adesso: arroganza, presunzione.
Cultura senza saggezza.
Siamo arrivati, entri pure.

Aveva aperto un rugginoso saliscendi e mi fece segno di entrare in un vecchio magazzino scuro, senza luce. Dal fondo, nel buio più assoluto, veniva il rumore ritmico di un pialletto.

Lo guardai interrogativamente. Ridacchiò.

Ma come, non lo aveva capito? Non mi è stato a sentire, allora…
Pinin è completamente cieco, cieco fin dalla nascita!

 

Tags: Alberto Cavanna, Racconti di mare
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