giornalista nautico

Rock around the States (1): Mercury e Everglades

di Antonio Soccol

Teneva il grosso sigaro con i denti. Non con le labbra. Solo venti anni dopo, a Cuba, Raul (Corrales) mi avrebbe spiegato che è così che un vero fumatore di “puros” deve tenere il suo sigaro. In quel momento mi sembrava solo una espressione di goffa virulenza. Devo però riconoscere che portava quel suo idroscivolante con grande maestria. Inerpicato su un alto sgabello, lavorava solo di timoneria (il gas del motore aereo era fisso al massimo dei suoi rpm, con infernale rumore in proporzione) indirizzando con estrema sicurezza la spinta del suo megaventilatore e filava sicuro fra corsi d’acqua, stagni, piccole terre emerse e tormentati “grovigli” di mangrovie.

Ogni tanto si toglieva il sigaro di bocca e lo puntava verso un antro, una tana da cui sbucava impassibile il muso di un alligatore assorto nei suoi millenari e irrisolvibili pensieri. Ogni tanto, sempre con il sigaro, indicava sott’acqua dove si intravedevano i corpaccioni dei lamantini intenti a brucare le alghe del fondo. Ogni tanto c’era anche una capanna malconcia. Secondo me, costruita ad hoc dal locale ufficio del turismo per creare l’atmosfera. Lui bofonchiava, con quella pronuncia da patata in bocca che hanno tutti gli americani, che si trattava di “autentiche” abitazioni lasciate dai mohicani. “Strano”, ricordo che mi dissi e rilessi mentalmente la sintesi del famoso romanzo di Cooper James Fenimor che recitava più o meno così:

“Ambientato sullo sfondo selvaggio e possente del fiume Hudson e dei Monti Appalachi, “L’ultimo dei Mohicani” narra le drammatiche vicende di Cora e Alice, le figlie del comandante di un forte inglese, durante la guerra coloniale fra Inghilterra e Francia per la conquista dell’America del Nord. Le due ragazze si trovano coinvolte nei piani di vendetta che una perfida guida indiana architetta contro il giovane Uncas, “l’ultimo dei Mohicani”. Di qui una serie di avventure e colpi di scena che, in un crescendo emozionante, accompagnano il lettore dalla prima all’ultima pagina.”

everglades-large Eravamo nei primissimissimi anni Settanta, il romanzo di Fenimor lo avevo letto appena diciassette/diciotto anni prima e lo ricordavo benino. E, per di più, in quel momento mi trovavo nelle Everglades che sono in Florida, ad un paio di ore di macchina da Miami e non sul fiume Hudson. Pensai che l’uomo del sigaro non sapesse bene la storia del suo paese, poi mi immaginai che fosse un emigrante per il quale tutti i primitivi abitanti d’America erano Sioux o Apaches oppure Mohicani, come nei fumetti o nei film (o nei romanzi). Ma, alla fine, decisi che mi stava propinando una bufala tremenda, stile Totò e Peppino De Filippo. Solo che lui, con la solita patata in bocca, aveva detto di chiamarsi John Smith. Ma va?

Come si dice, “tutto era cominciato” un paio di settimane prima a Milano, in redazione a “Mondo sommerso”, mensile per il quale curavo (come free lance) tutta la sezione inerente la nautica.

Il direttore, lo straordinario e indimenticabile Sergio Scuderi, mi sventola sotto al naso una lettera:

“Vuoi andare a fare un bel viaggio?”, mi dice ridendo.

“Dove e a fare?”, rispondo diffidente, perché Sergio era famoso per gli scherzi e per la sua grande ironia. “Boh,… c’è qui un invito della Mercury. Dicono che fanno una conferenza stampa mondiale per presentare i loro nuovi motori fuoribordo. Per l’Italia hanno scelto due giornalisti: Franco Gonzaga del “Corriere della Sera” e… te.”

“Woaw, che onore! Al lago X?” chiedo, perché una visitina alla famosissima base segreta dei potenti fb neri non mi sarebbe dispiaciuta affatto.

“ No. A Venezia”, dice Scuderi. E sorride, furbo.

“Dai,…”

“No, davvero: guarda” e mi allunga la lettera. NCN_clubs_veniceCC Era vero, ma la Venezia scelta dagli americani non era quella “Serenissima” che mi aveva anche dato i natali quanto la “Venice” della Florida. Da quelle parti, a poche miglia, c’è anche un paese che si chiama Naples che sta per Napoli mentre di Paris, negli Usa, ce n’è da creare imbarazzo: in Arkansas, in Florida, Idaho, Illinois, Kentucky, Massachusetts, Tennesse, Texas e West Virginia… Non lo sapevo. Che gli americani avessero tutta questa fantasia nel dare i nomi alle loro cittadine, intendo. Pare, mi dicono, che ci siano anche una cinquantina di “Parma” in giro per il mondo…roba da farci un libro se non lo avesse già pensato il fotografo, mio amico, Attilio Concari.

Beh, e a dirla tutta: sempre meglio un nome come Venice o come Paris che certi inventi americani che si trovano per esempio nello Stato dell’Indiana: French Link (indica una pratica erotica: leccare le ascelle); Gnaw Bone (osso da mordicchiare); Fickle (volubile); Floyd’s Knobs (i peni di Floyd). Oppure nello Stato di Washington dove si trovano: Forks (forchette); Index (indice); Tumtum (pancino). Per non dire di ben quattro cittadine che si chiamano Chicken (pollo). O di Crum (cretino) vanto del West Virginia. Vabeh, ciascuno ha la Canicattì che si merita.

Andare gratis negli States era un bel colpo per le mie finanze dell’epoca ma traversare l’Atlantico per vedere solo due o tre nuovi motori mi sembrò uno spreco, così mi diedi da fare e mi organizzai un bel giretto che prevedeva, in meno di quindici giorni, una dozzina di passaggi in aereo su varie rotte. A Miami c’era un sacco di roba (cantieri) da guardare da vicino e parecchie gente (amici & conoscenti) da salutare: Dick Bertram, Jimmy Wynne, Don Aronow e, magari, anche René e Gale Jacoby (madre e figlia) che, negli Usa correvano l’offshore con una houseboat (si diceva persino con parrucchiere personale a bordo), ma che, quando venivano in Europa, pilotavano (beate loro) un “Settimo Velo Special” della Navaltecnica (una barca per correre con la quale, all’epoca, avrei fatto carte false).

Avevo poi scoperto che, negli stessi giorni in cui sarei stato negli Usa, a Detroit (Michigan) si sarebbe svolto un Salone della nautica: quello che d’abitudine si svolgeva a Chicago (Illinois), ma quell’anno, nonsoperché, la sede non era disponibile. Successivamente volevo andare a Rockland (Massachusetts) alla Fisher-Pierce Company che produceva i leggendari Boston Whaler. Quindi, sia pure con una certa vergogna (ma, come si dice?, quando ce vo’, ce vo’), avevo preso accordi per andare a visitare anche i diretti concorrenti dell’azienda che mi avrebbe (inizialmente) ospitato negli Usa: una capatina agli stabilimenti di Milwaukee (Wisconsin) e di Waukegan (Illinois) della Outboard Marine Corp. (leggi motori fuoribordo OMC: Johnson & Evinrude). E, infine, avevo messo in programma anche un salto per conoscere l’ex titolare proprio della Mercury, quel mister Carl Khiekaefer che, da poco, dopo aver venduto la sua famosissima industria, aveva aperto la sua nuova Aeromarine a Fond du Lac (Wisconsin) dove produceva quei motori entrofuoribordo che vincevano tutte le gare offshore del mondo. Un bel giretto: “rock around the States”. Se avete pazienza di leggermi, ve lo racconto per filo e per segno.

Ero giovane (abbastanza), arrogante, andavo per la prima volta nel paese che aveva ospitato mio padre all’inizio del secolo e la fatica non esisteva: dodici aerei in quindici giorni non erano proprio niente, rispetto alla mia sete di vedere e capire. La lingua non era un problema: conoscevo molte parole delle canzoni di Frank Sinatra e anche di Bob Dylan… e tanto bastava per sentirmi sicuro.

Il viaggio iniziò con un singhiozzo. Eravamo in taxi, all’altezza del Cimitero Monumentale di Milano con direzione Malpensa, quando- quasi scherzando- l’Alberto Pasini, figlio del mitico “Popi”, importatore generale Mercury in Italia, disse a Franco Gonzaga e a me: “Tutti i biglietti d’aereo, li ho io. Ma voi: tutto ok con i passaporti e i visti?” Mentre Gonzaga annuiva, io strillai: “Visto? Quale visto?” In piena atmosfera sessantottina mi sembrava grottesco che un paese come gli Stati Uniti potesse osare di pretendere un “visto” per entrare nei propri confini: dopo quarantasettemila inutili morti in Vietnam, dico…(Beh, allora non erano ancora 47mila i “loro” morti, ma il trend era quello; quanto al conto delle morti fra i vietnamini, credo non si sia ancora fatto il totale…).

Inversione di marcia precipitosa, mancia (lautissima) al tassista perché ci portasse a razzo al consolato americano, richiesta di attenderci con le valige (con Gonzaga a far da guardiano), scavalcamento “all’italiana” di tutta la coda, finta disperazione alla presenza del console, bugie su bugie circa la fondamentale importanza della mia presenza a…Venice in Florida, rilascio immediato del benedetto “visto” e quindi gimkana nel traffico cittadino e overspeed sulla Milano- Malpensa. Ci imbarcarono per ultimi e ci diedero i posti in coda all’aero. Fu così che appresi perché Gonzaga scriveva di nautica sul prestigioso “Corriere della Sera”. Eravamo grossomodo sopra alla Francia quando mi disse: “Hanno ragione: scodinzola”. “Chi?”, chiesi perplesso guardando la “poppa” dell’hostess. “L’aereo” disse imperturbabile l’esimio collega.

“Come, scondizola?” replicai. E lui si tuffò in una lunga e precisa disquisizione, atta a dimostrarmi come quel tipo di aeromobile avesse rotta leggermente instabile, cosa che a “poppa”, dove eravamo noi, si sentiva benissimo. “ Ma com’è che sai così tanto di aerei?” chiesi. “Io, in realtà, sono un esperto di aeronautica”, mi rispose quel simpatico giornalista. E aggiunse: “Per questo al “Corsera” hanno deciso che dovevo esser io ad occuparmi della nautica…” . “Ma che c’entra l’aeronautica con la nautica?”, chiesi. “Niente. Appunto. Ma i nomi delle due materie si assomigliano e, per chi decide al 28 di via Solferino (sede del Corsera, ndr), tanto basta. Io, comunque, sto imparando…”, chiosò l’illustre rappresentante del più prestigioso quotidiano italiano. (E imparò: anni dopo sarebbe diventato addirittura direttore di un mensile specializzato..).

A Miami trovammo giornalisti da ogni parte del mondo. Ci caricarono su un volo speciale e ci portarono all’aeroporto di Venice: mezzora di rotta. E da qui direttamente in pulman ad un hotel completamente riservato alla manifestazione. Man mano che uno di noi scendeva dal bus, doveva stringere la mano sudaticcia di tre “vicequalcosa”, ricevere e dire “naisstumitiù” (nice to meet you, per quelli che sanno la lingua), entrare nella hall e ritirare: quattro paia di calzini di lana, un paio di scarpe da tennis, due bermuda, tre t-shirt, un cappellino da baseball, un paio di occhiali da sole, una trousse di creme antisolari, un cartellino (da portare sempre e obbligatoriamente in vista) con nome, cognome e nazionalità. E la chiave della camera. Inutile dire che tutta quella mercanzia era “targata” Mercury. Era la nostra divisa obbligatoria per i prossimi tre giorni: altro che in collegio! Un marcantonio alto più di due metri, scoprii dopo che era un importante giornalista svedese, alzò la voce: “Yankee! Sons of bitch: I go home”, girò sui tacchi e se ne tornò in patria. Mi venne voglia di imitarlo ma una trucida occhiata dell’Alberto Pasini mi tolse ogni velleità: “Va bene, se queste sono le regole del vostro gioco, proviamo a giocare”, mi concessi. La curiosità prevaricò la dignità…

I tre giorni passarono noiosetti: conferenze, filmini, lavaggio del cervello sulla straordinaria efficienza dei nuovi modelli (e anche dei vecchi, ovviamente) di motori fb, brevi gite in barca a pescare i tarponi (ma chi se ne frega dei tarponi? diciamocelo, dai!) sino alla cena di addio con un incredibile “certificato di partecipazione” fatto ad personam (e je pe’ fanne che?) ed un menù a base di “lobster” (astice) e sevenup (chediopunisca chi ha inventato quella orrenda bevanda). Roba da chiamare i vigili… per la cena, intendo.

Per consolarmi, l’indomani – dopo aver salutato l’allegra compagnia- mi ero regalato la gita alle Everglades con John Smith, il suo fracassonissimo idroscivolante e il suo grosso sigaro tenuto con i denti. E con i suoi invisibili quanto improbabili “mohicani”. Le Everglades sono belle ma non mi emozionarono: pensai che preferivo le barche agli alligatori e le ragazze ai lamantini (per chi non afferrasse il concetto, ricorderò che nel film “Africa, Addio” si raccontava come alcune popolazioni utilizzassero i dugonghi, cugini dei lamantini, a scopi sessuali) e chiamai Dick Bertram al telefono. (segue)

Articolo apparso nel fascicolo di ottobre 2008 della rivista Barche e qui riprodotto per g.c. dell’autore. – Tutti i diritti riservati. Note Legali

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