
GdiF – Stiamo inseguendo mike/sierra di Maurizio Mainardi.
Un libro scritto da Maurizio Mainardi in cui racconta delle imprese vissute dai finanzieri di mare, descrivendo anche la sua prima emozionante uscita con una motovedetta. La lettura è coinvolgente, specialmente quando descrive di alcuni inseguimenti che l’autore ha vissuto insieme ai suoi colleghi e sembra di vedere tutto davanti ai propri occhi….
Introduzione:
Mi chiamo Mainardi Maurizio, sono un Appuntato mare della Guardia di Finanza che ha prestato servizio alla Stazione Navale di Bari dall’Agosto del 1994 fino all’Agosto del 2006.
Il servizio in mare che ho svolto negli anni in cui il contrabbando era l’attività illecita principale in Puglia, mi ha fatto vivere moltissime esperienze che sono state delle vere e proprie avventure.
Le avventure che insieme ai miei colleghi affrontavamo, diventavano episodi che ci raccontavamo e ci raccontiamo tuttora per rivivere situazioni che ci tenevano uniti.
Dopo aver sentito tante volte pronunciare la frase “o si potrebbe scrivere un libro”, ho deciso di metterla in pratica. Ho quindi raccolto la maggior parte degli episodi che ho vissuto e che ho ritenuto particolarmente interessanti in una specie di libro.
Nel libro descrivo gli inseguimenti ai potenti scafi contrabbandieri, al limite della sicurezza, come erano vissuti dai Finanzieri e dai contrabbandieri stessi. Descrivo una realtà che era parte integrante della vita delle cittadine pugliesi. Una realtà che faceva ormai parte del folclore regionale. In alcuni episodi descrivo anche la lotta all’immigrazione clandestina. La fuga degli albanesi dalla loro terra. Gli inseguimenti ai gommoni. La ricerca dei pescherecci che trasportavano clandestini. La ricerca di navette che si reggevano a galla per miracolo ma che trasportavano centinaia di persone… disperate!
Storie di contrabbando, profughi e clandestini che si sono svolte per tanti anni nel mare pugliese, ma che il resto dell’talia e spesso gli stessi cittadini pugliesi conoscevano solo quando qualcuna di queste aveva un triste epilogo. Ho voluto scrivere questo libro come una sorta di diario delle memorie.
Desidero precisare che il libro ha solo ed esclusivamente l’intenzione di far conoscere il lavoro svolto dai Finanzieri. Ho solo trascritto ciò che ho visto fare dagli uomini delle Fiamme Gialle e che sono i veri protagonisti delle avventure raccontate .
Dedico questo libro a mia moglie Alessandra ed a tutte le mogli sia dei Finanzieri e di coloro che lavorano di notte lasciando a casa i propri cari salutandoli la sera per rivedendoli la mattina seguente.
Dedico questo libro anche al ricordo di tutti coloro che purtroppo la “mattina seguente” non sono tornati a casa dai propri cari.
Vi presentiamo in anteprima qualche stralcio tratto dal libro di Maurizio Mainardi…
Lorenzo è un Finanziere che è stato imbarcato sulle vedette della Guardia di Finanza negli anni in cui il contrabbando era al suo apice in Puglia ed ha vissuto esperienze che spesso mi ha raccontato. Queste storie sono delle vere e proprie avventure poiché all’inizio del terzo millennio sembra quasi impossibile che in un paese civile e moderno com’è I’talia, siano accaduti fatti che sembrerebbero solo frutto di fantasia.
Anch’io sono un Finanziere e durante le lunghe notti in cui faccio il piantone, ho conosciuto il collega Lorenzo e per passare il tempo, tra una chiacchiera e l’altra mi ha descritto una realtà che pochi hanno conosciuto.
E una bella serata d’estate e siamo seduti fuori dalla garitta. Tra un caffè ed una sigaretta, Lorenzo mi dice:
Ah, tu sei abruzzese. Lo sai che a me piaceva molto Ivan Graziani, il cantante? Era abruzzese anche lui e lo sai che il padre era un Finanziere? Faceva servizio a Lugano. Nella canzone “Lugano addio “, Ivan dice pure che il padre gli raccontava le storie di Finanzieri e Contrabbandieri e lui si scaldava ai suoi racconti!!! Quando racconto qualche situazione che mi è capitata durante gIi anni del contrabbando, capisco benissimo come ci si può scaldare.
Gli chiedo:
Ma come facevate a fermare gli scafi contrabbandieri?
E lui:
C’era tutta una situazione intorno alla cattura di uno scafo: l’appostamento, la ricerca, le intese con i colleghi, la localizzazione, l’intercettazione. Poi arrivava la battaglia vera e propria! Secondo te come riuscivamo a fermare quelle barche che raggiungevano più di cento chilometri orari di velocità e pesavano fino a quattordici tonnellate, di notte, arrivando fino a più di cento chilometri dalle coste italiane, con il mare spesso anche mosso, con una barca di appena sedici metri? Secondo te usavamo la paletta?
Anche se dicevano che non si poteva dire o far sapere, dovevamo usare delle cime che buttavamo sotto gli scafi, sperando che intrecciandosi tra le eliche, riuscivano a rallentare la loro corsa. Poi se si aveva una buona dose di fortuna, ma anche una buona dose di coraggio e di bravura, si riusciva a compiere l’abbordaggio vero e proprio! Dicevano che non si poteva parlare delle cime che usavamo, ma in realtà tutti ne erano a conoscenza!
Anche se la serata è calda, gli chiedo di raccontarmi qualche avventura che gli è capitata e lui comincia a raccontare… dall’inizio…
Il mio libro, come ho detto, è costituito da una serie di racconti che ho vissuto durante il periodo passato a Bari. Facevo una specie di diario. Quando sono stato trasferito, ho voluto fare un regalo a tutti i colleghi e soprattutto agli “Amici” che stavo lasciando, facendo una copia del diario. Ne sono rimasti talmente colpiti che mi hanno consigliato di pubblicarlo. Poi questo scritto e’ arrivato a molti colleghi e per caso, anche fra le mani del Sig. Col. Errigo che mi ha aiutato moltissimo nel proseguo del cammino.
Di seguito lo scritto del terzo capitolo in cui iniziavo l’ avventura proprio sulla Vedetta V 1679:
Passammo il mese di agosto in avaria per colpa di un sensore dell’ olio. A metà settembre mi sbarcarono dalla 5002 e mi ritrovai a terra a fare il piantone fino a dicembre. I primi di quel mese Alessandro, il motorista della V. 1679 fu trasferito e la vedetta si ritrovò senza un uomo…
Una mattina, mentre mi trovavo a parlare con Raffaele, direttore della 1679, passò il Tenente Stefano e Raffa gli chiese: “Comandante, ma chi è il mio motorista?“ Il Tenente mi guardò e sorridendo gli rispose: “Ce l’hai davanti!!!“.
La V. 1679 era un Corbelli tipo Power Marine, il primo tipo costruito dall’ ing. Corbelli. Infatti era senza cupolino, scappottato come dicevano i contrabbandieri, lungo cinquanta piedi. Era un po’ ridotto male perchè era passato dalla squadriglia di Manfredonia a quella di Bari ed aveva i motori vecchiotti e la carena malconcia. Dopo un‘accurata manutenzione, sia in sala macchina che all’ opera viva, riuscimmo a fargli raggiungere la velocità di quarantotto nodi con i serbatoi vuoti ed era praticamente uno degli scafi più lenti della stazione navale. L’ equipaggio era formato da me, Nicola che guidava, Raffaele il mio direttore per poco sulla V. 5002 e Piero come radarista. Eravamo tutti e tre giovani, io ero addirittura il più vecchio, mentre Nicola era nato nel mio stesso anno, ma due giorni dopo. Tutti, nella stazione Navale, non avrebbero scommesso una ”sigaretta“ su di noi. Ci chiamavano: la barca della scuola guida! Ma ci fu subito intesa fra di noi. Posso dire in assoluto che passai il periodo più bello della mia carriera nella Guardia di Finanza.
Quando mi imbarcai definitivamente, la barca era allo scalo senza motori, mentre Raffaele e Piero erano in licenza. Nicola passava la mattinata alla stazione navale. Rimontai i motori con l’ aiuto dei colleghi del s.a.t.m.m. (i meccanici specializzati). Avevo una gran paura di aver montato qualcosa male, visto che era la prima volta che vedevo quei motori.
La mattina che ci misero a mare ero molto preoccupato, ma i motori si comportarono benissimo…solo una cosa avevo sbagliato….avevo invertito le eliche!!! Forse era pure normale visto, che era la prima volta che mi trovavo a montare quattro eliche in un solo scafo…
Il primo servizio lo svolgemmo intorno al quindici dicembre e tutto filo’ liscio. A dire il vero, uscendo quel pomeriggio guardai i miei compagni e pensai che eravamo quattro ragazzi che forse non avevano molta esperienza per esser mandati da soli ad inseguire motoscafi con sopra chissa’ che tipo di malviventi! Appena ci ritrovammo in mare aperto, navigando velocemente tra le onde, vidi i faretti, le palle di cima per terra, altre cime sfuse, i parabordi, una radio sgangherata… pensai: “Ma dove ci presentiamo?“. Non nego che pregai pure, sperando di non incontrare scafi sulla nostra rotta!!!
17 Dicembre 1997
Era la seconda uscita che facevo con la nuova barca. Piero non venne, ma al suo posto c’era Michele. Il pomeriggio non prometteva nulla di buono ed il mare era un po’ mosso, ma uscimmo lo stesso ed essendo soli, rimanemmo in zona. Verso sera, mentre stavamo pendolando davanti a Polignano, vedemmo un eco a circa tre miglia… al buio (il radar della 79 era uno dei primi tipi e non era molto potente, batteva gli scafi a meno di tre miglia).
Potrebbe essere buono! Iniziò così a salirmi l’adrenalina, mentre mi tremavano le gambe. Mi organizzavo controllando se le cime delle palle erano attaccate alle bitte ed in successione provai il faretto appiccicandomi al sediolino. Ci avviciniamo piano all’ eco ed eravamo ormai ad un miglio, ma non si vedeva niente… Pronti ad illuminare! Io stavo dietro a Nicola sul lato sinistro dello scafo, con il faretto puntato nel buio ed il dito pronto sull’ interruttore. Eravamo ormai a mezzo miglio e la tensione si faceva alta, sul radar ecco apparire l’ eco con la sagoma di uno scafo! Squilla un telefonino che rompe la tensione e Raffaele, come se venisse da un’ altra realta’ dice : “Pina sta per partorire, l’hanno portata in ospedale!“. Ma che c’entra? “Ok Raffy… ora dobbiamo prima vedere questo!“. Siamo quasi sull’ eco, ma non si vede niente, neanche parte… Nico mi dice di illuminare… illumino… un segnale da pesca! Tutto si scioglie rapidamente, la tensione si dissolve… Nicola dice di reggersi.
Torniamo a tutta velocità agli ormeggi e lasciamo Raffy che scappa a vedere nascere il suo primogenito Luca. Ma noi dobbiamo continuare il servizio e prendiamo a bordo Filippo e usciamo nuovamente. Dopo un breve giro ci fermiamo davanti a Bari. Era ormai mezzanotte ed il mare si stava ingrossando, anche il freddo stava aumentando… Guardai il cielo… limpidissimo… umidità e vento freddo, il Maestrale soffiava… ma che stiamo a fare ancora qui? Non potremo rientrare? Squilla il telefono di Nico, è la sala operativa . Qualcuno ha segnalato uno scafo davanti Torre a Mare. Seeh buonanotte, non ce ne andiamo più a casa pensai. Motori in moto rotta verso Torre a Mare, andammo a vedere! Arriviamo quasi al punto ed effettivamente il radar batteva qualcosa. Ci avvicinammo, era buio… e ci domandavamo: non sarà mica il segnale di prima? No quello era a Polignano….dieci miglia più giù…..Ci avviciniamo e l’ eco si muoveva…Tutti pronti, io di nuovo con il faretto e con l’ adrenalina che mi arriva di colpo fin dentro gli occhi, cento metri, “accendi“ mi dice Nico, è lui: lo scafo è un Napoli e si
trovava ad una cinquantina di metri da noi, mentre gira con la prua verso il largo, fa una mezza virata ed accelera a tutto gas. Lo scafista lo vedo benissimo, ci fa “ciao, ciao“ con la mano. Nico accelera e gli si mette dietro, lo scafo fa un salto, rallenta… c’era troppo mare per correre ed anche noi facciamo un bel salto, Ricadendo pesantemente sul mare e mi sento le budella che mi sfiorano i piedi. Riaccelleriamo di nuovo insieme, mentre dal fianco dello scafo contrabbandiero si cominciano a vedere le casse di sigarette che volano in acqua. E’ sul mio lato, illumino il fianco dello scafo… si vede una targa con la scritta SANTINO, è il soprannome dello scafo, illumino la faccia dello scafista. Lui si ripara dalla luce con il braccio e fa cenno di “NO“ con il dito, forse sta cercando di farmi capire che non lo devo accecare!!! Infatti Nico mi urla: “Illumina solo la prua!!!“. Illumino solo la prua e la vedo altissima, un’onda più grande ha fatto impennare lo scafo… E’ quasi perpendicolare al mare, vedo lo scafista che quasi non tocca più i piedi nel pozzetto e rallentiamo di colpo per non prendere quell’onda anche noi. Il rumore assordante dello scafo che ricade sulle onde copre il rumore dei motori . Un’ennesima ondata ci ricopre la prua. Un centinaio di litri di acqua ci finiscono addosso e ci inzuppano i giubbotti! Michele intanto stava avvisando la sala operativa, ma non riuscivo a sentire niente di quello che diceva. Filippo è fuori dal seggiolino, ha in mano una palla e la sta per lanciare,
io non riesco a muovere neanche un dito, anzi solo quello che ha acceso il faretto, ero completamente paralizzato dall’adrenalina o forse dalla paura… Era la prima volta che mi ritrovavo “faccia a faccia“ con uno scafo alla stessa altezza… alla stessa velocità! Ho davanti a me l’immagine dello scafo semilluminato, ma la scena si vede benissimo, il mare che scorre tra noi e lo scafo come un fiume pieno di schiuma, le persone a bordo che sono indaffarate, chi butta le sigarette, chi guida e guarda di fianco ed avanti, chi si regge terrorizzato…come me, tutto intorno il buio, nero assoluto non vedevo neanche più le luci della costa. Vedevo solo la scena fantastica che è resa sfocata dagli spruzzi che si sollevavano dalle carene delle barche, che salendo in alto bagnavano noi e le barche stesse!!! Riuscimmo a passare davanti al Napoli. La palla era in mare mentre si srotolava, ma lo scafo vira ed evita di prenderla, di nuovo un’accelerata, di nuovo un volo: qui ci sfracelliamo!!!
Ancora cinque minuti di pazzia e sono accontentato, Nico rallenta, il Napoli era davanti ed aveva guadagnato una trentina di metri. Poteva bastare, visto che era il primo inseguimento che Nicola faceva alla guida di una motovedetta contro uno scafo contrabbandiero. Ci fermammo ad avvisare la sala operativa controllando le mie ossa… erano tutte al loro posto. Ci diamo un cinque per la felicità di aver fatto buttare a mare e quindi di riportare un risultato di servizio alla faccia di tutti. Recuperiamo una ventina di casse di sigarette, poche, ma l’ importante era non rientrare a mani vuote… Erano circa le sette e disponemmo le casse di sigarette recuperate sulla banchina a fare bella mostra, eravamo euforici. La Stazione Navale si comincia a popolare di colleghi che increduli guardano e ci fanno i complimenti! Forse d’ora in poi non ci chiameranno più “Scuola Guida”.
29 Giugno 1999.
Usciamo con la V. 1686 ed il Guardacoste G79 Barletta, ci dirigiamo verso Sud. Il traffico delle sigarette era ancora sospeso per via della guerra in Kossovo che comunque era terminata e si diceva che gli scafi dovevano riprendere il loro “lavoro“ da un giorno all’altro. Aspettavamo solo il via. La serata passa tranquilla fino a verso mezzanotte quando Costantino ci chiama e ci dice di raggiungere il Guardacoste che era appostato verso Mola. Avvisiamo anche Roberto della V. 1686. Alle due di notte circa, stiamo affiancati tutti e tre al largo di Mola e mentre ci prendiamo un caffè, si vociferava che la serata era buona e quella notte dovevano riprendere ad arrivare gli scafi. Si fanno le tre e ci riappostammo nei punti strategici. La V 1686 parte per prima e dirige verso Torre Canne, noi ci stacchiamo dal Guardacoste e dirigiamo verso Monopoli, il mare è un po’ mosso ma si può navigare, la rotta è tracciata e Piero da i gradi a Nicola, mentre mi butto a terra dietro perché sto morendo dal sonno e Raffa mi segue.
Non faccio neanche in tempo a pensare che finalmente posso chiudere gli occhi che Costantino ci richiama per radio dicendoci che hanno visto due echi sospetti proprio qualche miglio vicino a noi. Di nuovo con gli occhi aperti, stavolta fissando il radar, vediamo che i due echi stanno a tre miglia e mezzo da noi. Ma non li riusciamo a battere al radar, così Costantino ci dà la rotta da seguire. Intanto anche Roberto sta tornando indietro . Ecco, il radar riesce a batterne uno dei due: “ Hanno aumentato la velocità, devono essere scafi, vi hanno visto… Velocità quarantotto nodi, continuate così per la rotta che avete, si sente dalla radio. Nicola aumenta al massimo i motori e punta l’ eco che dirige verso il largo. E’ allarme totale e la nostra vedetta comincia a correre sulle onde saltando ogni tanto.
Io scendo giù e caccio tutte le cime che posso dal mucchio che c’è a prua. Vengo sballottato di qua e di la, ma riesco a tirare fuori cinque o sei palle. Risalgo e Raffa già ne ha legate tre sulle bitte di poppa. La radio ci dice che ci stiamo avvicinando sempre più al quasi sicuro scafo. Siamo quasi a dieci miglia da terra ed il mare qui si sente, sono costretto a reggermi perché ogni tanto la barca decolla. Meno di un miglio dallo scafo, Nicola ogni tanto deve diminuire di colpo i giri dei motori perché la barca prende un’onda più grande, ormai manca poco… Roberto sta procedendo più lentamente, lo abbiamo quattro miglia dietro.
Perché non aumenta? Perché non… Un’onda anomala… Nicola non fa in tempo a diminuire… prua verso le stelle, si sentono le eliche che sfarfallano nell’aria, qualche secondo con lo stomaco in gola senza respiro e poi caduta libera sull’ acqua… botta pazzesca, le ossa mi chiedono pietà. Mi giro verso Raffa che a sua volta si gira verso di me ed insieme diciamo: “Minchia!!!“. La 1679 continua a schizzare verso il buio e le mie narici cominciano a riempirsi di un odore inconfondibile che sarà pure una puzza, ma il mio olfatto lo cataloga come “profumo di scafo, benzina bruciata!!!“… “è uno scafo a benzina“ urlo prima che Nico mi gridi la parola magica “Illumina”… non vedevo l’ora di risentire questa parola ed il fascio del mio faretto si proietta nel buio stampandosi sul fianco di un Power Marine 50 sl tutto bianco con una striscia longitudinale gialla… un Corbellaccio con tre persone a bordo che appena vedono la luce che li illumina a giorno cominciano a buttare casse di sigarette a mare.![]()
Leggo subito il soprannome dello scafo: LUCA 2 . Comincia subito a virare per evitare la cima che ho già buttato dal mio lato. Intanto sento Piero che urla nel microfono della radio, chiama Roberto, il Guardacoste, la sala operativa… Girotondo e si riparte di nuovo, fianco a fianco con lo scafo . Arrivano gli spruzzi dell’acqua che il fianco dello scafo solleva dal mare, un’onda ci fa saltare tutti e due e ricadiamo pesantemente sull’acqua, con le mie ossa che richiedono pietà. Siamo più veloci e riusciamo a farlo virare tre volte, ma senza riuscire a fargli prendere una cima. Riusciamo però a rallentare la sua fuga e a permettere a Roberto di raggiungerci. Infatti dal lato opposto dello scafo vedo un fascio di luce che si sta avvicinando. Finalmente era arrivata la V 1686. La sorella ci raggiunge e si mette sull’altro fianco dello scafo che si ritrova così in mezzo a noi. Dove scappa più? Adesso vedo bene le persone sullo scafo, sono tre e vedo bene anche lo scafista che guarda verso di noi, poi si gira verso Roberto e si alza sulla punta dei piedi, afferra con le mani la ruota del timone e da’ prima una mezza virata a sinistra, poi con un rapido movimento controvira girando tutto il timone di colpo.
La prua dello scafo si ferma nel mare e vedo la sua poppa sollevarsi e cominciare a girare, girare… centottanta gradi di giro… è un testacoda! Lo scafo ha fatto un testacoda. Avevo visto fare questa manovra solo una volta e rimango ipnotizzato dalla scioltezza con cui lo scafista l’ha fatta. Lo scafo si rimette in rotta verso il largo e noi, dopo un ennesimo salto ci rimettiamo dietro, ma stiamo rallentando… “Si è spento un motore“ dice Nico, rallentiamo e si spegne un altro motore… siamo fermi, ma che diavolo sta succedendo? Corro ad aprire i portelloni della sala macchina. Sto per buttarmi in sala macchina ma Raffa mi afferra per la maglia, mi giro e mi dice: puzza di benzina, la barca va a benzina, è naturale che ci sia puzza di benzina, no? Scendiamo insieme in sala macchina e cominciamo a controllare. Intanto la V 1686 sta continuando l’inseguimento da sola.
Effettivamente c’era troppa puzza di benzina ed insieme a Raffa stiamo a testa in giù sotto i motori per capire perché si sono fermati. Il mare spinge la barca e la fa rollare e sbatto contro la paratia e con l’orecchio sento che il barcone ci sta chiamando per radio, ci chiede se va tutto bene. Sembra che stia tutto ok da questo lato, poi chiedo a Raffa se dal suo lato c’è qualcosa che non va. “Prova a rimettere in moto“ fa Raffa a Nicola e mentre lo dice il barcone ci dice che ad un miglio da noi c’è una eco che sta scendendo a terra abbastanza velocemente e potrebbe essere un altro scafo. Nico mette in moto i due motori che si erano spenti che ripartono regolarmente: “Chiudi i portelloni. Adesso pensiamo a questo!“ . Piero indica sul radar l’eco che sta arrivandoci proprio vicino e sono già pronto con il faretto. Nico fa planare la barca e si mette in rotta con lo scafo, lo affianchiamo, Illumino e… altro “Corbellaccio” bianco con una striscia gialla longitudinalmente su tutto il fianco simile a quello di prima! Non ci aveva proprio calcolato, visto che stava andando verso terra tranquillamente. Forse pensava che eravamo un peschereccio o forse era al corrente dell’inseguimento e si sentiva sicuro… Lo scafo vira decisamente verso il largo quasi spaventato dalla sorpresa di ritrovarsi illuminato dalla luce del mio faretto. Sono in tre a bordo e due cominciano subito ad afferrare le casse di sigarette buttandole a mare, gli siamo di fianco, lo scafista è un tipo riccioluto, scuro, magro… sul fianco dello scafo c’è una targa con la scritta “ARTAN“, stiamo per passarlo… ma lui ci taglia la strada.
Vedo Nicola che gira il timone, ma capisco che è diventato duro… si è fermato di nuovo il motore di prima che da pressione alla pompa del timone, ecco perché’ Nico non riesce a virare facilmente. La nostra prua sfiora la poppa dello scafo e non facciamo in tempo a dire niente, che la nostra barca rallenta vistosamente, anche l’ altro motore si è spento di nuovo. Rimaniamo per un attimo in balia delle onde che ci sbattono sulla poppa, guardando mestamente le luci dello scafo che si allontanavano. Apriamo di nuovo i portelloni del vano motori, si spengono anche gli altri due motori… “hai spento tu?“, fa Raffa a Nico che risponde di no con un tono allarmato. La puzza di benzina che si sentiva prima è aumentata assai… e “sto di nuovo a testa in giù sotto i motori. Raffa è dall’ altro lato e dice: “Lore’….c’è benzina qui nella sentina… anzi… abbiamo la sala macchina piena di benzina!!! Che c… sta succedendo? “ …Mi guardo intorno anch’io e vedo un palmo di benzina che ha allagato un po’ la sentina. Raffaele con un ‘espressione, come per dire “è finita“, mi dice: “Si sono rotti i serbatoi!!“, siamo veramente in balia delle onde.
Chiamiamo il Guardacoste che arriva dopo una mezzora . E’ inutile tentare di fare niente è troppo pericoloso. Abbiamo staccato le batterie e dobbiamo farci trainare dal Guardacoste fino a casa. Intanto Roberto ha interrotto l’inseguimento per venirci ad aiutare! Il mare è aumentato e la V 1686 è vicino a noi. Una cima grossa si stende dalla poppa del Guardacoste e si attacca alla bitta di prua della V. 1679, navighiamo lentamente verso Bari trainati. Sta albeggiando ed il cielo è pieno di nuvole, anzi è tutto nero, si alza ulteriormente il vento e Inizia a piovere. Sono le nove di mattina ed il mare è molto mosso, quasi in burrasca ed arriva acqua da tutte le parti… dal cielo, dal mare, siamo zuppi ed infreddoliti. Mi sono fumato un pacchetto di sigarette ed ho sonno. Stiamo per arrivare a casa… Ma la V. 1679 è già arrivata, è ormai già arrivata alla sua fine. Stanotte è stata l’ ultima volta che ha visto il mare, le onde, la brezza, le stelle riflettersi nell’acqua… è stata l’ultima volta che ha sentito il mare scorrere sotto il suo ventre a cinquanta nodi… ma soprattutto, è stata l’ ultima volta che ha visto uno scafo contrabbandiero!!!
La vedetta “V 1679″ rimase per quasi sei mesi ferma agli ormeggi, poi si decise che sarebbe stato meglio radiarla perché si faceva prima ad allestire un nuovo scafo che rimetterla in acqua efficiente. Gli vennero tolti i motori e quant’altro poteva servire per le altre barche simili. Fu spogliata, nuda, nuda. Poi un giorno, un lungo camion ed una gru la vennero a prendere e la portarono in un rimessaggio per natanti. Non la vidi più fino ad un anno fa quando sono andato per conto del S.A.T.M.M. in quel rimessaggio e l’ho rivista … era fra barchette e gommoni rotti, relitti di scafi, macchine d’ogni genere, riversa su di un fianco con i colori sbiaditi, circondata dal fango e dall’ erba con due cani che gli gironzolavano intorno e si accucciavano sotto di lei per godere di un po’ di ombra che la sua prua proiettava sul terreno. Sono rimasto a guardarla per più di un quarto d’ora cercando di sentire se dentro di lei riecheggiavano ancora le grida nostre o il frastuono dei motori a cinquemila giri o il vento che correva fra i suoi sedili o l’ urlo vittorioso che usciva dalle radio quando si catturava uno scafo… la guardavo ed ascoltavo.
Era ancora tutto li… era ancora tutto li… la Gloriosa ’79!!!
Alcune Unità della Guardia di Finanza
Unità contrabbandiere
Le foto pubblicate nel presente articolo sono state messe a disposizione da Maurizio Santo e Maurizio Mainardi che ringraziamo.
Per acquistare il libro “Stiamo inseguendo mike/sierra” di Maurizio Mainardi… telefonare al numero 06/ 9090466 e dopo aver lasciato le indicazioni del vostro nome ed indirizzo, vi sarà recapitato tramite posta. Il costo del libro è di 10 €, incluse le spese di spedizione.
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24 Commenti
Maurizio…….se finisce che ci fanno un film….bhe ricordati di noi.
In bocca al lupo per il tuo libro…e, giusto per la cronaca dopo…non ha più sbagliato a montare le eliche e non solo. E’ arrivato in Puglia come tenero agnellino, l’abbiamo svezzato e poi è andato via come specialista di barche, motori e alta velocità…
I miei più vivissimi complimenti al sig. Maurizio Mainardi per essere riuscito a trascrivere su carta emozioni e sensazioni provate in quegli anni di lavoro al servizio dello Stato.
Comprerò sicuramente questo splendido libro, che mi farà compagnia nelle notti duranti le quali non riesco a prendere sonno.
Saluti
Gentilissimi Peppino e Valerio Suter,
Altomareblu vi ringrazia per i Vostri auguri al bravissimo Maurizio Mainardi che ha saputo descrivere con la sua semplicità e la sua schiettezza di abruzzese d.o.c., momenti memorabili della sua carriera di Appuntato Finanziere di mare, coinvolgendo il lettore totalmente, tanto da avere l’impressione di viverla in quello stesso momento in diretta.Certamente un libro da comprare e da leggere assolutamente!!!
Altomareblu
E’ doveroso per me fare ancora e ancora i complimenti a Maurizio. E’ stato capace di fermare il tempo ad ogni momento vissuto in quelle avventure. Leggo e rileggo il libro e ogni volta sono di nuovo lì, in quel momento sul nostro scafo, tra le onde e gli scafi contrabbandieri.
Quoto il commento di Peppino sei arrivato agnellino (come me) e sei ripartito lupo di mare.
Un abbraccio
Per chi ha vissuto quelle avventure è sicuramente un libro “Magico”.
Ogni rigo, ogni parola, il nostro “Gergo – Operativo” ed ogni inseguimento raccontato, riesce a far rivivere con le stesse emozioni quei momenti di estrema tensione. Fredde notti passate tra gli schizzi di mare che ti frustano la faccia, su scafi che sfrecciano a più di 50 nodi, fianco a fianco…dove ogni piccolo movimento delle mani sulle manette può essere decisivo per il servizio o può provocare una tragedia….
Attimi decisivi che possono essere affrontati solo da uomini che servono il nostro paese con la passione e la dedizione dei “veri uomini di mare”.
Bravo Maurizio!!!
Carissimi,
è immenso il piacere nel leggere i vostri commenti e vorrei solo aggiungere che:
• se non si hanno bravi Maestri capaci di sapere insegnare…
• se le persone che si hanno affianco non sanno svezzarti sia professionalmente che umanamente…
“si rimane agnellini!”
Grazie veramente a Voi tutti per ciò che mi avete saputo insegnare!!!
Conservo ogni minimo consiglio “GELOSAMENTE” e fiero di averlo avuto da persone come Voi, “Persone Speciali!!!”
Con stima ed affetto,
Maurizio
Un bellissimo filmato:
Interessanti i racconti delle “battaglie navali” contro i contrabbandieri, soprattutto per me che le “battaglie vere” le ho fatte, a suo tempo, contro la Royal Navy sulle rotte per la Libia.
Una domanda:
visto che non potevate fermarle sparando, perché mai non si doveva dire che buttavate delle cime in acqua sperando di danneggiare così le eliche degli scafi avversari?
Caro Vittorio,
la domanda che tu poni ha evidentemente creato molti interrogativi sul fatto che non si doveva dire di questa manovra necessaria per fermare le barche contrabbandiere. Penso invece che al principio, quando fu adottato questo metodo, non doveva essere detto per l’evidente effetto sorpresa necessario ad ottenere successi. Catturati poi un certo numero di scafi, la notizia diffusasi non era più riservata, ma ormai conosciuta da tutti gli “addetti al contrabbando”.
Trovo intelligente e validissima questa pratica che consente di fermare gli scafi illegali, senza rischi e soprattutto senza sparare un colpo. Immagina come si potrebbe sparare su barche imbottite di benzina senza provocare vittime o feriti gravi? Oppure quale potrebbe essere un metodo differente ed altrettanto valido?
Salutissimi,
Giacomo Vitale
Giacomo
Il non dire dell’uso delle cime deriva dall’interpretazione di ciò che la legge mette a disposizione, di cosa è lecito fare e cosa no.
Era sempre in senso restrittivo, ovvero la legge ti permette di far fuoco su di uno scafo contrabbandiere in fuga che non ottempera all’ALT (fatto a segnali di luce di notte o con le bandiere di giorno), nonostante gli oltre tremila litri di benzina presenti nei serbatoi (senza considerare i nostri tremila litri distanti non più di 5 0 6 metri dagli altri), ma in teoria non ti permetterebbe di tagliare la rotta di uno scafo in fuga (sempre teoricamente e restrittivamente).
Insomma è come dire che una pattuglia della polizia non può tagliare la strada ad una macchina in fuga perchè viola il codice della strada. Ma come potrebbe fare altrimenti?
Spero di aver chiarito l’arcano.
Saluti,
Nicola
Sicuramente Lei avrà combattuto le “battaglie vere” come le chiama Lei… come a distiguerle da quelle combuttute da altri che evidentemente non sarebbero altrettanto vere…. forse perchè i tempi attuali fanno pensare ad una sorta di gioco alla play station.
Non credo ci sia molta differenza fra l’essere ammazzato da una cannonata sparata da una corazzata della Royal Navy, che dall’essere ammazzato dalla prua rinforzata in acciaio di un scafo contrabbandiero… piu’ o meno, le medaglie e le cerimonie sono simili e “l’eroe” segue lo stesso destino.
Se differenza c’e', è che nel primo caso vi è uno stato di guerra noto a tutti, nel secondo caso vi è uno stato di guerra tra forze di polizia e organizzazioni criminali, per lo piu’ sconosciuto al grande pubblico e che riceve gli onori delle cronache solo in caso di incidenti.
Gli scafi non si fermavano lanciando delle cime in mare… troppo facile cosi’. Bisognava legare cime da 20 – 22 mm di diametro, ad un penzolo di un paio di metri o poco piu’, dal diametro di una decina di millimetri (meglio se inferiore) e quindi dar volta al penzolo ad una delle bitte poppiere. Questo accorgimento serviva ad avere la certezza che quando la cima finiva nell’elica dello scafo inseguito, si spezzasse il penzolo, per il carico di rottura inferiore rispetto alla cima di 20/22 mm e far si che la cima si spezzasse dalla poppa della vedetta che la rimorchiava verso l’esterno dell’unità stessa.
Utilizzando cime di un unico diametro, il rischio era che si potevano spezzare in un qualsiasi punto, peggio se dall’ estremità avvolta all’elica, con il conseguente ritorno a bordo dell’unità che traina. Tale ritorno a bordo, come è facile immaginare, avverrebbe con un colpo di frusta tremendo ed estremamente pericoloso per uomini (la cima in nylon che si spezza è tremenda), mezzi e attrezzature (antenne radar, antenne radio, ecc.ecc.).
Gli scafi contrabbandieri a pieno carico navigavano anche a 52 nodi e avere tre o quattro nodi in più di loro, non vuol dire che era facile infilare la cima nelle eliche e non era detto che alla prima cima lo scafo si riusciva a fermare. Bisognava raggiungere lo scafo, ruiscire a passere davanti ad una distanza compresa tra i 2 e i 5 metri e atteso che la lunghezza di questi scafi era compresa tra i 16 e 21 metri fuori tutto, significa che oltre al penzolo dovevi avere fuoribordo una cima stesa in acqua lunga 30 metri… Si tenga conto che una cima del genere già ti porta via un nodo o due, riducendo la manovrabilità… di connseguenza, piu’ è lunga la cima, più si riduce la velocità e la tua manovrabilità.
Bene… in questo modo avevi una velocità di un paio di nodi in piu’ dello scafo contrabbandiero, dovevi passare davanti e restarci manovrando in anticipo sulle sue manovre evasive, fino a quando non sentivi lo strappo della cima… lo strappo era il segno che la cima era finita nell’elica. A quel punto uscivi un attimo da quella situazione, ti ponevi parallelo allo scafo contrabbandiero, preparavi un altra cima e ci riprovavi… e così via fino a quando non avevi piu’ cime. Il tutto di notte… raramente (un paio di volte l’anno) con condimeteo fovorevoli… ad oltre 50 nodi… Vuole provare?
Ovviamente non è che tutto questo avvenisse su binari ferroviari, il tutto si svolgeva con virate, controvirate, come un numero da circo e se eri solo ad inseguire eri anche contento, perchè non dovevi curarti e coordinarti con altre unità che inseguivano insieme a te, tra faretti, fanali di via che saltavano sotto colpi di mare, cime a rimorchio di altre vedette cooperanti e non ultimo, nella bella stagione, oltre ai pescherecci… anche i diportisti che per risparmiare le batterie magari erano fermi all’ancora completamente al buio con le loro canne da pesca in mano… Come ciliegina sulla torta… Le ricordo che tutto questo accadeva sull’Adriatico meridionale… il che vuol dire anche… gommoni carichi di clandestini che navigavano al buio, senza radar e che venivano battuti dai radar delle vedette operanti solo a breve distanza perchè molto bassi e piccoli.
Tenga conto che una spazzata radar sullo schermo puo’ durare aunche 4 secondi e ad oltre 70 nodi di velocità, con l’ unita classe 6000, si percorrono oltre 35 metri al secondo, quindi in 4 secondi hai percorso oltre 120/130 metri, avvistato un bersaglio al radar il radarista attende almeno una o due battute radar per aver la certazza che non si tratti di un falso eco… quindi hai percorso non meno di 400 metri tra la prima battuta e l’urlo del radarista in cuffia che ti dice: ” bersaglio dritto di prora”… hai un istante per decidere e non puoi sbagliare… devi pensare in un atttimo l’unica decisione possibile… quella giusta.
Va bhe mi fermo qua… il libro l’ha scritto Maurizio…
Saluti,
Giuseppe
Meno male che Nicola ha spiegato tutto,
altrimenti io avrei fatto solo una figuraccia nominando qualche “voce di corridoio”. Nicola ha sempre guidato lo scafo come se guidasse la propria macchina… con lui ai comandi della m/v uscivi in “battaglia” tranquillo…
La scena della sua mano tesa verso di me quando quella notte risalii in superficie dopo esser caduto in mare mosso, a tre miglia da terra, vestito… SIGNORI, QUESTO RAGAZZO MI HA SALVATO LA VITA!!!! Ed io lo considero un Fratello, anche se era il mio Comandante sulla V.1679.
Un abbraccio forte
Carissimi,
aggiungo (quando sento Nico non penso piu’ a niente) tornando al discorso “cime”, che ero indeciso se nominarle nel libro, pero’ nel gennaio 2001 uscì un articolo su JACK, settimanale internazionale, che descriveva le tecniche di inseguimento della Guardia di Finanza e parlava esplicitamente di cime e reti lanciate sotto gli scafi!
Desidero ringraziare l’ Egregio Signor Sambuy per aver commentato e sollevato una questione vecchia. Per rendersi conto, bisognerebbe però stare a bordo di una barca di sedici metri, di notte, con il mare mosso, a piu’ di cento chilometri dalla costa italiana, direzione Montenegro, affianco ad uno scafo di diciotto tonnellate che a sessanta nodi cerca di speronarti… prima di criticare l’ uso delle cime… Cosi’ come bisognerebbe stare alla guida di una UNO FIAT, sempre di notte, da soli con affianco una JEEP BLINDATA CHE TI SALE SOPRA E TI UCCIDE I DUE COLLEGHI ED AMICI CHE HAI AFFIANCO… prima di criticare qualsiasi metodo DI DIFESA!
La nostra era purtroppo una guerra! Devo sottolineare che comunque a mare si aveva grande rispetto per i contrabbandieri, perche’ erano persone normali, costrette a fare quella vita e come si sa’, c’e’ sempre una pecora nera… dappertutto. Ma ogni volta che si fermava uno scafo si dava la mano ai contrabbandieri e ci si prendeva un caffe’ insieme. Padri di famiglia anche loro, come noi.
Scusate lo sfogo.
Gentilissimi Nicola, Peppino e Maurizio,
Altomareblu Vi ringrazia per i vostri esaustivi commenti e la domanda di Vittorio di Sambuy per l’uso delle cime utili a fermare gli scafi contrabbandieri, Vi è stata posta semplicemente per saperne di più circa l’uso di questa tecnica difensiva.
Ringraziamo anche Vittorio di Sambuy per la sua domanda.
Giacomo Vitale
Inseguimento GdiF con motovedette in Adriatico
Inseguimento della Guardia di Finanza in mare
Inseguimento e fermo Guardia di Finanza, nel video anche la motovedetta Drago…
Saluto gli amici di Altomareblu ed i colleghi con cui ho condiviso notti insonni.
COMPLIMENTI per il libro, ne ho letto ora l’inizio e sentivo già l’odore della benzina mista a salsedine e Peppino al radar che mi gridava “03,02,01 accendi il faro!” spero di riuscire presto a comprarlo (appena rientro da questi estenuanti fuori sede) e mentre lo rileggo, magari mi ricordo che in qualcuna di quelle avventure c’ero anche io…
Buon vento a tutti
Ciao Davide,
benvenuto a bordo di Altomareblu ed insieme a te ringraziamo sempre i tuoi colleghi che ci hanno permesso, con la loro presenza e con i loro racconti, di spiegare al pubblico degli appassionati ed anche a semplici lettori, quali sono alcuni tra i tanti compiti istituzionali della Guardia di Finanza di mare.
Quali e quante difficoltà severe devono affrontare i suoi uomini per garantire la sicurezza dello Stato Italiano, combattendo il contrabbando nelle varie forme, “l’imperdonabile traffico di stupefacenti”, “cancro moderno” che serve per veicolare fiumi di danaro dal colore del sangue di tanti innocenti, sfortunatamente caduti in questa immane disgrazia, sovente rimettendoci la vita, tra lo strazio delle famiglie che si vedono portar via un figlio, un fratello o un loro caro ed ancora: il “tremendo ed insopportabile traffico di esseri umani”, trattati peggio delle bestie.
Donne, bambini, anziani, che in frequenti occasioni, portati con imbarcazioni sotto le coste Italiane, gli scafisti, temendo di finire nelle maglie di difesa del nostro sistema di sicurezza, per “alleggerire il carico” assicurandosi la fuga e l’unità, li buttano inesorabilmente in mare provocando loro una morte orrenda ed improvvisa e trasformando il loro viaggio della speranza per un futuro migliore, in un tragico evento che pone fine alla loro travagliata esistenza.
I commenti di alcuni finanzieri di mare apparsi su Altomareblu informano su alcuni dei loro compiti istituzionali, lasciandoci spesso sorpresi, pensierosi, commossi, perché una cosa e leggere sui giornali di questi eventi, altro è vederli dal vivo con brevi, ma significativi filmati.
Buon vento a tutti!
Giacomo Vitale
Gentile Maurizio,
Ieri ore 16.00… il corriere finalmente mi porta il libro… avevo trovato una mail… di Altomareblu… e non vedevo l’ora di cominciare a leggerlo… un po’ per curiosità, un po’ per “passione personale”… Stanotte ore 02.00 leggo le ultime parole: “Quelle avventure le abbiamo vissute veramente”… e dopo aver letto il libro in un fiato non penso che qualcuno possa avere ancora dei dubbi… io personalmente mi sono trovata in mezzo a quel mare per tutto il tempo… e ho sentito le emozioni, le perplessità, l’umanità, l’adrenalina e l’acqua in faccia di Lorenzo… come se fossi li anche io… e ne avevo bisogno…
Ha fatto un gran gesto a dedicare il libro anche alle mogli dei colleghi… e spero con tutto il cuore che questo libro venga letto e capito, soprattutto dalle mogli di quei colleghi che “reclamano” i loro consorti ad essere “lupi di terra,” invece che “lupi di mare”… in modo che possano cominciare a capire che questa è una domanda “lecita”, ma non “produttiva”, perché non avrebbero più la stessa persona accanto e penso che leggendo “Stiamo inseguendo Mike/Sierra” potrebbero certamente capire il perchè…
Grazie per questo omaggio agli angeli custodi del mare… come mi piace chiamarvi… questo libro non ha niente da invidiare ai romanzi di Patrick O’Brian e le avventure del suo comandante Jack Aubrey… che in fondo, anche se in tempi, imbarcazioni e situazioni diverse… viveva le stesse emozioni… “uomo fuori bordo” ed abbordaggi compresi… forse loro bevevano un po’ di caffè in meno…
Un gentile saluto,
Susan
Fortunatamente quei tempi sono finiti e questo grazie anche al sacrificio dei colleghi “pugliesi” che ha dato i suoi frutti.
Vorrei ricordare anche il sacrificio di tutti i colleghi del servizio navale che non provano l’adrenalina di “Stiamo inseguendo Mike/Sierra”, ma sicuramente sentono lo stesso freddo, le stesse notti insonni, gli stessi colpi di mare e la stessa acqua fredda e salata in faccia durante le loro normali “crociere di servizio”.
Sono un ragazzo di 24 anni e ho appena finito di RI-leggere il libro di Mainardi.
Nessun commento!!! Troppo facile commentare un capolavoro, che descrive con semplicità e chiarezza, la realtà del contrabbando pugliese negli anni ’90. Sono pugliese , di Bari e trascorro le mie estati nel brindisino (Villanova ex patria del contr.) da sempre; mentre leggevo mi sono ritornate in mente le immagini di quel periodo, stampate nella mia testa, allora appena 13enne.
Ricordo ancora quando guardavo i luccichii dei faretti al largo, fermo vicino ai fanali del porticciolo di Villanova o le casse allineate di sigarette, trasportate dalla corrente, al mattino presto quando uscivo a pesca con mio nonno. Ma la cosa che ricordo più forte, è quando al calar della sera, si avvicinò e ci affiancò, intenti a pescare un vostro scafo, lo ricordo bene, era simile alla V. 1679 (se non proprio quella), come dite voi, scappottato, con i portelloni della sala macchina aperti che aspettava, aspettava di ingaggiare una nuova battaglia!!!
Il tutto allora come oggi mi affascina, anzi il paradosso e che allora sentivo i discorsi (non vi dico come) dei contrabbandieri e ora, mi ritrovo a leggere le storie di quei tempi e cercare di riportare le avventure lette ai ricordi del passato. Ogni volta che passo dalla stazione navale di Bari ripenso al libro e non faccio altro che viaggiare con la fantasia.
Concludo, facendo i complimenti a Mainardi per aver riscoperto in me le emozioni della mia infanzia con il suo libro e facendo i complimenti a voi, finanzieri di mare x l’attività svolta!!!
Alessandro
Carissimo Ale,
troppo buono… sai che tantissime volte di notte ci avvicinavamo ai barchini con pescatori, ed io mi chiedevo sempre cosa pensassero di noi, dei contrabbandieri, se magari avevano amici o parenti dall’ una o l’ altra sponda… capisco che i tuoi ricordi sono affascinanti… le scie di sigarette al mattino… io come persona adulta rimanevo impressionato, immagino cosa poteva succedere nella mente di un ragazzino… lo dimostra anche il fatto che il caro collega Mauirizo Santo, grazie anche al padre tutt’oggi ne parla come di ricordi indelebili.
Comunque vorrei aggiungere che il fenomeno del contrabbando era veramente, a mio avviso, un qualcosa fuori dall’ immaginario e bisognerebbe pensare che sia i Finanzieri che i contrabbandieri erano persone normalissime, semplici, buone, padri di famiglia con figli da mandare avanti e che la vita aveva messo in uno dei due lati… certo la “pecora nera” si trova dappertutto, quindi era normale incontrare ogni tanto qualche testa calda, ma come descrivo nel libro, quando la battaglia terminava, se non si riusciva a prendere lo scafo ci salutavamo come a rendere gli onori al vincitore. Anche quando si catturava lo scafo, i contrabbandieri erano accolti con una stretta di mano ed un caffé!
Eravamo tutti “uomini”..di mare!
Grazie Ale per le tue parole, ti auguro un Grande in Bocca al Lupo per il tuo avvenire…
Un abbraccio,
Maurizio
Grazie,
il tuo “in bocca al lupo per il mio avvenire” e’ per me molto particolare…
Sto per laurearmi in giurisprudenza e partecipare poi ai concorsi nelle forza dell’ ordine: Finanza o Polizia e cercare di raggiungere un sogno!
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