Rivista Marittima – ottobre 2013

Rivista Marittima - ottobre 2013

Un aeromobile AV8B Plus Harrier in decollo dal ponte di volo della portaerei Cavour della Marina Militare (fonte Marina Militare)

 

EDITORIALE

LO SCENARIO ATTUALE E LE NUOVE MINACCE

La posizione geografica dell’Italia protesa a lambire una delle più grandi e più importanti vie di comunicazioni del pianeta costituisce un fattore di potenza che qualora sfruttato favorisce la crescita e l’occupazione.

Al contempo, considerando il livello di instabilità crescente sulla sponda Sud del Mediterraneo e in Medio Oriente, la vicinanza delle nostre coste al continente asiatico e africano, costituisce una condizione di vulnerabilità a cui occorre prestare la massima attenzione.

L’Italia, potenza industriale con limitate risorse energetiche, importa prevalentemente via mare il petrolio e il gas necessario al proprio fabbisogno: Pertanto tutti i Paesi produttori di greggio e idrocarburi oltre mare presentano un interesse strategico a prescindere dalla loro distanza dalla Madre Patria, quindi non solo gli Stati del Golfo Persico e del Nord Africa, ma anche del Golfo di Guinea, Mozambico e Venezuela.

Per l’esportazione dei nostri prodotti finiti così come per l’importazione delle materie prime i nostri principali competitori non sono soltanto l’India e la Cina, ma anche i nostri alleati e vicini di casa, come la Germania, la Francia e la Spagna e, una nuova dinamica economia in espansione, la Turchia.

Proprio a causa del progressivo esaurimento delle fonti energetiche accessibili stimate nell’ordine di settanta – cento anni, vi è un forte impulso verso una sempre più spinta territorializzazione di ampie porzioni dell’alto mare finalizzata a sfruttarne le risorse in maniera esclusiva con la conseguente insorgenza di future dispute tra Stati sovrani e numerosi contenziosi già in atto anche in Mediterraneo.

Lo sfruttamento della pesca è un’ altra causa di antichi contenziosi ovunque nel mondo e richiede da parte della nostra Marina, da decenni, la presenza costante in mare di una nave nel Canale di Sicilia con compiti di «vigilanza pesca» visto che la nostra flotta di pescherecci è la terza in Europa, con oltre 12.700 pescherecci e 59.000 addetti che operano nel settore.

La moneta unica, pur avendo portato grandi benefici nel controllo dell’inflazione, ha reso più difficile da parte del Sistema Italia la competizione internazionale e l’esportazione dei prodotti finiti che si sta riducendo sempre di più a prodotti di lusso e ad alto contenuto tecnologico non facilmente imitabili con conseguente crisi occupazionale. L’elevato costo del lavoro e la tassazione hanno già provocato e provocano la delocalizzazione di numerose imprese italiane e la fuga di capitali.

La minaccia simmetrica di tipo tradizionale, risalente alla Guerra Fredda, si è allontanata dal Mediterraneo così come la presenza militare americana. Tuttavia la corsa agli armamenti (soprattutto navali) che sta avvenendo nel continente asiatico da parte delle potenze emergenti, la minaccia della proliferazione di armi nucleari e di distruzione di massa è fonte di preoccupazione per tutti i Paesi dell’Unione Europea a causa dell’instabilità che può generare nei prossimi decenni in aree del pianeta adiacenti al Mediterraneo allargato.

Al contempo, l’instabilità presente su tutto il continente africano a causa di molteplici fattori, politici, etnico-religiosi e sociali nonché meteorologici provocano una forte migrazione verso il continente europeo. La desertificazione dell’area sub-sahariana, la malnutrizione, le guerre civili e la lotta per la sopravvivenza portano intere popolazioni a mettersi in movimento entrando in conflitto con le popolazioni limitrofe di altra etnia e religione.

I più forti riescono a raggiungere il Mediterraneo e a tentare la traversata verso la salvezza, verso l’Italia. Non si tratta più della migrazione di soli uomini avvenuta nei decenni passati specialmente in Francia per ragioni di lavoro, ma di interi nuclei familiari, comprese donne e bambini che si muovono per non morire. Per loro è meglio vivere in estrema miseria in Italia che andare incontro a una morte certa in Africa.

Il fondamentalismo religioso alimentato dalla miseria delle masse, dall’odio, dall’abbondanza di armi in circolazione trafugate per esempio dai depositi dell’Esercito di Gheddafi, dalla circolazione di denaro accumulato da traffici illeciti e dal commercio della droga, diventa per l’Italia e per tutti i Paesi europei la principale minaccia asimmetrica.

La guerra civile in Mali e in Siria sono un tipico esempio dell’instabilità che si sta creando in tutta l’Africa settentrionale e in Medio Oriente. Gli obiettivi del fondamentalismo sono i simboli della civiltà occidentale ovunque siano presenti come dimostrato dal recente attentato del 21 settembre 2013 in un centro commerciale di Nairobi.

Il fenomeno della pirateria è figlio dello stesso male. Le carenze nell’esercizio della sovranità sulle coste somale, un livello insopportabile di miseria e un giro di affari illeciti di armi e droga aveva portato alcune migliaia di uomini a condurre atti di pirateria in alto mare e a decidere di rischiare la propria vita e libertà personale nell’abbordare il traffico marittimo internazionale. Il fenomeno, grazie allo sforzo quotidiano profuso dalle nostre unità navali presenti nel Golfo di Aden e dai fucilieri di Marina del San Marco a bordo dei nostri mercantili, è finalmente sotto controllo.

È però presumibile attendersi che nel prossimo futuro sia necessario non soltanto continuare a mantenere una presenza navale costante nel Corno d’Africa, ma anche nel canale di Mozambico e nel Golfo di Guinea, altre aree soggette al fenomeno della pirateria e, con ogni probabilità, ovunque sia necessario intervenire con operazioni umanitarie e di mantenimento della pace.

La minaccia asimmetrica con radici fondamentaliste islamiche, così come più volte verificato, si può anche concretizzare attraverso atti di terrorismo perpetrati dai figli e nipoti di emigranti, ormai cittadini europei di seconda e terza generazione, a causa dell’emarginazione sociale in parte determinata dalla carenza occupazionale.

La disoccupazione è infatti ormai la principale minaccia da contrastare con ogni mezzo. Aumenta la povertà tra il ceto medio. 1 nostri figli potranno diventare nei prossimi decenni i futuri nomadi. Saranno costretti a spostarsi anche loro seguendo la legge del mercato entrando in conflitto contro i sedentari che hanno raggiunto un sufficiente, ma precario tenore di vita, che potrebbero perdere a causa dei nuovi venuti.

Nessun muro, nessun confine e nessuna regola saranno sufficienti a rallentare questi fenomeni di spostamenti di grandi masse, del resto sempre avvenuti in passato. Sempre di più i cittadini italiani saranno costretti a uno stretto controllo delle nascite. Tra vent’anni i nascituri rischieranno di essere disoccupati specialmente nel Sud Italia dove non si troverà neanche più lo sfogo nell’accesso tradizionale alle Forze Armate o alle Forze del­l’ Ordine che, ricordiamoci, al 80% provengono dalle aree meridionali della penisola.

Quindi nei prossimi anni non solo dovremo subire una tradizionale fuga di «cervelli», ma anche un nuovo fenomeno generalizzato, già in corso, di fuga di giovani precari in cerca di lavoro in Nord Europa. La popolazione italiana subirà un ulteriore invecchiamento e parte di coloro che non partiranno difenderanno palmo a palmo i diritti acquisiti e i propri localismi alimentando fenomeni di xenofobia ed egoismo provinciale.

Maggiore povertà provocherà maggiore insicurezza e problemi di ordine pubblico. Le mafie tradizionali saranno sostituite da nuove organizzazioni criminali di provenienza straniera. Ampie aree del territorio italiano subiranno una forma di colonizzazione da parte di comunità straniere che si sostituiranno nell’esercizio di mestieri un tempo assicurati dagli Italiani.

La particolare morfologia del territorio nazionale contribuisce a provocare periodiche alluvioni, smottamenti di terreno, con una frequenza pressoché annuale che unite ad altre calamità naturali non prevedibili rendono sempre più necessario potere disporre di uno strumento navale DUAL USE anche sul suolo nazionale. Non dimentichiamo che numerosi siti, in caso di frane, possono essere accessibili da mezzi di soccorso di notevoli dimensioni soltanto via mare, come si è verificato di recente nelle Cinque Terre.

Dobbiamo attenderei che senza crescita sarà sempre più difficile fare fronte a spese impreviste se non aumentando il prelievo fiscale. Ciò genererà fuga di capitali e aumento dell’evasione fiscale. Quindi, l’unico modo per uscire dalla crisi è quello di investire il denaro pubblico in settori che generino occupazione creando nuova ricchezza.

Un settore che, come dimostra la storia, ha sempre generato ricchezza è l’investimento nella «marittimità». Questa affermazione non è nostra, ma di un filosofo francese, Jacques Attali, già consigliere del presidente Mitterand, primo Presidente della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, presidente della Commissione sui Freni alla Crescita, nominata dall’ex Presidente francese. Nel suo best seller Breve storia del futuro scrive:

«L’Italia [. . .] non è riuscita a conservare il controllo dei mari, a mantenere una forza navale, una Marina Militare e commerciale incomparabili. Non ha saputo dare priorità allo sviluppo di un porto, che avrebbe potuto essere Genova, e di un mercato finanziario, che avrebbe potuto essere Milano[oo.] non è riuscita, negli ultimi secoli, a formare, a suscitare, né ad accogliere una “classe creativa”: non ha più formato abbastanza marinai, ingegneri, ricercatori, imprenditori, commercianti e industriali. Non ha più attratto a sé abbastanza scienziati, finanziatori, creatori di impresa»

(1. Attalì, Breve storia del futuro, Fari, Roma, 2007, p. 225-227).

Sempre Attalì, senza essere parte in causa, ci suggerisce la via da seguire:

«l’Italia, potenzialmente, è ancora una grandissima potenza [. . .] l’avvenire dell’Italia dipenderà ormai dal modo in cui saprà [. . .] crearsi un ambiente relazionale [. . .] costruire un grande porto e una grande piazza finanziaria [ .. .] elaborare una geopolitica e costruire le necessarie alleanze. L’Italia si trova in una posizione geografica cruciale: all’incrocio tra l’Europa, l’Africa e il Medio Oriente mediterraneo, e potrà sviluppare un potenziale di crescita immenso se saprà approfittare di questa tripla appartenenza. Se saprà fondersi in tre insiemi senza disperdersi in minuscole provincie»

(Ibidem).

Soltanto investendo il denaro pubblico in settori che generino occupazione creando nuova ricchezza sarà possibile uscire dalla crisi. Lo sviluppo di un programma di nuove costruzioni navali, oltre a salvare la Marina Militare da un inesorabile declino e invecchiamento, contribuirà, come già accaduto in passato, a creare migliaia di posti di lavoro su tutto il territorio nazionale alimentando centinaia di piccole e medie imprese in settori ad alta tecnologia anche non direttamente coinvolte nelle costruzioni navali.

Lo scopo principale della Rivista Marittima è quello di contribuire a rendere consapevole la nostra classe dirigente e opinione pubblica su tutte le potenzialità che offrono la Marina Militare e le costruzioni navali alla crescita e al benessere dei cittadini. Occorre evitare di chiudersi in noi stessi in un miope provincialismo giustificato dall’assottigliamento dei fondi e dai tagli al bilancio.

Pertanto è necessario continuare a confrontarci con il mondo accademico, scientifico e imprenditoriale per fare Sistema. Essere presenti a congressi, dibattiti, seguire corsi di formazione, leggere e studiare ciò che avviene fuori casa, sapere argomentare i nostri punti di vista in modo semplice e accessibile a tutti, frequentare e stringere alleanze con chi produce ricchezza e sapere. Se smettiamo di «navigare» e di essere presenti altri ci rimpiazzeranno nell’eterna lotta per la prosperità che si svolge nella quotidianità ogni giorno per mare.

LA CRESCITA DEL PAESE COSI’ COME LO SVILUPPO DI UN PROGRAMMA NAVALE RICHIEDE PIANIFICAZIONE, SACRIFICI E INVESTIMENTI. VICEVERSA IL DECLINO AVVIENE SENZA ALCUNO SFORZO QUANDO SUBENTRA L’IGNAVIA.

Patrizio Rapalino

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