La barca non e’ un auto (XXIII puntata) – Una crociera (a motore) alla velocita’ di una barca a vela (veloce)

di Antonio Soccol

alba-sullo-stretto Era buio. Buio pesto. Non me l’aspettavo che alle cinque del mattino fosse ancora notte fonda. E’ un’ora che frequento poco. Molto poco. Forse avrei dovuto chiedere a quelli che vanno in discoteca, loro -come i pipistrelli- sanno queste cose ma, ormai, di quella gente nottambula non ne frequento più.

Il marina di Riposto era in silenzio totale e solo le piccole luci delle colonnine dell’acqua potabile e del 220 V disegnavano i pontili. Bloccai la sveglia prima che suonasse: ero già sveglio da un po’ come mi capita sempre e da sempre quando parto per una crociera: andar per mare mi piace davvero, mi dà la sveglia.

Mi feci un buon caffè e mi infilai una giacca a vento. Poi accesi le luci di via e i motori. Il loro rombo svegliò la “ciurma”: Antonella mi portò un pile “Infilati anche questo, mi sembra sia fresco”, disse. Tancredi brontolò un “Buongiorno” piuttosto assonnato e andò a prua a mollare i corpi morti.

Ritirai la passerella e mollai le cime di poppa. Poi, dolcemente, portai fuori la barca dal suo ormeggio d’armamento. Accesi la sigaretta di ordinanza e guardai l’orologio: erano le 5 e 15 quando sfilai i fanali d’ingresso del porto. Come sempre (e da sempre) erano spenti: “Ma è da codice penale!” avevo detto al presidente del marina, un ex campione del mondo offshore (classe 3, anni Ottanta). “Non è colpa nostra. Banalmente la Provincia non ha messo, a suo tempo, a budget la spesa di allacciamento dell’energia elettrica ai fanali e, senza stanziamento, non si può fare…”. “Ma non lo può fare il marina? Non credo sia un costo rilevante”. “No. Purtroppo, per legge, lo deve fare la Provincia.”. “Ma di notte entrare qui è un casino e c’è rischio di finire sui frangiflutti”. “ Ma no, dai. Navighiamo tutti a gps ormai”, mi aveva “condito” via quel bravo presidente. Già. Come dirgli che talvolta un banale fusibile può mandare in tilt il più sofisticato e moderno dei gps (come a me è già capitato) e che allora trovare il giusto “buco” d’entrata diventa un azzardo? Ma, in Sicilia (e anche altrove), è meglio non scontrarsi con le Autorità e la loro burocrazia. Tempo perso.

Fuori dai moli guardai a prua. Il mare era calmo. Calmo e nero come la pece. Fu allora che mi pervenne, visti i miei precedenti, un pensiero quasi folle: fare tutta la crociera alle Eolie senza mai aprire a più di 1.100 rpm (sui 2.600 di max) i due Man-Nannidiesel che spingono “Exocetus volans”, la mia “caravella”.

“A che servirà?” domandò una parte del mio cervello, quella più corsaiola.

“A provare l’ebbrezza dell’andar piano”, rispose l’altra parte che aveva messo in moto la bizzarra trottola. E, immoralmente, aggiunse: “Potrai sempre ricavarci un articolo”.

Non sapevo a chi dar ragione. Un antico e saggio detto pugliese sostiene che “con sì ti impicci, con un no ti spicci” ma decisi di provare la nuova ipotesi almeno sino all’arrivo della luce, con la scusa e giusta considerazione che aprire tutto e filare oltre i 30 nodi su un mare buio e nero come la pece è stupido oltre che inutilmente pericoloso.

C’era una leggera brezza in poppa: poca roba ma aiutava. Il gps mi dava una velocità oscillante fra gli 8,5 e i 10 nodi. In meno di un’ora fui all’altezza di Taormina e un sole stupendo iniziò a far capolino da dietro l’Aspromonte, di là dello Stretto. Un’alba tutta rosso fuoco, da film: avete presente “Sfida all’OK Corral” quando a Tombstone (Hollywood), lo sceriffo Wyatt Earp (Burt Lancaster), aiutato dai due fratelli e dall’amico medico Doc Holliday (Kirk Douglas), deve affrontare in un duello all’ultimo sangue la feroce banda dei Clanton? Ecco, la mia era un’alba così. Stupenda. E in più nessuno doveva per forza morire sparato.

Antonella era tornata a dormire. Tancredi faceva foto. Mi sembrò sciocco mettere la barca in planata: “Navigare è bello. Goditelo”, mi dissi. E così andammo a “velocità di barca a vela veloce” per tutto lo Stretto. Un miglio dopo la strozzatura finale, quella dove dovrebbe sorgere l’inutile Ponte, incontrammo le barche che pescano lo spada con, a prua, quelle loro passerelle lunghissime e, al centro, quella altissima “torre d’avvistamento” con abbarbicati in alto due uomini intenti a scrutare la superficie del mare per poi urlare “U pisci, u pisci”. L’acqua aveva assunto un colore blu cobalto: il posto giusto per fare il primo bagno della giornata, mangiare qualcosa e anche per bere la prima birra.

Erano passate da poco le 9 e il sole ruggiva tutta la sua selvaggia violenza. La ciurma convenne che arrivare un paio d’ore prima a Stromboli non voleva dir nulla: “Che fretta abbiamo?” avevano detto entrambi i miei baldi pards in coro. Già: che fretta avevamo? E così rimisi a 1.100 giri i due motori e, proprio mentre lo facevo, l’occhio si incantò a guardare lo strumento che indica la quantità di nafta nei serbatoi: praticamente non si era mosso dal fondo scala che aveva raggiunto il giorno prima quando avevo fatto il pieno. “Mica male”, pensai.

La-Sciara-Stromboli In Tirreno, c’era un po’ di onda lunga di prua e “Exocetus volans” l’affrontò sereno a 9 nodi. Stromboli era una nuvoletta bianca con sotto un puntino nero. Nel blu cobalto. Del cielo e del mare. Avevo la schiena bella calda e anche la sigaretta sembrava più buona del solito. Che fretta abbiamo? Nessuna fretta. Andiamo e viviamo. Navighiamo e viviamo. Incrociamo qualche barca a motore che “torna” e viviamo. Superiamo qualche barca a vela che va (a motore) e viviamo. Allarghiamo la rotta per passare a prua di quel peschereccio con le reti a strascico e viviamo.

Lasciamo a dritta quell’immenso orrendo porta container che viene dalla Cina e viviamo. Osserviamo indignati i molti sacchetti di plastica che vanno “a remengo” con la corrente e viviamo. Guardiamo il puntino nero diventar isola e l’isola diventar vulcano. E viviamo. Sarebbe più bello a tutta manetta saltando come allegri delfini da un’onda all’altra? Bello, sì. Più bello, non so. Non mi pare. Non oggi, non ora. Oggi, ora va bene così.

E, morbidamente, quell’antico cacciatore di nodi (intesi come “miglia marine per ora”) che sono sempre stato incominciò ad apprezzare la dolcezza dell’andar piano, del soffice sciaff sciaff della prua che, serena, si apre strada sull’onda lunga di prua, la tranquillità della scia di poppa che, ridendo allegra, si allontana con mille gorgoglii che sembrano dei “ciao, ciao” affettuosi.

Come mi capita sempre quando porto la barca, il cervello incominciò a cantare. Ovviamente, stonato come sono, non apro la bocca per non far spaventare i pesci (ne avrebbero ben donde): la musica è solo dentro di me. “Cercherò di individuare alcuni collegamenti fra l’inesprimibile contenuto della musica e l’inesprimibile contenuto della vita” ha scritto Daniel Barenboim, il direttore della “Scala” di Milano, nel suo eccezionale libro “La musica sveglia il tempo”. E ha aggiunto: “Questo non è un libro per musicisti o per non-musicisti, è piuttosto un libro per le menti curiose di scoprire le corrispondenze fra musica e vita, e la saggezza che diventa comprensibile all’orecchio pensante. Tali scoperte non sono privilegi riservati ai musicisti di grande talento che fin dalla più tenera età ricevono un’educazione musicale, né una torre d’avorio o un lusso riservato ai ricchi; sono convinto che sviluppare l’intelligenza dell’orecchio sia una necessità fondamentale.” Sagge parole anche per me che pure sono sordo completo nell’orecchio destro (causa rottura di timpano per immersione in apnea nelle acque di Alicudi, 1973 d.C.).

La barca avanzava pacifica e sicura. L’isola era ormai una realtà. La musica sgorgava limpida e perfetta dal mio cervello e mi riempiva l’animo. Come: “Quale musica?” Tutta: da Mozart (Eine Kleine Nachtmusik) a Bob Dylan (Blowing in the wind), da Beethoven (la nona) a Mercedes Sosa (Gracias a la vida), da Vivaldi (Le quattro stagioni) a Miriam Makeba (Mbube), da Fabrizio De Andrè (Creusa de mar) a Johann Sebastian Bach (Die Kunst der Fuge), da Albinoni (Adagio) a Gino Paoli (Sassi), da Verdi ( “Parigi, o cara”) a Gerry Mulligan (Walkin’ shoes), da Modugno (Tu si ‘na cosa grande) a Tchaikovsky (Lago dei cigni), da Brahms (sinfonia n.1) a Mina ( tutte le sue canzoni), da Aco Bocina (Vagabundo) a Smetana (La Moldava), da Vinicius de Moraes (La ragazza di Ipamena) a Caetano Veloso (La paloma), da Antonin Dvorak (la sinfonia dal nuovo mondo) a Ella Fizgerald (Porgy & Bess) a Louis Armostrong (The Saints) eccetera. La musica buona, insomma.

Sono state una trentina di miglia fantastiche quelle che mi sono goduto dall’uscita dello Stretto di Messina a Stromboli. Davvero. Un concerto unico e strepitoso. Credetemi. “La medicina più potente? E’ la qualità della vita”, titola oggi a nove colonne “la Repubblica”. Ecco. Stavo curandomi di ogni male.

In avvicinamento all’isola che ormai era isola e non più puntino ho visto il solito mucchio selvaggio di barche e barchette ancorate davanti a San Vincenzo. E subito ho fatto rotta sulle spiagge di lava nera che sorgono, arrivando, alla sua sinistra. Alla larga, alla larga da tutta quella gente. E da tutte quelle barche. Ho visto un bel posto isolato e tranquillo e ho calato la mia àncora. Maschera e pinne e tuffo nel blu: l’àncora mordeva benissimo, la carena era in ottimo stato e le eliche perfette. Tutto ok. Pranzo a saccheggiare la cambusa e pennichella. Ragazzi che vita. Certo, ogni tanto passava il solito cretino di turno a tutta manetta con nessun rispetto per il resto dell’umanità e tanta pseudogloria per le immense onde che sollevava. Ma la barca alla ruota sopportava con allegria questi incivilissimi insulti. L’impunibilità è il nostro slogan di vita, vero?

Il casino vero è, invece, iniziato verso il tramonto. Prima è arrivato un classico “ferro da stiro”. Si chiamava “Tiburon” (il nome non è proprio vero ma ci assomiglia): uno scafo da 12/13 metri, non brutto di linea ma la faccia di quello che lo portava non mi convinceva molto. Gira, rigira, torna sotto, si allarga, accosta di nuovo. E io a pensare: “Ma, cavolo (vabeh, non era proprio “cavolo”. NdA), con tutto lo spazio che c’è a destra e a sinistra…” Ma quello niente: aveva deciso che doveva proprio mettersi a pochi metri. Pochi quanto? Pochissimi. Dopo una bella mezzora di andirivieni si decide e cala il suo ferro e molla tanta di quella catena che fa paura. Su un fondale di 15 metri. Dove? Di poppa che quasi mi tocca. Bah.

Poi di colpo arrivano tutti: un catamaranone a vela che quasi mi viene a bordo e dai cui scafi incomincia a uscire tanta di quella gente starnazzante mentre da una radiolina esce, al top del volume, una musica che si può definire solo “del tutto inutile”. Quindi è la volta di una barca che batte bandiera francese: è una orribile riproduzione in vtr di uno scafo classico brettone. Si chiama “Ombrosa” (anche questo nome non è vero ma quasi) e a bordo credono di navigare su una delle sette meraviglie del mondo. Il bello è sempre opinabile, lo so. E quindi anche il mio giudizio. Ma quello del quale sono sicuro è che su quello scafo non avevano le idee chiare di come si mette una barca in rada.

Cronometrati: 90 minuti di manovre. Butta l’àncora, recupera l’àncora. Fai giretto e torna a pochi metri, butta l’àncora, recupera l’àncora. Altro giretto e altro tentativo di ancoraggio. Un calvario, vi dico. Fosse stato quello l’unico “buco” di tutta la spiaggia, avrei anche capito. Ma c’erano un paio di chilometri di fronte-spiaggia liberissimi, andando a sinistra, verso Ginostra. Comprendo la paura dei pirati (della Malesia?), capisco lo spirito di aggregazione insito nella psiche umana ma, mon Dieu, perché scardinare la pace e gli attributi di chi non ha altrettanta voglia di “civiltà”? E invece no: tutti appiccicati come sardine in scatola, in pochi metri d’acqua che, se viene una “sventolata”, ci ritroviamo uno sopra l’altro.

Neanche il tempo di tirare un respiro che arrivano tre cabinati a motore sui 10 metri. Arrivano orgogliosamente a tutto gas. Onde da tsunami. E poi? Ovviamente si mettono a qualche centimetro… ma poiché i vari equipaggi sono amici fra di loro non si accontentano di stare vicini. Eh no, bordo contro bordo vogliono e devono stare perché: “Passami la mortadella, assaggia questo culatello, dammi il pane, prendi la bottiglia e così via”. Finché non transita, ovviamente a tutta manetta, uno di quei barconi che portano a spasso i turisti. Sono barche che, secondo me, fanno onde anche da ferme, quelle. Figuriamoci quando sono stracariche che sembrano scafi per clandestini… e marciano al massimo per scaricare la loro “merce” in tempo per l’ultimo aliscafo della giornata.

E allora a bordo di quelle tre barche ormeggiate bordo contro bordo c’è stato il festival delle maledizioni, delle urla e delle bestemmie. I parabordi che saltavano in aria come tappi di champagne, i pulpiti che si incastravano fra di loro, la mortadella che finiva a mare. I marmocchi che piangevano come iene incazzate, le mamme che strillavano come balene inferocite. Ma che bello! E, voi credete, che abbiano imparato la lezione? Assolutamente no. Finita la baraonda, tutto come prima: mortadella, culatello, vino e anche maionese, forse da spalmare sulle ferite dei più piccoli. Ce ne sono voluti ben quattro di quei barconi da turisti e le loro inesorabili perfide onde perché quella congrega di veri “uomini di mare” si rendesse conto che stava rischiando di brutto l’incolumità dei loro scafi e anche quella delle loro famiglie.

Salina, agosto 2008“Uomini di mare” con abitudini simili ce ne sono tanti. Pochi giorni dopo a Salina, nella baia di Pollara (sì, dove Massimo Troisi ha girato parte del suo stupendo film “Il postino di Neruda”), ne avremmo trovate ben due file da quattro scafi ciascuno. Uh, com’è bello vivere in comunità…

Ma, a Stromboli, quella sera lo spettacolo non era finito. Proprio no. Devo ammettere che me lo sentivo che mancava un tocco finale di genialità.

E nel buio ecco che arriva un catamarano a vela. Si chiama “Lamantino” (non è vero ma ci assomiglia). Uno di quelli che, pur avendo piano velico impressionante, vanno sempre a motore, avete presente? Beh, questo “bestione” non si contenta di starmi appiccicato. Vuol mettersi a pochi metri dalla spiaggia e proprio di prua a noi. Non ci posso credere. Molla il suo ferro e scarica qualche chilometro di catena. Spegne i motori mentre una voce disperata, da dentro lo scafo, urla: “Non c’è niente da mangiare”. Vien da suggerire: “Chiama Pizza Express” non fossi preoccupato. Logica vorrebbe dargli una voce e dirgli che crea pericolo ma mi piace anche capire i tortuosi meandri della mente umana. E così sto zitto.

Arriva la brezza e la prua di “Exocetus” si infila, a poppa via, voluttuosa fra i due scafi del catamarano mentre il pulpito eroticamente si strofina sul gommone, sulle cime, sulle scotte e sugli altri ammennicoli del pluriscafo. “Ehi, si tiri indietro”, mi dicono. E io zitto. Finché non esce quello che aveva lanciato il grido di dolore sulla mancanza a bordo di generi alimentari: “No, così non va. Dobbiamo rifare la manovra”, suggerisce. Ecco: sì, meglio. Rimettono in moto, recuperano quintali di catena e anche l’àncora, fanno un giretto e tornano allo stesso posto. Ricalano l’àncora e i soliti chilometri di catena. Tutto come prima. E “Exocetus” torna a sfrugliare sensualmente quella poppa che tanto lo attira. Ve la faccio breve perché se no vi annoiate anche voi o magari non mi credete. Si sono “calmati” che era mezzanotte. E sapete come? Mettendo non so dove la loro benedetta ancora e poi… tenetevi forte, la cima a terra! Ma mica, almeno, passata a doppino su uno scoglio. No. Ben legata, a mandata unica. Sono andati con il gommone a fare questa meravigliosa manovra, degna di Orazio Nelson.

Quella di mettere la famosa “cima a terra” è una di quelle stupidaggini assurde che in molti amano fare senza sapere che è una manovra grazie alla quale, certamente la barca soffre perché non può girare la prua al vento (come fa quando è libera alla ruota) e, in caso di buriana improvvisa, rischia anche tanto, tantissimo a meno che non si sia pronti, a bordo, a mollare a mare la cima o a tagliarla con un coltello… “Tu sarai la vergogna di tutto lo iachteclubbe”, ha urlato la solita voce disperata. Ma va?

La mattina all’alba, una serie violenta di super onde mi scaraventa giù dalla branda. Salto fuori e che ti vedo? Un barcone. No, non da turisti. Dei carabinieri (nome di battaglia: “a 10”). A tutta manetta che di più non si può. E’ chiaro che devono, come minimo, arrestare un serial killer, un terrorista, forse Bin Laden in persona. E invece no.

La motovedetta si precipita sul grumo di barche piazzate davanti al paesino (San Vincenzo) mentre a prua con un megafono uno “nei secoli fedele” urla a squarcia gola: “Sveglia, svegliaaaa! Via, via da qui. Tutti, tuttiiii. Sveglia, svegliaaaa!”. Vi risparmio le imprecazioni di risposta e la descrizione di quelle facce che stigmatizzavano perfettamente la “notte brava” appena passata a terra. Avete presente? Alcol, piste da ballo e piste di altro tipo… E quella motovedetta era venuta, ovviamente a tutto gas (per soli 350 euro di carburante fra andata e ritorno), da Lipari per esercitare questa fondamentale opera di carità a favore della sicurezza dei cittadini. Impressionante, non trovate. Meno male, insomma che lo Stato ci protegge davvero.

Disgustato ho levato la mia àncora e me ne sono andato alla Sciara di fuoco a fare il bagno, poi ho messo la prua su Panarea. C’era un leggero venticello piacevole. Ho incrociato, lungo quelle poche miglia di mare, undici barche a vela, nove andavano a motore. Ah, che marinai quelli delle barche a vela. Ma vuoi mettere come fa figo, quando ti chiedono: “Lei che barca ha?” poter rispondere: “Iooo? A vela, naturalmente.”

Dopo un congruo numero di giorni e dopo aver fatto il giro di tutto quell’arcipelago sono rientrato al mio porto d’armamento. Sempre con i motori a 1.100 rpm. E’ stato molto bello. Non si è rotto niente di niente. Ah, scordavo: ho consumato il 75 per cento in meno, rispetto alla stessa crociera fatta l’anno scorso a tutta manetta. Dice: “E non lo sapevi?”. “Sì, certo. Lo sapevo, lo so da sempre che se non apri non consumi. Ma non lo avevo mai fatto”. Adesso ho imparato.

E ora ditemi voi se un’auto vi può dare le stesse emozioni. Sì? E allora provate a farvi la Roma- Milano (550 chilometri) con la vostra Ferrari ma, come ho fatto io, filando solo al 30 per cento della velocità concessa in autostrada , cioè a 32,5 km/h, guidate per quasi 17 ore e poi parcheggiate in via Montenapoleone. E, come diceva quello che aspettava la cameriera, “speriamo che dio ve la mandi buona”.

Articolo apparso sul fascicolo di ottobre della rivista Barche e qui riprodotto per g.c. dell’autore  – Tutti i diritti riservati. Note Legali

 

PS: Miriam Makeba ci ha lasciati. In Italia era stata notissima per una delle sue canzoni più semplici : “Pata, Pata”.

Il luogo e fors’anche il motivo per cui è morta hanno suggerito a Nelson Mandela di dire “ Era quello che desiderava: morire per la causa”. Inutile dire quale. Chi sa, sa. Gli altri, lasciamoli perdere.

Io l’avevo sentita al suo primo concerto italiano e poi a tutti i successivi, parlo di alcuni decenni or sono. E me ne ero innamorato. Oggi la piango. E ripenso, con il nodo alla gola e gli occhi che a fatica trattengono l’emozione, a quel suo Mbube, “il leone che s’è addormentato e che mai più si sveglierà”…

Nell’articolo sopra riportato ho scritto che quando vado in barca scatta dentro di me un concerto. Navigare mi crea musica. E le canzoni della cantante erano (e sono) fra le preferite.

Ciao, Miriam e grazie per quanto ci hai dato e per la commozione che mi hai regalato. Sei stata un collegamento perfetto fra l’inesprimibile contenuto della musica e l’inesprimibile contenuto della vita. Sempre ma soprattutto in mare aperto. Ti canterò sempre.

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6 commenti
  1. Miura - Mirco
    Miura - Mirco dice:

    Porti pazienza Sig. Soccol,

    comunque risposta educata e garbata come sempre. A proposito, ancora nulla del Dart??

    Con l’occasione le auguro serene festività.

  2. antonio soccol
    antonio soccol dice:

    Egregio Signor Gennaro,

    non sono affatto ricco e non ho neppure la pensione pur avendone ampiamente l’età, possiedo una barca che ha 31 anni (che per una barca sono molti), incontro per mare ottimi marinai e cafoni ignoranti come quando prendo il tram, il treno o l’aereo, come quando vado allo stadio o al cinema o a teatro oppure in giro per le strade di Milano, Trebaseleghe o Canicattì. Perché di gente apprezzabile e di individui non apprezzabili è composta l’intera umanità: sia quella che per mare ci va come usano i marinai oppure quella che si comporta come fanno i “turisti”.

    Non so cosa siano i “pensieri chic e consoni” ma, quali che siano non mi sembrano giudicabili. Mi spiace se l’hanno inquietata: non avrei mai pensato che stare bene con sé stessi e scriverlo potesse crear disagio a chi mi legge.

    Non mi rimane che condividere la sua speranza: che le nostre rotte non si incontrino mai.

    Antonio Soccol

  3. Gennaro
    Gennaro dice:

    Egregio Signor Soccol,

    spero di non incontrare mai uno snob come lei mentre vado per mare. Poveretti quei semplici vacanzieri travolti dalla sua puzza sotto al naso.

    Sembra che solo lei sappia apprezzare il mare, con i modi migliori, la barca più bella, i pensieri più chic e consoni. A sentir lei, tutti gli altri sono solo caproni ignoranti. Ma lei è un uomo di mare, non certo un turista, vero?

    La differenza di certo è nei soldi che ha in più rispetto a chi non si può permettere una barca.

  4. antonio soccol
    antonio soccol dice:

    Caro Alberto,

    mettere il sale sulla coda di Alex è impresa praticamente impossibile. Devi sapere che lui è là dove sta un suo servizio (credo da the) giapponese. Quando lo trasferisce di ubicazione, lui gli va dietro… E quel servizio ormai ha fatto il giro del mondo o quasi…

    Alex si fa vivo quando gli garba e poi sparisce come l’araba fenice per riapparire mesi dopo altrove. O lo accetti così oppure non sei suo amico. Io lo accetto.

    Manda al Admin di questo CMS un tuo indirizzo privato, chiedegli di girarmelo e vedrò, direttamente, come posso aiutarti.

    Ma, come diceva l’avv. Gianni Agnelli, ricordati che “per non esser mai deluso devi solo non illuderti mai…” Io ci proverò a darti delle coordinate, poi la va a fortuna o a casualità.

    Grazie per i complimenti per i miei scritti.

    Un caro saluto,
    Antonio

  5. Alberto
    Alberto dice:

    Ciao Antonio,

    riprovo ad inserire il commento perché non so se è arrivato.
    Grazie anzitutto per i tuoi bellissimi articoli.
    Ti scrivo eprché ho scoperto che sei amico di Alex Carozzo. Io ho messo gli occhi su una sua barca che forse (….) vorrei comprare. saresti così gentile da indicarmi come contattarlo?
    grazie mille
    alberto canova

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