Il nuovo non e’ bello e il bello non e’ nuovo (2)

di Antonio Soccol

Alessandro Baricco ha scritto per il quotidiano “la Repubblica” una serie di articoli che poi ha raccolto, per i tipi della Feltrinelli, con il titolo “I barbari – Saggio sulla mutazione”.

In sintesi, l’autore sostiene che c’è la sensazione di una invasione “barbarica” ovunque. E porta, in una serie di capitoli, alcuni settori come esempio: il vino che ha ormai il gusto “hollywoodiano” ovunque e che viene (un po’) prodotto persino anche dalle cantine un tempo famose per il Barbaresco, il Barolo eccetera; il calcio dove ormai il “genio” (lui parla di Baggio ma vale per chiunque altro che abbia talento, sia artista del pallone, abbia eccezionalità e sia capace di irrazionalità) viene lasciato in panchina; l’editoria (il mondo dei libri) che crea fenomeni come Dan Brown (“Il codice da Vinci”) e fa vendere migliaia e migliaia di copie ai testi scritti da cantautori o da scrittori che “sembrano simpatici o sexy in televisione”.

Per dare una spiegazione semplice, più che altro una “motivazione”, Baricco racconta la storia di Larry Page e Sergey Brin, i due studenti universitari ventitreenni di Stanford che, come ricerca per il loro dottorato, hanno inventato Google, il più potente ed efficiente motore di ricerca del web. Uno strumento che ormai si usa con ritmi pazzeschi per qualsivoglia ricerca. Giustamente, l’autore ricorda che le indicazioni di Google non sono mai basate sulla “qualità” dell’elemento che noi stiamo ricercando ma sulla sua richiesta. Il motore valuta, per stilare le sue classifiche, quanti link hanno chiesto/cercato quell’elemento e, più sono, meglio lo pone in evidenza. Inutile, quindi, cercare di capire se vale la pena davvero di leggere Proust e tutto il suo “Alla ricerca del tempo perduto”: Google, questo non ce lo dirà mai. (Con ironia Baricco ricorda, peraltro, che un editore che aveva letto il primo volume di quell’opera monumentale, lo aveva rifiutato con queste parole:

Dopo settecentododici pagine di questo manoscritto, dopo infinite desolazioni per gli sviluppi insondabili in cui ci si deve sprofondare ed esasperanti momenti di impazienza per l’impossibilità di risalire alla superficie, non si ha nessuna idea di quello che si tratta. Che scopo ha tutto questo? Che cosa significa? Dove ci vuol condurre? Impossibile saperne e dirne nulla.

In poche parole, insomma tutta la “cultura” attuale (quella che ci propina Google) tale non è. E’ solo la più clamorosa forma di “invasione barbarica”. E questo genera una mentalità, una “logica”. Orrenda.

Esempio: all’indomani della partita di calcio Italia-Olanda, nei recenti campionati d’Europa, incapace di accettare quanto nello sport dovrebbe esser regola e cioè che chi gioca meglio vince, un quotidiano sportivo (???) di Torino, ha “urlato” in prima pagina a nove colonne:” Ridateci Lippi”.

Ma per favore… Ridateci un po’ di giornalismo, caso mai.

Comunque, cosa facciamo quando ci rendiamo conto che stiamo per esser invasi dai barbari? Costruiamo la Grande Muraglia e ci difendiamo. Errore, dice Baricco. Errore perché quella che stiamo subendo non è una invasione, è una mutazione: “una cosa che riguarda tutti, nessuno escluso”. E aggiunge: “una mutazione compiuta per sopravvivere, dove la superficie (leggi “superficialità”) ha preso il posto della profondità, la velocità quello della riflessione, le sequenze quello dell’analisi, la comunicazione quello dell’espressione, il multitasking (neologismo americano: definisce, per esempio, un ragazzo che, giocando al Game Boy, mangia la frittata, telefona alla nonna, segue un cartone alla televisione, accarezza il cane con un piede, e fischietta il motivetto di Vodafone) quello della specializzazione, il piacere quello della fatica.”

OK. Ma che c’entra tutto questo con noi?

Beh, la prima puntata di “Il nuovo non è bello, il bello non è nuovo”, apparsa sul forum di Barche di agosto, ha creato un po’ di subbuglio. Mi hanno scritto in molti sostenendo grossomodo l’ipotesi della mutazione contro la quale è del tutto inutile erigere la Grande Muraglia quanto rimpiangere il bel “glorioso” passato ormai irrimediabilmente perduto (e, dicono, è anche tutto da dimostrare che fosse davvero “bello”). “Le barche di oggi sono più belle e più sicure di quelle dei “suoi” anni Sessanta. Inutile negarlo”, scrive Paolo. “Perché non dovremmo accettare i cambiamenti che la tecnologia assicura?” suggerisce Rosalindo. E avanti di questo passo. E su questo tono. Talvolta con accenti più aspri: “La smetta di fare il sapientone e rispetti di più l’intelligenza dei suoi lettori. Si svegli, è primavera!” si firma Flavio. Va bene.

Allora: c’è una barca che è stata presentata all’ultimo Salone Nautico di Genova (ottobre 2007) da un importante cantiere italiano e che, sulla carta (e sui depliant), era stata accreditata di velocità sull’ordine dei 70 nodi. Sono passati nove mesi, è stata provata in lungo e in largo, ha montato una catasta di eliche, ha subìto modifiche alla carena e di recente, in una apparizione ufficiale, ha fatto una figura meschina. “Imbarazzante” è stato il commento più elegante.

Non c’era, in quel progetto, nulla di nuovo, di “autentico” (Baricco dice che questo aggettivo è “una splendida espressione che si coltivava con fervore ai tempi della civiltà”). Quella barca era solo una “mutazione”. Proposta dai “barbari”, da quelli che fanno vendere più vino (cambiandone il gusto), più libri (rendendoli poltiglia pre-digerita), che vincono i campionati di calcio (invocando nuovi allenatori che, comunque, lasceranno sempre il “genio” in panchina) eccetera. Che vogliono, grazie a furbissime operazioni di marketing, venderci tante barche “moderne”.

Ci hanno messo dentro un sacco di tecnologia su quello scafo: motori elettronici (che, in estate, non riuscivano ad andare in temperatura e fumavano da far paura!), cambi all’invertitore (un “non sense” perché qualcuno mi deve spiegare per quale rotazione/marcia andranno bene le eliche installate: in prima, in seconda o in terza? Perché se vanno bene per una, NON possono andare bene per le altre…), eliche di superficie trimmabili (altro argomento fortemente opinabile) e via andare. Risultato? Su acque calme (lago), la barca fila “quasi” 50 nodi, su mare appena formato: 28 nodi, sbattendo come una ossessa. Con sotto, un tipo di carena con la quale io, 35 anni or sono, a 50 nodi leggevo (in gara e su mare, diciamo, “appena” formato) Diabolik da tanto era docile.

Questo è solo un esempio. Ne ho anche altri ma penso che quello citato sia sufficiente. (Se scrivo, tanto per dire, “Wally power e sue emulazioni”, vi dice niente?).

In una intervista rilasciata a Curzio Maltese e apparsa sul quotidiano “la Repubblica”, il grande architetto Renzo Piano spiega l’importanza delle critiche (persino quelle ingiuste) e anche delle polemiche:

Fanno bene. Anche quando sono esagerate. Le polemiche, d’altronde, o sono esagerate o sono noiose

sostiene Piano. Ben vengano, allora, anche i toni ruvidi di certe lettere. Ma…

Alessandro Baricco (sì, ancora lui) scrive che noi viviamo sull’orlo della mutazione, che sono cadute le barriere che fin qui avevano “tenuto lontana una buona parte dell’umanità dalla prassi del desiderio e del consumo: homines novi ammessi per la prima volta al regno dei privilegi”.

Un tempo si sarebbe detto, parvenu. Sì, i parvenu del mare. Che non è insulto (il lemme deriva da “pervenire, arrivare”). Da un lato i costruttori dove, all’ufficio tecnico, si usano troppo i computer e niente la matita (e tutto risulta inesorabilmente omologato, quando non è plagiato…vero, Carlo Galeazzi?). E dall’altro i clienti, i nuovi naviganti che di barche non capiscono molto ma sanno tutto in fatto di arredamento, abbigliamento e località da vip.

Scusatemi homines novi, scusatemi cari parvenu del mare, scusami Paolo, scusami Rosalindo, scusami Flavio: io bevo Barbaresco, leggo Flaubert (e Baricco), amo il calcio di Baggio e preferisco navigare con le barche e le carene dei miei tempi. (E, infatti, adesso ci vado subito.)

Vi lascio, molto molto volentieri, barche e carene “nuove e moderne”. Auguri e che gli alisei vi siano propizi.

Articolo apparso nel fascicolo di ottobre 2008 della rivista Barche e qui riprodotto per g.c. dell’autore. 

Tutti i diritti riservati. Note Legali

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1 commento
  1. Vito
    Vito dice:

    Capisco perfettamente il senso del suo disappunto. Infatti, ritengo che le barche “di una volta” erano disegnate dagli elementi, parafrasando una pubblicità di un noto cantiere, inanzitutto si teneva ben presente l’elemento che le circondava, poi il resto.

    Evidentemente la cultura marinaresca dei canuti utenti era superiore a quella attuale.
    Infatti, oggi vedendo certe barche mi danno più l’idea di camper galleggianti, poi vederle navigare con degli inverosimili assetti, unitamente alla grande mole di onde che formano…

    Una volta era abbastanza comune il fatto che “l’armatore”, nel parlare della sua barca dichiarasse che ne era innamorato per le forme della sua carena di cui ne conosceva le caratteristiche… è anche vero anche che qualcuno si sparava la posa… ma aveva capito cosa era importante di una barca… Oggi mi è capita vedere di alcuni armatori che ignorano il numero di pale delle eliche montate dalle loro barche!

    Certo, il progresso tecnologico è stato considerevole per i materiali e la grande profusione dell’ elettronica… Ovviamente l’eccezione esiste, ma quello che non riesco a capire e che provoca in me un ragionevole dubbio è il fatto che le “vecchiette” navigavano e alcune di loro navigano ancora oggi a velocità che non sono troppe lontane da quelle che raggiungono le attuali barche, ma… con un mare di cavalli in meno!
    Tant’è vero che le “repliche” vintage con applicate le famose tecnologie sia di materiali che motoristiche sembrano… il futuro.

    Saluto tutti, sperando di aver reso il senso di questa mia.

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