MARE

M’affaccio alla finestra, e vedo il mare:
vanno le stelle, tremolano l’onde.
Vedo stelle passare, onde passare:
un guizzo chiama, un palpito risponde.
Ecco sospira l’acqua, alita il vento:
sul mare è apparso un bel ponte d’argento.
Ponte gettato sui laghi sereni,
per chi dunque sei fatto e dove meni?

Giovanni Pascoli, 1892

“Tutte le strade finiscono al mare,” gli dicevo, “dove ci sono i porti. Di là ci s’imbarca e si va nelle isole, dove gli stradoni riprendono.”

Cesare Pavese, 1946

Tuo padre giace a più di nove metri di profondità.
Le sue ossa sono diventate corallo;
I suoi occhi ora sono perle.
Non c’é in lui parte alcuna
che non si trasformi per opera del mare
In qualcosa di ricco e di meraviglioso
Le ninfe del mare di continuo suonano per lui:
Ding-dong.

William Shakespeare, 1611

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I tredici cancelli – di Antonio Soccol

L’urlo del metallo è empio. Osceno. Ti frantuma ogni risorsa cerebrale. Fai fatica a dare al tuo corpo gli ordini piú banali. Ti senti incapace. Inabile. Non sei piú un uomo. Sei un corpo. Inutile. Questo succede quando entri in una prigione. Come ho fatto io.

Soltanto il mare gli brontolava la solita storia la sotto, in mezzo ai fariglioni, perché il mare non ha paese nemmen lui, ed é di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di la dove nasce e muore il sole, anzi ad Aci Trezza ha un modo tutto suo di brontolare, e si riconosce subito al gorgogliare che fa tra quegli scogli nei quali si rompe, e par la voce di un amico.

Giovanni Verga, 1881

MARINA

L’oceano sonoro
Palpita sotto l’occhio
Della luna in lutto
E palpita ancora,
Mentre un lampo
Vivido e sinistro
Fende il cielo di bistro
D’un lungo zigzag luminoso,
E che ogni onda
In salti convulsi
Lungo tutta la scogliera
Va, si ritira, brilla e risuona.
E nel firmamento,
Dove erra l’uragano,
Ruggisce il tuono
Formidabilmente.

Paul Verlaine, 1866

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Una strana affascinante e misteriosa slitta marina – l’idroscivolante a cura di Antonio Soccol

Il giorno del solstizio d’estate coincideva, come sempre negli ultimi sessantacinque anni, con quello del mio compleanno (ovviamente, il sessantacinquesimo della serie) e, quando mi sono svegliato, fuori era ancora buio.

– Voi amate il mare, capitano? Si! l’amo! Il mare é tutto. Copre i sette decimi del globo terrestre; il suo respiro é puro e sano; é l’immenso deserto in cui l’uomo non é mai solo, poiché sente fremere la vita accanto a se. Il mare non é altro che il veicolo di un’esistenza straordinaria e prodigiosa; non é che movimento e amore, é l’infinito vivente, come ha detto uno dei vostri poeti. Infatti, signor professore, la natura vi si manifesta con i suoi tre regni: minerale, vegetale, animale.

Quest’ultimo vi é largamente rappresentato da quattro gruppi di zoofiti, da tre classi di articolati, da cinque classi di molluschi, da tre di vertebrati, dai mammiferi, dai rettili e dalle innumerevoli legioni di pesci, che contano oltre tredicimila specie, di cui un decimo soltanto appartiene all’acqua dolce. Il mare é il grande serbatoio della natura, é dal mare che il globo é, per così dire, incominciato, e chissà  che non finisca in lui. Ivi é la calma suprema.

Il mare non appartiene ai despoti. Alla sua superficie essi possono ancora esercitare diritti iniqui e battersi, divorarsi, recarvi tutti gli orrori della terra; ma trenta piedi sotto il suo livello, il loro potere cessa, la loro influenza si estingue, tutta la loro potenza svanisce! Ah! signore, vivete, vivete nel seno del mare! Qui soltanto é indipendenza, qui non riconosco padroni, qui sono libero!

Jules Verne, 1870

Al sorgere del vento subito le onde del mare scomposte cominciano a gonfiarsi, e secco sugli alti monti un fragore si fa udire, o di lontano risonanti le spiagge rimbombano e il sibilo dei boschi si fa più intenso. Ormai i flutti non sono più governati dalle ricurve carene, quando veloci i merghi lasciano l’alto mare e portano i loro gridii alle spiagge, e quando le folaghe marine giocano all’asciutto, e l’airone, sorvolando le nuvole alte, lascia le ben note paludi.

Virgilio, 30 a.C.

L’Oceano intanto, sorgendo, l’Aurora lasciò.

Virgilio, 19 a.C.

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Il mare mi apparve; che era infinito e tranquillo. Era azzurro infinito, e nel lontano grandi strisce d’argento lo imbiancavano lunghe fino agli estremi orizzonti. La luce saliva dal mare, scendeva dal cielo, brillava nell’aria. Il mare era quieto e sicuro, solo un tremante margine di spuma sul lido tradiva il suo piacere di vivere. Azzurro e luce volavano sopra la terra. Il mare e il cielo respiravano luce e calore e ne inondavano il mondo. I miei occhi si riempirono di lacrime tenere. M’appoggiai allo spigolo di un muro.

Ero nell’ombra, l’ombra del muro, che si stendeva fino a due passi da me stampata nera e diritta nella rena brillante: e oltre quella linea la rena continuava nella luce per un vasto spazio fino a un orlo di ghiaia dove finisce la terra. Perché io sostavo così dentro quell’ombra del muro, per questo il mare non mi aveva ancora veduto. Allora mi staccai dal muro e uscii all’aperto in mezzo a tutta la luce in faccia al mare. Ed ecco di colpo s’oscurò rabbrividendo il sole e un tremito scosse il mondo come un gran terremoto dell’aria; d’improvviso tutto fu grigio e tempesta intorno a me, ed era spaventevolmente sconvolta la faccia del mare. Una ruga enorme d’un tratto l’avea tutta solcata dalla riva all’orizzonte come una voragine torbida, e poi altre cento o mille rughe lo frantumarono; caverne si scavarono e montagne s’arrampicarono: tutto si riaccavallò il mare di acque immerse che lo sconquassavano schiumando con una gran rabbia in tutte le direzioni.

Le onde si mescolavano in alto con le nubi e riempivano l’aria di grida terribili correndo fragorosamente a rovesciarsi sempre più cavernose e colleriche contro la spiaggia: l’aria era piena di gelo e la sbattevano i venti. Anche il cielo era gonfio di nuvole e rabbioso e nero, perchè il cielo non é che la fronte espressiva del mare. Io fui subito molto contento che il mare mi trattava a quel modo. S’egli mi avesse accolto con indifferenza, o con una fredda e signorile cortesia come fa con certa gente, oppure – e ora confesso che questa era, fin dall’ora della mia partenza sul treno, il mio segreto timore – avesse addirittura finto di non riconoscermi, credo sarei morto dal dispiacere e dall’umiliazione.

Invece il mare appena mi ebbe visto si corrucciò e m’aggredì con urli e minacciosi improperi, perchè mi voleva ancora bene, come lui sa volere quando trova qualcuno che gli va a genio. Perciò il mio cuore si gonfiò di gioia a quell’accoglienza iraconda. Non alzai verso lui le braccia, per un mio vecchio pudore dei gesti fatti; e nemmeno gli dissi nulla: neppure una parola. Credo che gli sorrisi.

Massimo Bontempelli, 1925