Memorie di un tester

di Vittorio di Sambuy

Tutto incominciò quando mi cimentai a fare l’editore. Sbagliai perché il vecchio adagio milanese “offelee fa’l to’ mestee” è sempre valido. Ma questa, di molti anni fa, è un’altra storia.

Decisi allora che le prove delle barche si sarebbero dovute fare con maggiore serietà, prendendo l’esempio da “Boote” tedesco, che vi impiegava due tecnici e un fotografo a cui si affidava una barca a completa disposizione per alcuni giorni, onde poterla provare in diverse condizioni di mare e di vento. Le mie illusioni caddero presto non solo per i costi dell’operazione ma soprattutto perché, salvo eccezioni, il cantiere non aveva quasi mai una barca disponibile. Dovetti fare da solo, prendendo un fotografo sul luogo, mentre la barca rimaneva a disposizione per un solo giorno, talvolta con i nuovi clienti già a bordo.

Magari c’era da provare un veliero in completa assenza di vento. Cosa fare? Il responsabile del cantiere premeva per eseguire comunque la prova, peraltro io avevo dovuto percorrere alcune centinaia di chilometri per raggiungere il porto. Così provai la barca solo a motore e la foto la feci scattare alzando lo spinnaker, mentre procedevo lentamente a ritroso. Tutti contenti, salvo io naturalmente. Così la volta successiva mi orientai sulle previsioni meteo e finalmente il giorno della prova, avevo di nuovo fatto 400 km d’autostrada per raggiungere il porto d’attracco e c’era un bel vento sui 25 nodi.

“Oggi ci divertiamo” dissi al proprietario, che era stato convinto dal cantiere di mettere a disposizione la barca, ma appariva molto perplesso a causa della meteo. Cerco invano nella cala vele il fiocco da tempesta. Non c’era e mancava anche un fiocco2. L’armatore neppure lo sapeva, anzi forse non sapeva neppure che potessero esistere altri fiocchi oltre al suo bel genoa 150%. Pazienza, pensai, sono qui e non voglio perdermi una bella veleggiata… a costo di navigare con la sola randa a tre mani di terzaroli.

Mentre sto invergando la vela vedo che non solo non c’è la terza, ma anche che in corrispondenza della prima mano mancano i matafioni, che avrei potuto eventualmente spostare. Risultato: niente uscita in mare e ancora un buco nell’acqua. Finalmente un giorno c’è da provare un bel motorsailer e, a parte che a bordo c’è la famigliola dell’armatore al completo, bimbo compreso, in compenso abbiamo un bel venticello da terra e sottocosta non ci sono onde.

Tutto bene a vela, salvo che la proprietaria si lamentò presto che la barca era troppo sbandata e temeva che il figlioletto soffrisse il mal di mare. Era lei invece al limite della raccata e dovetti limitarmi alle andature larghe, tanto per rientrare c’era da provare la barca anche a motore! Per fortuna il tachimetro funzionava… sfido, era nuovo, ma appena aumento un po’ il gas il proprietario, affollatissimo, mi blocca: “Il motore è in rodaggio, non superi gli Xmila giri mi raccomando. Non in base alla prova, scrissi però che la velocità massima del veliero (con carena a dislocamento) era di xx nodi, desunta dalla ben nota formula di Froude.

Apriti cielo!

Il giornale era ancora fresco di stampa che arriva la telefonata del pubblicitario allarmatissimo perché il cantiere aveva disdetto il contratto di pubblicità sostenendo che la velocità a motore superava del 20% quella calcolata da me e, secondo lui, incautamente pubblicata, danneggiando l’immagine della barca e del cantiere. Anche il danno per il giornale non era trascurabile: una pagina di pubblicità al mese e due per il numero del Salone di Genova. Un eventuale errata corrige, proposto dal pubblicitario, non era stato accettato dal cantiere. Dovetti perciò scrivergli una raccomandata spiegando di come erano andate le cose e proponendo di ripetere la prova. Gli promisi quattro pagine ad una sola condizione: che la prova a motore si sarebbe dovuta svolgere lungo a una delle basi misurate dall’Istituto Idrografico, con a bordo un cronometrista ufficiale della federazione che avrebbe rilevato i tempi: una prova insomma con tutti i carismi del caso.

Evidentemente quella barca non avrebbe mai raggiunto la velocità millantata con il suo motore e il cantiere lo sapeva talmente bene che la riprova non si fece più ma anche il contratto di pubblicità fu definitivamente cassato. Al successivo consiglio di amministrazione i miei soci si lamentarono dei costi elevati sostenuti per delle prove che o non si potevano eseguire o provocavano danni ingenti al nostro bilancio. Volevo buttare la spugna ma il direttore, sostenuto dai pubblicitari, insisteva che le prove erano gradite ai lettori e non si potevano eliminare.

Purtroppo le riviste nautiche, come molte altre nel settore per esempio della moda, si sostengono solo con la pubblicità. Non essendoci altri in redazione in grado di farle mi dovetti adeguare ed arrampicarmi sugli specchi per dire e non dire, elogiare un posacenere piazzato in posizione strategica e la brillante lucidatura del tavolo da carteggio e sorvolare su difetti spesso occulti… Finché venne il giorno, anzi la notte in cui stavo ormeggiando di poppa a una banchina oscurata, aiutato da alcuni volenterosi a cui stavo passando i cavi, quando improvvisamente un lampo di flash m’illumina in pieno viso e il signore gentile mi apostrofa: “E’ lei il sig xy che scrive le prove per la rivista wz?”

“Beh, si”. Non l’avessi mai ammesso….

Fui investito da un diluvio di improperi : “Io ho comprato la barca in base alle sue raccomandazioni… è uno schifo, non governa, le attrezzature di coperta sembrano disegnate da un calzolaio….” e via elencando una filastrocca di difetti. Purtroppo aveva ragione, se non proprio su tutto, certo su alcuni punti fondamentali. Così finì la mia breve carriera di tester: fra i tanti mestieri che ho fatto nella mia vita quello fu il più breve.

E i test della mia rivista cambiarono fisionomia, non più prove ma descrizioni, soprattutto di interni, giacché si scoprì che i clienti potenziali badano più agli arredamenti che alle caratteristiche della barca, influenzati spesso dalle signore, che pretendono magari l’armadio per le pellicce…

Sempre con le dovute eccezioni. Ma anche questa è un’altra storia.

La foto di testata è di prorpietà (©) EliFriulia Helicopter Center di supporto alla “Barcolana”.

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2 commenti
  1. Giacomo Vitale
    Giacomo Vitale dice:

    Gentile Massimo,
    si sa che ogni casa costruttrice e comunque chi fabbrica e vende un oggetto qualunque esso sia, tende ad attirare l’acqua al suo mulino dicendo che il suo prodotto è il migliore ecc… Sta sempre all’intelligenza, alla cultura ed all’informazione di chi acquista verificare scrupolosamente tutto quello che va controllato. Acquistare una barca, specialmente da determinate misure in poi, non è cosa da pochi euro e se chi vende conta balle… sono cavoli amari per chi ci crede…

    Insomma Massimo, come sempre occhi aperti ed attenzione alle fregature.. ce ne sono tantissime in giro.. Chi ha dubbi può anche chiedere a noi di Altomareblu, siamo indipendenti, non abbiamo sponsor e non facciamo pubblicità a nessuno.. quindi assolutamente liberi di dire la nostra semplice e reale opinione… Con altrettanta onestà cercheremo sempre di rispondere alle vostre domande, quando possibile.

    Saluti,
    Giacomo Vitale

  2. Massimo Compagnucci
    Massimo Compagnucci dice:

    Io sono un calzolaio e sono certo che saprei disegnare piani di coperta e non solo migliori di tanti altri…

    Quando si leggono le prove, bisogna leggere tra le righe… guardare le foto, barche completamente appoppate in navigazione, commentate con “ottimo assetto di navigazione..” oppure “intelligente disposizione degli interni” esattamente sovrapponibile a venti altre barche dello stesso genere e dimensione.

    Un giornale vive di pubblicità e a chi gli da da mangiare gli dice babbo… Ma sapete che dall’entrata in vigore del regolamento CE per le barche sono stati ristampati quasi tutti i depliant dei cantieri… con 5 nodi di velocità massima di meno.

    Bisogna essere pazzi a credere ciecamente a quello che si legge…

    Saluti…
    Massimo Compagnucci

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