Sommergibile Nessie – ultima puntata

di Franco Harrauer

Verso le 10.00  l’unità accostò ad una boa a circa due miglia dalla costa su una batimetria di quindici metri fermandosi all’ormeggio. Il mare era tranquillo e la giornata si presentava serena e molto calda, tanto che Francesco ed i due operatori del Comsbin cominciarono a sudare nelle mute che avevano già indossato. Scesero nella stiva e salirono sul mezzo dove Pucciarini e Franco, anche loro già in muta, trafficavano a bordo. “Siamo pronti, potete allagare il bacino“, disse Pucciarini.

L’ordine fu ripreso e trasmesso in plancia e poco dopo l’acqua cominciò ad invadere i doppi fondi della nave, fino a quando il bacino fu sommerso da circa un metro d’acqua e Nessie si staccò dalle taccate iniziando a galleggiare.

progetto sommergibile nessie

Poi tonneggiata con un cavo fuori dai portelloni e ormeggiata a fianco del Quarto dove era stato sistemato uno zatterino. Franco era al poso di guida e Francesco si sistemò dietro di lui accanto a Pucciarini, con gli incursori negli ultimi posti. Chiusa la cappottina trasparente, Franco con l’interfonico subacqueo che collegava i membri dell’equipaggio disse: “Mollate l’ormeggio, siamo pronti per immersione? Francesco stringi bene gli spallacci e la cintura” e stava per dire: indossate le maschere, ma l’ok che sentì negli auricolari gli confermò l’esecuzione dell’ordine impartito, facendogli tornare in mente la sua prima immersione nella vasca di Passignano, quando rischiò di affogare legato al sedile del posto di guida… La sua voce gracchiava cupa e ridicola, come se parlasse entro un barattolo e ciò gli ricordò che non aveva ancora in bocca il boccaglio. “Valvoloni chiusi, apro gli sfiati e le valvole scafo”.

Il sibilo degli sfiati accompagnò la graduale immersione dello scafo che si riempì d‘acqua, procurando una gradevole frescura all’equipaggio. Franco provò il movimento del timone di direzione con il volantino, poi spingendolo in avanti e dietro vide sui fianchi i timoni di profondità che si inclinavano. Memorizzò tutte le manovre riassumendole sinteticamente per Francesco che stava allungando il collo dietro di lui. Francesco attraverso i vetri della maschera e dell’abitacolo vide salire lentamente il piccolo zatterino con Drago e alcuni marinai, vedendo la fiancata del “Quarto” incrostata di vegetazione e poi l’azzurro ed il blu del mare sempre più intenso…

“Quota cinque metri” disse guardando il manometro e poi l’ecoscandaglio. “Dieci metri d’acqua sotto la chiglia, chiudo gli sfiati e do un po’ d’aria alle cassa anteriore e posteriore”.

Manovrò le relative valvole e leve e subito lo scafo si stabilizzò in quota… impartendo l’ordine: “elettrico avanti a cinquanta giri“. Si avvertì un tenue ronzio proveniente dalla poppa e Nessie iniziò a spostarsi nel blu…

L’impressione della velocità era data solo dal rapido passaggio di qualche brandello d’alga oltre i trasparenti della cabina. “Timoni a scendere tre gradi“ ed il blu divenne più intenso. Poi si intravide il pallido grigio del fondo sabbioso. “Riduco motore a 0 e immetto acqua nella cassa di assetto“. Nessie si poggiò dolcemente sulla sabbia del fondo, fermandosi a quindici metri di profondità. “Possiamo uscire“, la voce di Franco risuonò negli auricolari di Francesco. “ Stai attento, nell’allentare gli spallacci, ad essere in galleggiamento neutro, altrimenti schizzi a galla come un tappo”.

Si sentì la voce di Drago: ”l’operatore uno può salire in superficie con l’ascensore. Il due può aprire i contenitori delle attrezzature“. L’ascensore era il curioso nome di un attrezzo che sostanzialmente era rimasto quello usato dagli operatori dei “maiali SLC” durante la guerra. Un semplice rotolo di sagola con un cavo telefonico che il sommozzatore svolgeva mentre saliva in superficie per osservare l’ambiente esterno. Gli sarebbe servito per ritrovare il suo mezzo posato sul fondo, anche nella più completa oscurità. Francesco vide la cappottina aprirsi su di se ed i due operatori uscire dall’abitacolo pinneggiando intorno a Nessie. Uno risalì velocemente in verticale srotolando la sagola guida, l’altro aperto un contenitore laterale, ne estrasse un sacco di tela gommata che custodiva delle attrezzature ed un piccolo e compatto trainatore elettrico con il quale fece un giro attorno a Nessie.

Tutti erano ormai fuori e Franco fece cenno a Francesco di prendere poi il suo posto di guida.

Visto adagiato sul fondo attraverso l’acqua chiara, Nessie sembrava veramente un terribile mostro marino in agguato. Quando ad un segnale di Pucciarini tutti si risistemarono a bordo, Franco che per primo aveva innestato la spina dell’interfonico , sentì la voce del numero uno che dalla superficie, prima di rientrare, diceva:

“Siano a cinquecento metri dal “Quarto” che ho rilevato per 120°. Chiudo e rientro. Quando tutti furono a bordo, compresa la “civetta“, Franco chiuse la cappottina dell’abitacolo e sistemato dietro a Francesco disse: “Metti le mani sulle due leve color rosso e verde, apri un po’ d’aria alla cassa d’assetto di prora color verde, poi dai due tacche sul comando del motore elettrico. Oltre a due gradi al timone per salire“.

Francesco eseguì e Nessie si mosse lentamente lasciando il fondo e salendo dolcemente verso la superficie che sembrava un soffitto d’argento… “adesso, stabilizza la quota a dieci metri, timoni a 0°, aumenta la velocità a 100 giri, mantenendoti in rotta sempre per 90°. Tieni sempre d’occhio il variometro ed il manometro di profondità…

10 metri, 8 metri, 5 – 4…  l’acqua si faceva sempre più chiara – 2 metri, “timoni a 0° – ecco ci siamo!“. Francesco vide il cielo azzurro che si apriva sull’abitacolo grondante dall’ acqua… Nessie era in affioramento, ma il suo snorkel ed i tubi di scarico erano già fuori. “Aprì i valvoloni con le leve a sinistra – apri le valvole di scarico a scafo e gli sfiati, dai i contatti – metti in moto i termici”…Capisco che con tutte queste leve e comandi preferiresti essere un polipo!!

Francesco reagì a quella valanga d’ordini un po’ impacciato, ma sufficientemente veloce, mentre il rombo dei due BPM scuoteva lo scafo. “Innesta la marcia avanti e dai progressivamente tutto gas, flaps giù”.. Franco si era levato la maschera e la sua voce adesso risuonava forte e chiara. Francesco spinse gradatamente la leva del gas e sentì lo scafo accelerare mentre usciva pesantemente dall’acqua che calava velocemente attorno a lui, che in breve si trovò all’asciutto. Con una mano si levò la maschera, mentre con l’altra teneva il volantino.

Adesso lo scafo era tutto fuori dall’acqua e la velocità si faceva sentire.“Ora flaps a 0°, guarda lo speedometro… Siamo già a venticinque nodi.. Dopo pochi secondi Nessie si avventò verso la lontana costa a quaranta nodi.

Francesco si sentiva a suo agio in piena velocità con lo scafo quasi tutto fuori dall’acqua.. era una sensazione esilarante e meravigliosa, che gli ricordò quel lontano 1945 quando pilotava il suo MTSM tra le isole della Dalmazia.. Già la Dalmazia… adesso avrebbe dovuto ritornarci con quel mostro sotto il sedere.

Francesco provò un paio di virate e su suggerimento di Franco, senza rallentare, azionò il flap all’interno della virata con il risultato che il raggio di girazione era molto più ridotto, senza rallentamenti e senza derapare. Dopo un paio d’ore di evoluzioni e manovre in superficie e subacquee Franco riprese i comandi e ricondusse Nessie presso il “Quarto” che attendeva con il portellone aperto ed il bacino allagato.

Non appena il mezzo fu portato a marcia indietro nella stiva iniziò la manovra di esaurimento del bacino e Nessie, assistita dai due sommozzatori, posò nuovamente la sua chiglia sulle taccate rimanendo poco dopo all’asciutto. Mentre il “Quarto” nel pomeriggio rientrava al suo ormeggio presso 1’isola di S. Pietro, dove attendeva la motobarca, Franco, Francesco, Drago, Pucciarini ed i due operatori che, dopo essersi levate le mute ed aver fatto una doccia, erano seduti a tavola nel piccolo quadrato della nave, ospiti del Comandante.

Il cuoco aveva preparato una enorme terrina di rigatoni che furono “fatti fuori” rapidamente… La massiccia iniezione di carboidrati fece considerare ai presenti la vita sotto un’angolazione più rosea e Pucciarini, al caffé, filosoficamente pontificò: “non so dove dovete andare con questo mezzo, né lo voglio sapere, ma credo che sia affidabile e possa riportarvi a casa… e Harrauer è della mia stessa opinione.

Certo, anziché andare a sfottere la mazzarella a San Gennaro, sarebbe stato meglio per tutti adoperare Nessie per fare del turismo subacqueo.. Purtroppo non è così e le guerre scoppiano non perché costruiamo armi e mezzi per offendere, ma perché qualcuno pensa di risolvere i suoi problemi con questi mezzi e se non li ha a portata di mano, fa le guerre lo stesso con la violenza e la prevaricazione commerciale.

Il rumore dei tre diesel si attenuò e Francesco udì degli ordini in coperta, guardò fuori dall’oblò del quadrato ed il “Quarto”, arrivato a ridosso dell’isola di S. Pietro, stava prendendo l’ormeggio al suo corpo morto. Il sole era ormai tramontato dietro ai lontani monti della Basilicata, bassi ed ondulati verso il cielo che trascolorava dal rosso al turchino annunciando l’ imminente notte. Il faro dell’isolotto di Sestrice, ammiccava gli ultimi suoi bagliori prima dell’alba. Francesco, in piedi sul dorso di Nessie, rilevò la sua posizione a Sud dell’isola Kornat per 0° Nord . “Nessie“ era ferma sul mare tranquillo a circa 20 miglia dalla catena di nudi isolotti calcarei antistanti la lunga isola dell’Incoronata.

L’isola si intravedeva bassa sull’orizzonte, stagliata come il dorso di un lungo mostro marino appena affiorato. Le primissime luci dell’alba rivelavano dietro l’isola il profilo delle Alpi Dinariche. Un debole ed intermittente bip bip fece capire a Francesco che un radar jugoslavo, al limite della sua portata lo stava rilevando.

Era ora di immergersi e di di fare perlomeno oltre dieci miglia in affioramento, osservo’ con la bussola da rilevamento, come punto cospicuo la cima dell’isola di Lavsa, che conosceva bene ed impostò una rotta di 90°, che lo avrebbe portato nel canale tra Lavsa e Gustac. Si sedette nuovamente sul sedile di guida, chiuse sopra di se il portello di plexiglass e rivolto ai tre operatori seduti dietro di lui disse nell’interfono: ”Ragazzi procediamo in affioramento per una decina di miglia, tirate fuori pane e mortadella. Vi avviso per tempo quando è ora di mettere le maschere“. Rimise in moto i motori con i silenziatori attivati e aprendo le casse di assetto si portò in affioramento procedendo a dieci nodi in direzione Est. Sembrava un grosso cetaceo con il dorso appena sopra la superficie del mare e il sommesso mormorio dei suoi motori sembrava il suo respiro.

I grandi occhi neri sempre sorridenti di Consuelo erano tristi quella mattina all’aereoporto di Genova, quando Francesco si imbarcò sull’ onnipresente Heron dell’Itavia che lo avrebbe trasportato a Roma e poi a Pescara.

“Devo star via una settimana al massimo”, aveva detto abbracciandola, ma in quegli occhi che amava tanto aveva letto l’ansia ed il timore che aveva provato già ogni volta che partiva per una missione. Invece per suo padre a sua madre non c’era stato bisogno di bugie o silenzi. Per loro Francesco era sempre un marinaio ed essi avevano accettato senza commenti o spiegazioni che si trattava di un normale richiamo per addestramento ed aggiornamento, ma gli occhi di sua madre erano uguali a quelli di Consuelo.

Dopo un paio di ore l’ aereo, con Francesco unico passeggero, atterrò all’aeroporto di Pescara dove era ad attenderlo con un taxi, uno degli incursori che aveva conosciuto a Taranto.

Il giovane era in borghese, così come Francesco ed osservandosi di sfuggita in una vetrata dell’aeroporto che rifletteva la sua immagine con quella del suo accompagnatore, come altre volte aveva fatto, pensò che un militare può vestirsi come vuole, sarà sempre goffo ed impacciato in abiti nei quali non è abituato a vivere.

Arrivati al porto canale si imbarcarono su una motovedetta della Capitaneria che li attendeva e li portò a bordo del “Quarto”, ancorato un paio di miglia dalla costa. Sulla nave li attendeva Drago con gli altri due operatori. Il sommesso rumore dei diesel ed il familiare clangore della catena che salpava l’ancora, fece capire a Francesco che la nave si stava muovendo e mentre salutava Drago e il comandante dell’unità, si sentì nuovamente in mare con la mente distaccata da tutti i pensieri “terrestri“.

“Il mezzo è in ordine, rifornito con tutto il carico delle attrezzature necessario all’operazione”, esordì Drago nel piccolo quadrato sul cui tavolo era stesa una carta particolareggiata dell’arcipelago delle Incoronate. L’ equipaggio di Nessie si era riunito per le ultime istruzioni ed aggiornamenti dopo aver consumato una leggera colazione. “Navigheremo per 25° con il “Quarto” sino a circa sessanta miglia fino a questo punto…”

Il “Quarto” con le sue alte e inconsuete sovrastrutture è un buon bersaglio radar ed in questo punto il radar jugoslavo dell’isolotto di Jabuca potrebbe rilevarci su una rotta inusuale. Da Pescara non vi sono linee di traghetti con questa rotta per Zara. Ve ne è invece uno stagionale da Pescara a Primosten. Quindi non vale la pena di metterli in allarme con una rotta sospetta.

Così a quaranta miglia dalle Incoronate proseguirete da soli e da una decina di miglia in poi procederete in affioramento perché sappiamo che potreste essere visti dal radar di Zirie. Comunque, dopo procederete in immersione per trovare un ancoraggio base in qualche isoletta disabitata. L’ancoraggio è ad immersione poggiati su un fondale che vi permetta di lasciare il mezzo sul fondo e proseguire la ricognizione a nuoto o a piedi.

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L’obiettivo è la base in caverna dell’isola di Kornat che pressappoco è qui, disse.

Drago indicò un punto sulla carta che Francesco notò essere molto vicino a Lavsa”. Il briefing durò ancora per un paio d’ore, poi Francesco e gli operatori andarono a riposare. Alle 04,30 si sarebbero diretti a 40 nodi, per 30° verso il loro obiettivo. Ora Nessie navigava in immersione a dieci metri e Francesco, attraverso i vetri della sua maschera ed il plexiglas della cappottina scorgeva in alto la superficie calma del mare, già illuminata dai primi raggi del sole. La batimetria, quasi costante di cento metri , era salita rapidamente con sbalzi irregolari dovuti alla natura rocciosa del fondale a valori di 50/30 metri. Improvvisamente Francesco vide l’indice dell’ecoscandaglio balzare bruscamente a 15 metri e contemporaneamente vide innanzi a se lo spettrale biancore di grandi rocce. Rallentò la velocità e scelto un grande lastrone pressoché orizzontale, vi atterrò sopra; erano 14 metri di profondità.

Dopo aver appesantito il mezzo disse mediante l’interfono: “Ragazzi state buoni che vado su a dare un’occhiata”. Apri’ il portello della cappottina sganciandosi dagli spallacci. Quando giunse a meno di mezzo metro dalla superficie, trattenuto dalla sagola dell’ascensore, si mise in ascolto nel caso ci fosse qualche imbarcazione in avvicinamento. Guardò giù e sul fondale vide la sagoma di Nessie adagiata sulla grande roccia. Mise cautamente la testa fuori dall’acqua eseguendo un rapido giro d’orizzonte e toltosi il boccaglio respirò profondamente e con piacere l’aria pura. Si rese subito conto di essere nel canale tra Jadra e Lavsa a meno di cinquanta metri dalla costa rocciosa di quest’ultima. Alla sua sinistra la piccola Panitula, rilevò la rotta del canale per 30°. Tutto era calmo ed assaporò il profumo di lentisco e della ginestra che una lieve brezza portava a lui.

Si rimise il boccaglio e ridiscese nuovamente verso il fondo. Chiuse il portello trasparente e assicuratosi al sedile, prese una carta particolareggiata sigillata entro una busta trasparente e tracciò con una matita a cera una nuova rotta. Dopo quindici minuti e dieci secondi per 30° a 4 nodi avrebbe virato di 120° per altri dieci minuti, fino a virare per 210° e trovarsi dopo 11′ e 10” dentro la piccola baia all’interno dell1isola di Lavsa, il tutto sempre a 10 metri di quota.

Un capolavoro di navigazine piana e sottomarina da manuale, se fosse riuscito!

Per fortuna l’acqua era molto chiara e permise anche un po’ di navigazione a “vista“ tra le rocce e dopo 40 minuti e 30 secondi Francesco fece atterrare Nessie su un morbido letto di sabbia a 10 metri di profondità. Ritornò in supeficie con l’ascensore e messa prudentemente la testa fuori dall’acqua vide con soddisfazione che il capolavoro di navigazione subacquea era perfettamente riuscito ed era all’interno della piccola baia.

Sembrava tutto tranquillo e deserto dopo un’attenta osservazione. Lasciò il tamburo di avvolgimento dell’ascensore che era galleggiante e dopo essersi levata la maschera nuotò lentamente verso la spiaggia, osservando la baia che era come un profondo cratere aperto verso Nord Est. Appena sentì sotto di se la sabbia si levò le pinne, il sacco del respiratore e si alzò in piedi. Il silenzio era totale, solo qualche gabbiano illuminato dal sole strideva rauco in alto rientrando al suo nido.

Camminando verso le rovine della casupola in pietra, che era il comando della sua spedizione nel 1945, scorse il fico sotto il quale aveva dormito spesso. L’esplosione del deposito in caverna dei siluri e delle bombe di profondità aveva demolito la piccola costruzione e troncato quasi di netto il fico che però non era morto ed era rifiorito più forte di prima dopo quindici anni. Francesco ne colse un frutto e il suo pensiero andò ai giorni ed alle notti trascorsi sull’isola con gli uomini dei barchini esplosivi e con il suo MTMS che giaceva ora in fondo alla baia distrutto e affondato dal tiro di un aereo tedesco. Non era ora di ricordi e la sotto in mezzo alla baia i suoi uomini stavano ancora respirando ossigeno.

Ritorno sulla spiaggia immerse nell’acqua bassa il suo respiratore e percosse con la lama del suo pugnale quattro volte l’acciaio della bombola… era il segnale per far risalire gli uomini. Di li a poco tre teste emersero in un punto in mezzo alla baia e tre uomini nuotarono verso la breve spiaggia uno di essi era rimorchiato da un piccolo trainatore elettrico ed aveva con se tre grosse sacche impermeabili.

Dopo parecchie ore di respirazione ad ossigeno gli uomini avevano solo bisogno d’aria pura e d’acqua per rinfrescare la gola arsa. Francesco ricordò una piccola fonte dietro le rovine della casa in pietra. Un silenzio profondo regnava nella piccola baia serrata tra le pareti rocciose, mentre si udiva solo il sommesso rumore della lieve risacca contro la sabbia. Il sole era già alto nel cielo azzurro e solo ad Est imponenti nembo cumuli torreggiavano sopra le Alpi Dinariche e sotto di essi si sentiva il brontolio dei primi temporali estivi, mentre gli uomini preparavano le attrezzature per la ricognizione.

Il Sottotenente di Vascello Mirko Stanich era arrivato da poco con la sua motosilurante alla nuova base in una caverna dell’isola di Kornat. La sua unità era la penultima della squadriglia che, normalmente distaccata a Sebenico, era stata destinata in avvicendamento alla nuova base operativa denominata “A3”.

Era veramente qualcosa di straordinario la nuova base scavata nelle dura roccia calcarea dell’isola, nel punto dove essa era più stretta, consisteva in una lunga e ampia galleria di seicento metri che attraversava l’isola da un versante all’altro con un percorso a zig zag. Da essa si diramavano altre gallerie laterali che immettevano in due enormi caverne capaci di ospitare almeno dieci o quindici unità ciascuna. Uno di questi bacini era dotato di un carroponte da cento tonnellate capace di sollevare e mettere all’asciutto le motosiluranti per le riparazioni ed il carenaggio. Altre gallerie minori ospitavano gli alloggi per gli equipaggi, le mense ed i servizi, il comando e la centrale operativa, le officine, i depositi dei siluri e dei missili. Insomma, un vero arsenale, una città munita di tutti i “comfort“ per millecinquecento uomini che vi erano destinati, oltre i servizi a terra anche per gli equipaggi o almeno così l’Ammiragliato di Spalato riteneva.

Mirko sapeva che il suo equipaggio non era d’accordo sul concetto di comfort e sulla sua realtà. Ai giovani marinai la vita sotterranea non piaceva anche se palestre e cinema erano a loro disposizione. I ragazzi non vedevano l’ora che il turno di un mese finisse per essere sostituiti da un‘altra squadriglia e rientrare cosi a Spalato o Sebenico, dove la vita era confortata dalla presenza delle belle ragazze dalmate e da tutte le attrattive e tentazioni della città.

Passeggiava lungo la banchina del bacino numero due Mirko, mentre la grande volta di roccia illuminata da potenti luci riverberava il forte rumore di una motomissilistica tipo “Osa ”, che stava manovrando per ormeggiarsi con la poppa in banchina. Era la “107” del suo amico Mirko, a conoscenza che le manovre dovevano essere ridotte al minimo, perché i capaci aspiratori del sistema di ventilazione, progettati anche per far fronte alla polluzione radioattiva, non erano in grado di smaltire in tempo i gas di scarico dei grossi motori diesel “M 50 A” da 4000 Cv ciascuno; anche perché i motori russi non eccellevano per qualità ecologiche e gli iniettori erano ricambi non sempre disponibili. Quindi ogni colpo di acceleratore era una pestilenziale fumata nera. L’unità, lunga quaranta metri, alla fine spense i suoi tre motori e fu tonneggiata in banchina con l’ironico aiuto dei marinai delle unità vicine. Mirko salutò il comandante suo compagno di Accademia appena questi balzò in banchina e gli rispose dicendo: Ciau Marko, ci vediamo per cena in sala mensa? Pare che dopo ci sia un buon film. Vado a fare quattro passi e penso che tu, dopo una buona doccia, voglia riposare un po’… Complimenti per la manovra, disse ridendo e mentre si avviava verso il tunnel di Ponente incrociò un paio di ufficiali sommergibilisti.

Strano, ma aveva sentito dire che circa mezzo miglio a Nord vi era una nuova base per i sommergibili costruita in caverna con gli stessi criteri della “A 3”. Strano pensò Mirko che conosceva palmo a palmo l’isola, poiché non aveva mai visto un ingresso di gallerie, sia pur mimetizzate a dovere e non ne aveva mai sentito parlare, anche se i sommergibilisti erano un’altra razza… sempre muti come i pesci e forse come i pesci avevano le loro tane sott’acqua…

Arrivò alla galleria Sud di accesso e la percorse sulla banchina laterale per tutta la sua lunghezza sino al gomito che faceva prima di sboccare al mare. Scorgeva già il chiarore della luce esterna e l’acqua del canale era di un azzurro smeraldo, lasciando vedere il fondo roccioso sul quale correvamo frotte di grigi e veloci muggini. Salutò la sentinella che armata di un vecchio “Kalashnikov AK 47” con il calciolo scheggiato, abbozzò un approssimativo saluto. Già, il vecchio “Kalashnikov, come le motosiluranti Osa e Shershen, tutto materiale vecchio e residuato che l’alleato rifilava alla Marina Jugoslava e che faceva pagare a caro prezzo: fu l’amara riflessione di Mirko.

Chi sa se i marinai italiani si trovano nelle stesse condizioni. Molte volte li aveva visti filare a tutta velocità con le loro motosiluranti al limite delle acque territoriali, dall’altra parte opposta dell’Adriatico, sulle vecchie Vosper inglesi o sulle Higgins americane, residuati bellici lasciati dagli alleati. Probabilmente la prossima guerra sarà tra ‘poveri‘, prima che intervengano i ricchi. Però Mirko sapeva che la Marina Italiana aveva allo studio un velocissimo aliscafo lanciamissili, cosa che la Jugoslavia non poteva permettersi per la mancanza di motori potenti del tipo gas turbina e sapeva che i nostri vecchi “M 50” Zwedza erano motori russi copiati dagli “Isotta Fraschini Asso Mille” dei vecchi MAS italiani.

Il giovane ufficiale camminava pensieroso ed i suoi passi risuonavano con uno strano eco restituito dalla volta rocciosa della galleria. Mirko notò che dopo il suo precedente turno alla base, i bordi del canale in galleria erano stati protetti da un grosso profilato in gomma nera che in funzione di respingente o paracolpi, serviva a proteggere i fianchi delle siluranti che, a bassa velocità, non sentivano molto il timone e avevano tendenza a zigzagare. Ricordò con un sorriso che, proprio il suo amico Mirko in una uscita su allarme, aveva squarciato una buona meta della sua “107 “ed aveva dovuto poi pagare da bere a tutta la squadriglia. Arrivò lentamente sino alla imboccatura della galleria e rimase abbagliato dalla luce del sole. Davanti a lui l’isola di Lavsa con il canale di Gustac e Kasela ed il passaggio verso il mare aperto, che avrebbe dovuto percorrere a tutta velocità, di notte o di giorno per attaccare gli obiettivi italiani… Un giorno che si augurava non venisse mai!

Il mare era calmo come l’olio ed una leggera corrente entrava nel tunnel per uscire sull’altro versante dell’isola. A quel punto, nel silenzio rotto solo dallo sciacquio del mare e dal rauco grido di qualche gabbiano, il suo orecchio percepì un rumore di bolle d’aria che salivano in superficie con un lieve gorgoglio Mirko notò che la superficie calma era turbata da un lieve movimento in un punto vicino alla rete parasiluri. Vide tra i riflessi abbaglianti della luce una specie di leggera scia ed una forma oscura che si inoltrava nella galleria sfiorando il fondo roccioso.Forse anche i pesci avevano trovato un comodo passaggio per passare da un versante all’altro dell’isola. Francesco era arrivato con uno dei suoi sommozzatori innanzi alla rete parasiluri che chiudevano l’imbocco Sud della galleria di accesso alla base. Era a quindici metri di profondità ed aveva nascosto il trainatore elettrico in un anfratto poco distante. Era partito da Lavsa con l‘operatore Bardelli circa un’ora prima e con il trainatore. Un po’ in superfice ed un po’ in immersione aveva percorso le due miglia che separano l’isola da Kornat. I suoi altri sue operatori, parallelamente avrebbero dovuto fare una ricognizione in superficie, cioé raggiungere l’isola con l’altro trainatore, sbarcare e rilevare altre gallerie ed eventuali accessi, sfoghi d’aria, prese di ventilazione, postazioni di sorveglianza e difese in superficie.

A metà del percorso una motosilurante jugoslava aveva aiutato Francesco ad individuare l’ingresso della galleria. La grossa unità grigia, del tipo “Shersen”, con la sigla “107” scritta in rosso sulla fiancata, proveniva da Nord ed a lento moto, molto rasente alla costa rocciosa a picco. L’unità aveva puntato, senza rallentare, la prua verso le rocce ed in un attimo era sparita, giusto il tempo per scorgere una rete mimetica che si apriva e di richiudeva, ma in quel breve lasso di tempo Bardelli, con l’obiettivo appena affiorante, aveva scattato una serie di foto con la sua speciale macchina fotografica da una distanza non inferiore ai cento metri. Francesco aveva rilevato la posizione e poi con il suo compagno si era immerso per proseguire. Quando stimò di essere ad una ventina di metri, sempre rasente la parete rocciosa, si immerse a dieci metri e scorse la rete che scendeva sino al fondo. Era arrivato allo sbarramento, l’acqua era molto chiara e bisognava operare in profondità. Scese con Bardelli e passò sotto la pesante rete metallica con l’ausilio del paranco alza reti. Fu a quel punto che la corrente lo trascinò verso la superficie, mentre tentò di afferrarsi alla rete, ma prima di fermasi, dopo aver rilasciato un po’ d’aria dal sacco polmone, pinneggiando velocemente, ebbe l’impressione di essere affiorato in superficie o perlomeno che qualcuno avesse notato le bolle d’aria. Poi proseguì lentamente, quasi strisciando sul fondo seguito dal suo compagno. Dopo un centinaio di metri, all’altezza del primo gomito, Bardelli emerse per scattare altre foto mentre Francesco prendeva note delle dimensioni geometriche del tunnel.

Francesco e Bardelli in esplorazione...

La corrente era diminuita ma li aveva favoriti nell’avvicinamento e guardando in su scorse in superficie una cassetta semi sommersa che la corrente spingeva verso una galleria laterale. Pinneggiò verso la superficie ed infilò la testa nella cassetta da verdura che galleggiava capovolta, aprì la valvola del boccaglio e respirò un po’ d’aria fresca… sapeva di pomodori… Attraverso le assicelle di legno vedeva bene davanti a se e pensò che la cassetta era meglio della reticella con alghe finte che portava in testa e lasciandosi trascinare dalla corrente, vide che entrava in una grande caverna laterale. Era uno dei bacini principali contornato in parte da banchine sulle quali vi era una intensa attività. Era nella tana del lupo!

Vide non meno di dieci motosiluranti ormeggiate di poppa ed un via vai di marinai e tecnici. L’immensa caverna era illuminata da potenti lampade appese alla volta rocciosa. Si tenne in affioramento sempre con la cassetta in testa, molto vicino alla prua delle unità, quasi in ombra ad esse. Sul fondo della caverna, sul lato Est, vi era una darsena laterale dalle dimensioni di una motosilurante e sormontata da un potente carroponte al quale era sospesa una unità in attesa di carenaggio. Alcuni marinai lavavano la carena con potenti getti d’acqua e di vapore in attesa di poterla pitturare con l’antivegetativa. Un paranco elettrico monorotaia percorreva il cielo della banchina proveniente da una galleria laterale ed appeso ad essa Francesco vide un missile superficie /superficie russo, tipo Stinx, che veniva portato verso una unità per l’imbarco. Francesco teneva costantemente d’occhio la bussola al polso ed il cronometro… era ormai passata circa un’ora da quando era entrato nella base ed aveva perso il contatto con Bardelli.. Sapeva che alle 16,50 doveva trovarsi fuori dalla rete di ingresso Sud per recuperare l’operatore e rientrare a Lavsa con il trainatore.

Ormeggiato alla parete rocciosa, lato opposto della banchina, vide con meraviglia un nero sommergibile di tipo mai visto. Aveva una sagoma anticonvenzionale di circa una ventina di metri di lunghezza; probabilmente era di un nuovo tipo molto veloce e la Marina jugoslava aveva le sue buone ragioni per tenerlo nascosto…

L’uomo in borghese che aveva conosciuto durante l’ultima riunione a Capo San Vito, sarebbe stato molto interessato alle sue fotografie. Piano piano si spostò verso l’uscita del bacino e raggiunta la galleria principale, vide che dall’altro lato vi era un altro bacino presumibilmente uguale. Fu in quel momento che sentì Bardelli vicino a se. L’operatore era sotto di lui e quando Francesco chiuse la valvola del boccaglio e mise la testa sott’acqua, vide che l’incursore gli faceva segno di tutto bene e lo inviò a fotografare il sommergibile raccomandandogli a gesti di fotografare l’elica.

Sempre con la cassetta sulla testa si affacciò al secondo bacino e vide altre otto motomissilistiche tipo Osa ed una novità decisamente più moderna che attrasse la sua attenzione. Fece un cenno a Bardelli che era ritornato presso di lui e pinneggiando lentamente attaccato alla sua cintura si spostò sotto la prua di una OSA che stava quasi di fronte all’unità sconosciuta ed ormeggiata alla banchina opposta. Bardelli scambiò il comodo posto di osservazione (la cassetta dei pomodori) con Francesco e scattò rapidamente una serie di fotografie, ritornando sotto la pancia di Francesco. Ormai avevano visto abbastanza e la fatica si faceva sentire, si immerse quasi sul fondo pinneggiando con regolarità ed avviandosi con l’operatore verso l’imbocco Sud. Adesso la corrente di marea li favoriva nuovamente.

Erano le 20.00 quando Francesco sentì sotto di se la sabbia della piccola spiaggia dell’isola di Lavsa. Era sfinito e Bardelli che lo aveva preceduto di poco, dopo aver tirato a secco il trainatore che li aveva portati fino all’isola, lo aiutò ad uscire dall’acqua e togliersi il respiratore, le pinne e la muta. La baia era già in ombra e Francesco si stese sulla sabbia ancora calda.. era rimasto in maglietta e calzoncini e stava lottando contro il sonno e la stanchezza battendo i denti per il freddo. Bardelli, aperto uno dei sacchi contenitori che aveva nascosto prima della partenza d cui tirò fuori una coperta termica nella quale, dopo avergli fatto ingerire un paio di tavolette di destrosio, avvolse Francesco stesso sotto il suo vecchio fico. Gli altri due operatori, dopo mezz’ora rientrarono, anche loro molto provati. Bardelli, che era l’anziano del gruppo, decise che tutti dovevano riposare e che la mattina dopo si sarebbe deciso il programma di ricognizione. Verso le 02.00 Francesco si svegliò di colpo, buttando automaticamente un’occhiata al cronometro e poi dopo alcuni secondi si rese conto dove si trovava. Accanto a lui sentiva russare sonoramente il suo equipaggio.

La luna piena illuminava la baia e la calma superficie dell’acqua sembrava d’argento vivo. Sentendosi riposato si alzò per sgranchire le ossa indolenzite. In uno dei contenitori trovò un paio di dolci alla frutta candita e una barra di cioccolato che addentò con piacere. Il silenzio e la luna lo indussero ai ricordi. Passeggiò un po’ sulla siaggia osservando l’acqua tranquilla e rivide il suo “secondo“, l’impareggiabile Capo Patané, che esclamò il suo eterno “minchia Signor Tenente”, quando sbarcato per primo su quella spiaggia si trovò circondato dai mitra dei partigiani croati di Mc Person. Rivide i due barchini espolosivi MTM ed il suo motoscafo silurante MTSM schierati e pronti su quella spiaggia per partire per la missione nel canale di Pasman contro il convoglio tedesco. Poi andò alla fonte, ne bevve con piacere l’acqua fresca e dopo essersi lavato si mise in cammino per il ripido sentiero appena tracciato tra le ginestre verso la sommità dell’isola.

Man mano che saliva l’orizzonte dietro di lui si allargava. Ad un paio di miglia l’isola di Kornat lunga, stretta, ondulata come un serpente e spettralmente bianca di calcare, con i suoi segreti nel suo ventre… Lontano il faro di Smovika con la sua intermittente luce. Più su vide Jadra e le isole deserte con i loro strapiombi sul mare. Giunto in cima ritrovò il breve pianoro di una sessantina di metri che sgombrato dai suoi più grossi ostacoli aveva permesso l’atterraggio ed il decollo dello Stork del tenente Lauri. Nulla era cambiato.. a terra trovò alcuni bossoli calibro nove sparati da lui, da Patané o da Mc Pèrson in estrema difesa prima di decollare con Lauri. Poi ,verso il ciglione che termina in uno sprofondo sul mare trovò un tumolo con una rozza croce in legno: Major H.L. Mc Person R.M. lesse a malapena e scorse una bottiglia con il collo rotto che fungeva da vaso per un fiore rinsecchito da tempo. La sollevò e alzandola verso la luna vide stampigliato sul vetro J&B, il whisky preferito dal maggiore. Francesco sedette su un masso vicino alla tomba e posò i due avambracci appoggiati sulle ginocchia. Fu in questa posizione che Bardelli lo trovò un paio d’ore dopo. “Comandante, finalmente la trovo, sono quasi le cinque”.  A quelle parole Francesco si risvegliò di soprassalto e si alzò in piedi sussurrando: “Grazie per avermi svegliato Bardelli“.

L’alba si preannunciava con un diffuso chiarore rossastro dietro le lontane montagne dalmate.. “Comandante, ci sono elle novità, forse vale la pena dare un’altra occhiata all’isola di Kornat, perché Mariotti e Piras che ieri erano in ricognizione, credono di aver trovato un’altra “tana“.. questa volta di un sommergibile! “Bene Bardelli, scendiamo giù e prepariamo un’altra missione prima di rientrare al Quarto“. Dopo dieci minuti erano tutti quanti riuniti dietro le rovine della casetta di pietra.

Ormai era quasi giorno, fecero una strana colazione con le razioni energetiche dell’ U.S. Marine Corps, bevendo un forte caffé, per fortuna italiano, commentò Piras e scaldato su un piccolo fuoco di sterpi. Mariotti fece la sua relazione. “Comandante, questo è il rilievo sommario dell’isola sopra la base“, disse indicando alcuni punti su una carta nautica a grande scala sigillata dentro ad una busta trasparente. “Abbiamo notato solamente due grandi “camini“ di sfiato molto ben mimetizzati. Ce ne siamo accorti solo quando abbiamo sentito puzza di nafta ed il ronzio dei ventilatori. In superficie non c’è nulla salvo un paio di sottili antenne ed una parabola direzionale rivolta verso Est. Probabilmente un ponte radio con Sebenico… Abbiano visto una motosilurante proveniente da Nord entrare nella galleria Sud sotto di noi, ma l’ingresso era sotto il costone a piombo e non l’abbiamo potuto osservare“…

ingresso-base-A3-isola-Rornati-nordSulla costa Nord-Est abbiamo visto una strada sterrata ed osservandola con il binocolo non abbiamo notato alcun traffico, salvo il passaggio di una specie di Jeep, forse in pattuglia di sorveglianza. La strada nasceva da una galleria e seguendo la costa Nord-Est, spariva dietro un’altura. Poi, ancora più a Nord, dove l’isola si ingrossa e forma una piccola insenatura con la bocca rivolta a Sud, abbiano visto distintamente un piccolo sommergibile nero di circa una ventina di metri di lunghezza fermo in mezzo alla baia. Eravamo a circa due miglia di distanza, ma osservandolo con il binocolo abbiamo visto che in acqua attorno al battello vi erano un paio di sommozzatori. Improvvisamente il sommergibile si immerse assieme a gli operatori subacquei. Abbiamo atteso più di mezz’ora osservando attentamente lo specchio d’acqua e l’altura sovrastante, ma non abbiamo notato alcunché si strano. Forse c’era una galleria subacquea ed un collegamento stradale in superficie, con la base delle motosiluranti, osservò Mariotti. E’ molto interessante, disse Francesco, sorseggiando l’ultima tazza di caffé, soffocando il piccolo fuoco con della sabbia… Vale la pena dare un’occhiata prima di lasciare la base.

“Bardelli, riuniamo le attrezzature e mi raccomando, non dobbiamo lasciare la minima traccia“… Poco dopo, quattro uomini entravano in acqua dalla spiaggia e indossati i respiratori a rimorchio dei loro trainatori, si portarono sulla verticale di “Nessie” e si immersero. Francesco per ultimo diede un’occhiata circolare alla baia ed in silenzio, con un minimo movimento d’acqua raggiunse i suoi uomini che lo attendevano dieci metri più in basso. La baia era tornata nel silenzio e la superficie dell’acqua si rifletteva nel cielo azzurro… solo alcune bolle d’aria risalirono pigramente in superficie.

A dieci metri di profondità Francesco lo vide ormai ricoperto di alghe e vegetazione, ma lo riconobbe anche squarciato dall’esplosione e diviso in due tronconi. Era il suo MTSM 455 che riposava da quindici anni in fondo alla baia di Lavsa. Pinneggiando lentamente ne fece il giro, non cedendo alla tentazione di raccoglierne un piccolo pezzetto da riportare in Italia. Anche la 455 faceva parte della sua vita segreta. Ormai una doppia vita, i cui ricordi dovevano essere custoditi nel profondo dell’anima e del cuore, forse sino ad essere dimenticati. A bordo Francesco trovò i ragazzi già sistemati ed avevano già chiuso i trainatori e le sacche con le attrezzature negli appositi contenitori laterali, mentre attendevano ordini seduti ai loro posti.

Verificato lo stato delle batterie e la pressione dell’aria compressa, mise in moto il motore elettrico dopo aver esaurito la cassa che aveva tenuto Nessie posata quietamente sul fondo. Con un paio di manovre fece ruotare il mezzo di 180°, uscendo in immersione dalla stretta bocca della baia e navigando per un paio di miglia in direzione Nord-Ovest. Dopo quindici minuti, tenendosi su una batimetria costante, stimò di essere sul posto indicato da Mariotti. Non era prudente affiorare, oppure mandare su la civetta, se come sembrava, potevano esserci degli operatori subacquei in zona. Quindi, trovato un fondo sabbioso a ridosso di una grande roccia, vi si posò. Fece tirare fuori il trainatore di Mariotti ed assieme a lui si portò prudentemente vicino alla superficie. Per un attimo Mariotti mise fuori la testa, diede una occhiata circolare, poi fece cenno a Francesco che si poteva proseguire ancora verso Nord, perché erano appena all’imbocco della piccola baia che lui aveva osservato. Proseguirono rasentando la costa dell’isola per un centinaio di metri. Un fondo sabbioso era coperto qua e la da estese macchie di posidonie, ma dal lato dell’isola un caos di lastroni di calcare saliva quasi verticalmente sino alla superficie. Poi Francesco vide sul fondo una grande platea di cemento con quattro ordini di rotaie che si perdevano alla vista verso Nord. Nascose il trainatore dietro un grosso cespuglio di gorgonie e si mise a seguire le rotaie che salivano dolcemente come un piano inclinato verso la superficie, ma le rotaie non arrivavano in superficie. Infatti, a circa venti metri di profondità, imboccavano una galleria subacquea che si apriva nella costa rocciosa… Quella galleria, a differenza della altre presenti nella base delle motosiluranti , era tutta in cemento armato alta una decina di metri e relativamente stretta, otto metri stimò Francesco.. proprio a “misura“ per un piccolo sommergibile. Il sommergibile “nero“, evidentemente si posava in immersione su una speciale invasatura che, trainata da cavi, risaliva nella galleria in cui Francesco seguito da Mariotti si inoltrarono tenendosi con una mano ad una delle rotaie. La galleria era immersa nell’oscurità e fatte le debite proporzioni, vista la qualità dell’acqua, ebbe il nitido ricordo del percorso fognario fatto a Genova da via S. Lorenzo, sino al bacino portuale, per andare sotto la carena della portaerei “Aquila”. La pressione diminuiva progressivamente e questo era l’unico indizio che la galleria saliva in modo costante. Dopo circa mezzo miglio misurato a pinnate, intravide innanzi a se un po’ di luce e in breve affiorò su uno scivolo dove le rotaie tornavano ad essere orizzontali e all’asciutto. Innanzi a se vide un gigantesco carrello con sopra un sommergibile nero… La galleria fortemente illuminata si espandeva lateralmente a destra ed a sinistra, dividendosi in due caverne molto ampie ed alte dove intravide a secco su identici carrelli altri due sommergibili, attorno ai quali lavoravano molte squadre di operai.

Era quella la “tana subacquea“, assolutamente invisibile dei battelli jugoslavi, al riparo da qualsiasi offesa o pericolo e Francesco ricordò che nel 1943 a Saint Nazaire aveva visto le “tane“dei sommergibili tedeschi, grandi bacini ricoperti da solette in cemento armato dello spessore di decine di metri ed aveva sentito dire che a Lorient vi erano dei ricoveri in bunker, nei quali i battelli venivano messi a secco con dei carrelli simili a quelli che vedeva innanzi a lui. Qui però si vedeva un’opera gigantesca ed ancora più complessa di quella delle basi di Lorient… ed era evidente che la “kultur“ tecnologica tedesca aveva dato frutti anche in Jugoslavia.

Probabilmente l’uomo dei “servizi“ che aveva conosciuto a San Vito sarebbe stato molto soddisfatto delle foto che Francesco sentiva scattare da Mariotti alle sue spalle. Era immerso con il corpo sdraiato sullo scivolo in cemento, ma con la testa appena fuori dall’acqua, fece cenno a Mariotti di dare un’altra occhiata a quell’incredibile spettacolo e decise di non correre ulteriori rischi, tanto più che aveva visto sentinelle armate presso le più vicine invasature. Iniziò la nuotata di ritorno e raggiunta l’estremità inferiore del tunnel, recuperò il trainatore e con il compagno raggiunse rapidamente “Nessie” che attendeva sul fondo.

Il “Quarto“ pendolava in mezzo all’Adriatico alla modesta velocità di sei nodi, a cinque miglia verso Nord e cinque verso Sud. Drago era in plancia assieme al Comandante e due vedette che scrutavano l’orizzonte verso levante. Avevamo rilasciato Nessie da ventisei ore, quando dalla COC giunse preceduta da un breve squillo la voce di uno dei radaristi:

  • “Centrale Operativa Combattimento” a “Plancia”:
  • “Comandante, sentiamo un breve eco per 45° a 15 miglia“!
  • Drago guardò lo schermo ripetitore in plancia: “Potrebbero essere loro“, poi il giovane Tenente di Vascello al comando ordinò: “Timoniere, dirigi la prua sull’eco a 45º, via così Vela Dieci“…
  • Si udi’ il lieve tintinnio del telegrafo di macchina ed il sommesso rombo dei motori aumentò di tono ed intensità.
  • “Prepararsi per il recupero del mezzo“, disse al suo Secondo.
  • Dopo circa un’ora e mezza Drago scorse con il binocolo Nessie ferma e completamente emersa, con i quattro dell’equipaggio in maglietta e calzoncini seduti in coperta a prendere il sole.

Il “Quarto” rallentò ed accostò il mezzo, mentre venivano messi fuoribordo una biscaglina e alcuni parabordi. L’equipaggio in tenuta “fuori ordinanza“ salì a bordo accompagnato dal fischietto del nostromo e Francesco rispose al saluto di Drago, mentre una squadra tonneggiava Nessie per ricoverarla nel bacino che era stato già allagato. Drago prima che Francesco potesse aprir bocca disse: “Questo è per te“, facendogli vedere un biglietto ITAVIA, Pescara-Roma-Genova. “Se rientriamo per sera e ne abbiamo tutto il tempo, questa notte sei a casa“. “Grazie Comandante“. “Ma prima mi devi raccontare e mettere per iscritto tutto quello che hai visto”. “Certamente Comandante, ma prima vorrei fare una doccia e mangiare qualcosa assieme ai ragazzi”, disse Francesco, ravviandosi i capelli incrostati di sale, ricordando i favolosi rigatoni che il cuoco del “Quarto” aveva preparato in occasione delle prime prove di “Nessie” a Capo S. Vito.Il “Quarto” a tutta forza navigava in direzione Sud-Ovest. Mentre l’Heron faceva quota e sorvolava le pendici dell’Appennino, la hostess si avvicinò alla poltrona dell’unico passeggero salito a Pescara dicendo: “Signore, desidera qualche cosa da bere?” Dopo un attimo si accorse che  stava dormendo profondamente ed era il signore che aveva fatto ritardare la partenza dell’aereo per imbarcarsi sul volo serale. Poi lo svegliò quando il Comandante le disse che l’aereo era sul radiofaro di Portofino.

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16 commenti
  1. Giacomo Vitale
    Giacomo Vitale dice:

    Gentilissimo Centi,

    ti ringraziamo per averci scritto anche a nome dell’architetto Franco Harrauer che è l’autore del bellissimo ed intrigante pezzo riferito al Sommergibile Nessie e siamo contenti che questa lettura ha portato alla tua mente ricordi certamente particolari, incluse le scariche di adrenalina pura…

    Prossimamente pubblicheremo altri pezzi a puntate che a mio giudizio sono straordinariamente belli, sempre scritti dall’arch. Franco Harraeuer, di cui ti indico un’anteprima che già nel titolo è quanto dire, visto che si riferisce al periodo della fine del secondo conflitto mondiale: Gibilterra: mezzogiorno di fuoco…

    Continua a seguirci!!

    Un caro saluto,
    Giacomo Vitale

  2. CentiGian
    CentiGian dice:

    Molto intrigante e ben raccontata tutta la vicenda di Nessie.

    Per me che per anni ho avuto Miglioranza come comandante quando ero effettivo al Reparto Sabotatori Paracadutisti, ancora più avvincente.

    Quanti ricordi…

    Centi

  3. Giacomo Vitale
    Giacomo Vitale dice:

    Gentilissimo,
    ti ringraziamo per quanto dici di AMB e dei complimenti che fai all’autore del pezzo arch. Franco Harrauer che replicherà personalmente.
    Cordiali saluti,
    Giacomo Vitale
    AMB

  4. Coccodrillo
    Coccodrillo dice:

    Un racconto particolareggiato come pochi, fa capire il genio e l’audacia degli Italiani! Nella storia di questo mezzo ci sarebbero abbastanza spunti per più di un film.

    Complimenti all’autore e allo staff del sito!

    CDG

  5. Giacomo Vitale
    Giacomo Vitale dice:

    Gentile Pierpaolo,

    grazie per quello che ci riferisci e certamente anche l’arch Franco Harrauer sarà felice di avere un altro fan appassionato come te!

    Un caro saluto,
    Giacomo Vitale

  6. Pierpaolo Cavallo
    Pierpaolo Cavallo dice:

    Sono entusiasta quando leggo queste cose… sia come italiano che come appassionato di mare. E poi, da quando avevo 14 anni (oggi sono 51), ed ho cominciato a leggere “Nautica” ho sempre apprezzato Franco Harrauer, come progettista e come scrittore. Ad maiora!

    Pierpaolo Cavallo

  7. Giacomo Vitale
    Giacomo Vitale dice:

    Nessie fu un progetto del 1970 elaborato dall’arch. Franco Harrauer e dall’ing. Renato “Sonny” Levi, per conto della COSMOS di Livorno.

    Si tratta di uno studio per un “FsDv” Fast Swimmer Delivery Veicle, cioe’ un trasportatore veloce subacqueo con velocità in superficie e subacquea rispettivamente di 40 Kn e 7 Kn, partendo dall’assioma che “invertendo l’ordine dei fattori il prodotto CAMBIA!

    Harrauer e Levi pensarono che era più facile trasformare uno scafo offshore in un sottomarino, anziché il contrario. Nacque così “NESSIE”, un preliminare studiato in collaborazione con la SAI che rimase per oltre trenta anni “strettamente classificato”.

    Probabilmente negli anni ’90 sembra sia stato realizzato qualcosa del genere per i ragazzi del Varignano (COMSUBIN), ma sicuramente non dalla Cosmos o dalla SAI che nel frattempo chiuse i battenti.

    Il nome “Nessie” fu suggerito da Levi in riferimentio al mostro del lago di Ness in Scozia. L’arch. Harrauer pubblicò in passato un articolo parziale sulla rivista “Eserciti nella Storia”. Con le confidenze fatte a suo tempo ad Harrauer dall’Ing. Pucciarini, risultò che un mezzo del genere è stato usato dagli incursori italiani per “visitare” i rifugi in caverna delle motosiluranti jugoslave.

    Anche in questo caso si tratta di un mezzo realmente realizzato come SA 3 e Kammamurì. Nel racconto descritto dall’arch. Harrauer la sorte di Nessie si confonde tra realtà e fantasia.

    Grazie per averci contattato,

    Cordiali saluti,
    Giacomo Vitale

  8. admin
    admin dice:

    Troppi dettagli che tornano? Ti ringraziamo con un sorriso, fa piacere avere dei riscontri anche su cose così “sottili” da capire; pochi “eletti” e “dotti” possono “comprenderne” le sfumature! :)

    La vecchia e buona carta… se vuoi un consiglio, per evitare di scaricare anche la grafica, ti consiglio di utilizzare come browser Safari, aperto l’articolo che è di tuo interesse, alla fine del campo URL troverai una scritta “READER”, dopo aver selezionato quella parola, ti comparirà l’articolo completo di immagini ma senza grafica. Passando sopra questa versione “light” vedrai comparire un tasto “stampate”…

    Riguardo la tua mail… sono certo che l’hai inviata, abbiamo diversi compiti e quindi… ogni editore/tecnico/esperto ha la sua mail di riferimento, ancora non ho avuto modo di leggerle tutte quelle che arrivano tutti i giorni ad AltoMareBlu; sembra che il lavoro che abbiamo fatto e che stiamo facendo, piaccia e l’ultimo articolo, destinato alle valutazioni “reali” delle carene Levi, ha finalmente chiarito i modelli prodotti, quelli ancora in vita (vedi anche Registro Storico) chiarendo una volta per tutte che si tratta di modelli veramente rarissimi.

    Hai idea di quante mail riceviamo? Richieste e quant’altro… compreso i commenti ai quali però… diamo maggiore priorità perché possono essere di utilità a molti.

    Caro Lazer One… @dbatrade (io Alex) ti saluta con affetto e spero di leggere nuovi commenti presto!

  9. lazer_one
    lazer_one dice:

    In effetti ci sono troppi dettagli che tornano…

    Mi sono appena stampato i due articoli e conto di leggerle nel finesettimana (alla fine preferisco la buona vecchia carta al migliore dei video)

    PS: a proposito della mia identità: il mio nickname gira ormai da anni in rete. Sono lo stesso che stamattina vi ha mandato i complimenti via mail a [email protected]

  10. admin
    admin dice:

    Ciao Lazer One… non conoscendo il tuo nome ma solo il Nick, userò questo.

    Chiedi se è reale? Certo che lo è, c’è solo stato un “ritardo” nel portare alla luce determinate informazioni, chissà quante altre ancora non conosciamo!

    Alex

  11. Giacomo Vitale
    Giacomo Vitale dice:

    Gentile Ferruccio,

    ti ringraziamo per quello che dici e per essere un lettore appassionato di AMB. Continua a seguirci, le sorprese in merito non mancheranno!

    Cordiali saluti,
    Giacomo Vitale

  12. Ferruccio
    Ferruccio dice:

    Caspita! Che dire?

    Ingegno, professionalità e coraggio. Di interesse semplicemente strepitoso.

    Grazie.

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