Seconda Guerra Mondiale: Regia Nave Aquila (II puntata)

di Franco Harrauer

Golfo di La Spezia – Notte del 21 giugno 1944

– Belin! Sussurrò il Sottotenente di Vascello Luigi Durand
– Marchese De la Penne, più vicino di così non posso andare

La diga foranea era a meno di 300 metri e nella notte chiara si stagliava nera e frastagliata contro il chiarore lattiginoso del Golfo di La Spezia. Oltre la diga si intravedeva la sagoma scura dell’incrociatore Bolzano ancorato in mezzo alla rada, abbandonato ma ancora protetto da un recinto di reti parasiluro. Quella stessa notte sarebbe stato attaccato dai mezzi d’assalto subacquei inglesi, che in quel momento stavano forzando le reti e gli sbarramenti del passo di ponente.

De la Penne spense i motori, mentre la MTSM, d’abbrivio e silenziosamente, guadagnava ancora una cinquantina di metri.

– Forza ragazzi! Calatevi in acqua subito, altrimenti vado a finire sugli scogli così scendete senza bagnarvi.

Dietro di lui due sagome scure, inguainate nelle aderenti mute degli assaltatori Gamma, si alzarono in piedi e silenziosamente dalla poppa della piccola imbarcazione, si calarono in acqua con le loro attrezzature.

Buona fortuna! State tranquilli che a levante gli sbarramenti sono aperti – disse De la Penne con un tono vagamente ironico.
Grazie, Comandante – disse uno dei due, con un sorriso che spiccava luminoso sotto la mascherina e sul volto tinto di nero.

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Poco dopo, una leggera increspatura della calma superficie tradiva il nuoto pinnato dei due Gamma che si dirigevano verso il passo di levante, per poi nuotare fino al Muggiano dove il loro obiettivo era costituito da sommergibili in allestimento e da un grosso mercantile. Prima di rimettere in moto, De la Penne tirò fuori da dietro al sedile una bottiglia sigillata con un lungo nastro tricolore legato al collo e la gettò in mare con un gesto di sapore vagamente dannunziano.

– Questi sono i saluti ed i ringraziamenti di Mariassalto al Comandante Borghese! La corrente di marea la porterà dentro, proprio davanti al Comando della Decima al Muggiano.

Il Sottotenente di Vascello Francesco Attanasio, sdraiato sul leggero ponte di poppa della MTSM, che durante la navigazione da Bastia a la Spezia aveva diviso con i due assaltatori Gamma, si liberò dal telo incerato nel quale si era avvolto per proteggersi dall’umidità della notte e carponi si avvicinò all’abitacolo dal quale emergevano a mezzo busto De la Penne e il suo secondo.

– Tra poco tocca a me – disse – Serve niente a Genova, Comandante?
– Coraggio! Almeno tu vai a casa! A me tocca tornare a Sud. Comunque non mi serve niente, grazie. Salutami solo il mio amico Alberto.

A sentire quel nome, Francesco ebbe la certezza che Alberto era il Capitano Marceglia, l’agente che lui stesso aveva accompagnato al Nord nella missione di Porto Buso.

Marceglia era un buon amico di De la Penne e insieme al Capitano Martellotta aveva forzato il porto di Alessandria nel dicembre del ’41, a cavallo del suo SIC, il già famoso Maiale. Dopo l’azione che aveva portato all’affondamento delle corazzate Valiant e Queen Elizabeth, erano stati catturati tutti e tre. Poi, dopo l’armistizio, erano rientrati dalla prigionia per riprendere il loro posto a Mariassalto.

De la Penne consultò il suo cronometro: le 23.40. Un rumore appena percettibile, ma in aumento, arrivò alle loro orecchie. Era un rumore familiare di motori a benzina… Alfa Romeo! Francesco non ebbe dubbi: erano delle MTSM in avvicinamento. Lo sussurrò a De la Penne. I loro sguardi si volsero verso la direzione di provenienza del rumore, ora distintamente percepibile.

– Stanno uscendo i colleghi del Nord. Speriamo che sia solo una normale esercitazione notturna e non un comitato di accoglienza per noi …

Quattro sagome scure sfilarono lente a non più di trecento metri di distanza dalla MTSM di De la Penne, pressoché invisibile in ombra alla diga foranea.

Francesco si mise carponi dietro l’abitacolo e tendendo l’orecchio udì distintamente una voce, un comando che ordinava “312, 325, 328: in linea di fila dietro a me per il rientro!”

Era la voce del Tenente di Vascello Sergio Nesi.

Dopo un quarto d’ora durante il quale tutti erano rimasti in silenzio, con il cuore in gola, il rumore delle imbarcazioni della Decima si attenuò e De la Penne disse tranquillamente: – Andiamo! Qui si fa giorno.

Poco dopo, il sommesso mormorio dei due Alfa si fece sentire attraverso i potenti silenziatori. La MTSM virò verso Sud, mentre Francesco a poppa si coprì nuovamente con il telo.

La base ora non sembrava in allarme, ma alcuni riflettori frugavano il cielo. Forse il lontano rumore della MS 74 e dei mezzi della Decima era stato scambiato per quello di un solitario aereo nemico.

Erano le 00.00 del 21 giugno 1944.

Passando silenziosamente tra la Palmaria e l’isola del Tino, la MTSM aumentò gradatamente il numero dei giri e si diresse verso Ponente. Il mare era calmo, il tipico male “forza olio”, come lo definiva Francesco.

A quindici nodi l’MTSM procedeva in una tranquilla planata. Disteso sul ponte e coperto dal telo impermeabile, Francesco non riusciva a prendere il sonno che si era imposto. Non era per lo scomodo giaciglio – in tanti anni di Marina era abituato al peggio e non era nemmeno per il ronzio dei motori, che gli arrivava attraverso il sottile compensato del ponte. A tenerlo sveglio era piuttosto il pensiero che in poche ore avrebbe potuto essere in territorio occupato dai tedeschi, al Nord. La confortante prospettiva di poter vedere, anche se furtivamente, i suoi genitori a Genova, dopo tanti anni di separazione, aumentava la sua apprensione per il pericolo che la sua presenza comportava per loro e per gli amici che avrebbe potuto incontrare per caso.

Disteso sulla schiena, con la testa appoggiata alla giacca borghese piegata a cuscino, poteva vedere il cielo stellato che sembrava oscillare nel dolce e costante moto di beccheggio dell’MTSM che cavalcava le lente e lunghissime onde al largo delle Cinque Terre, di cui una lieve brezza trasportava il profumo. La posizione della Stella Polare, alta nel cielo, gli diceva che stava procedendo verso Ovest. Verso casa.

Con le ossa indolenzite dalle nervature che irrobustivano la leggera coperta di compensato, Francesco si rigirò bocconi ed attraverso il finestrino posteriore dell’abitacolo intravide il volto di De la Penne, appena illuminato dalla debole luce verdastra della bussola, e quello del suo secondo, che si era appisolato con la testa ciondolante sostenuta dal collare del giubbetto salvagente.

Come se quello sguardo lo avesse toccato, De la Penne si voltò e sorridendo disse qualcosa che Francesco non sentì.

L’MTSM rallentò fino a fermarsi, abbassando la prua come in un inchino. Il pilota si issò a mezzo busto attraverso il portello superiore dell’abitacolo e si rivolse a Francesco.

Attanasio, mi dispiace averti svegliato, ma devo pisciare – disse ridendo. Mazzetti ronfa che è un piacere, vieni tu al suo posto. Sveglia, Mazzetti!

L’imbarcazione era ormai ferma. Mazzetti e De la Penne si issarono completamente fuori dai posti di guida, mentre Francesco si alzava in piedi e consegnava l’incerata al secondo. Con un sospiro di sollievo il Comandante scaricava fuoribordo la sua vescica.

Poco dopo, scambiati i ruoli, Mazzetti si accomodava borbottando sul ponte, riprendendo la sua sinfonia. L’MTSM si rimise in moto e Francesco si sedette sul sedile di destra ed aspirò con una punta di nostalgia l’aria dell’abitacolo. Non era proprio profumo: odore di benzina, olio, sudore, vernice e acqua sporca di sentina. Ma per Francesco era il ricordo delle lunghe navigazioni in Adriatico a fianco del fido Carmelo Patanè. Era il ricordo della guerra tra le isole della costa Dalmata. Un pezzo della sua vita di marinaio che quegli odori facevano riaffiorare piacevolmente.

La voce del comandante lo riportò alla realtà:  

– Belin! Altre due miglia e me la sarei fatta addosso! Sai Francesco, a noi operatori subacquei capita spesso.

Francesco lo guardò con aria interrogativa:  Ma sta scherzando, Comandante?

No, no. L’ultima volta che mi è capitato ero sotto gli sbarramenti retali dell’ingresso del porto di Alessandria d’Egitto quando con il Capitano Martellotta e con Marceglia avete fatto saltare in aria le due navi da battaglia inglesi?
– Precisamente

– Dopo l’emersione del sommergibile. Borghese era un mago nella navigazione stimata subaquea e ci aveva portato proprio al punto esatto, alle venti e trenta, ad un miglio dal vecchio porto. Eravamo in perfetto orario, anzi in anticipo sulla tabella di marcia. Verso le 22, mentre navigavamo in superficie fuori dalla diga foranea, quasi sotto il faro di Ras El Tin ci siamo fermati e con i nostri tre Maiali affiancati abbiamo fatto un breve briefing, come lo chiamano gli inglesi.

Eravamo a ridosso del lato esterno della diga e dovevamo percorrere ancora quasi un miglio prima degli sbarramenti. Eravamo in dicembre e faceva un freddo dannato. Avevo una fame della malora e aperto il tubo portaviveri, mangiai un paio di plumcake con frutta candita ed un paio di barrette di cioccolata. Anche gli altri mangiarono. Ricordo che Marceglia mi passò una bottiglia di acqua minerale e io me la scolai tutta quanta. Poi proseguimmo e giunti presso le ostruzioni decisi di passare in superficie sotto il naso delle sentinelle inglesi che sentivo parlare sul molo.

Poco dopo sentii Marino, il mio Secondo, che mi batteva sulla spalla e mi faceva segno di guardare verso poppa. Vidi le luci di posizione di due caccia inglesi che stavano entrando in porto. Vedevo il rosso e il verde contemporaneamente. Ci stavano praticamente venendo addosso, ma lo sbarramento si stava aprendo. Feci appena in tempo ad aprire la rapida e ci immergemmo fino al fondo che sarà stato di oltre venti metri, a giudicare dalla pressione che sentii ai timpani. Fu allora che me la feci addosso. Non per la paura, sia chiaro. Il freddo era intenso e come al solito a quella profondità la pressione sulla vescica, piena di acqua minerale, era fortissima. Così, mentre il caccia ci passava sopra e la turbolenza delle sue eliche ci costringeva a stare aggrappati al mezzo, scaricai la sentina nel calzone sinistro della muta stagna (per abitudine avevo già orientato il “pistolone” a sinistra).

De la Penne si interruppe per dare una toccatina al manometro dell’olio, che evidentemente soffriva di isteresi cronica e che al tocco scattò con la sua lancetta ai valori normali, poi proseguì con la solita interiezione iniziale, tipicamente genovese.

– Belin! Devo confessare che il liquido caldo che scorreva lungo la gamba intirizzita dal freddo mi fece quasi piacere. Certo non doveva pensarla così l’ufficiale inglese che arricciava il naso mentre, tre ore dopo, quattro marinai mi toglievano la muta!
– Comandante – chiese esitante Francesco – scusi l’indiscrezione, ma lei ha sottolineato più volte, come dire, l’orientamento … ehm … del “pistolone”, verso il calzone sinistro. Posso chiederle il perché?
– Ma è semplice! Noi abbiamo l’abitudine di tenere i nostri documenti di identificazione sotto la soletta del calzare destro – rispose De la Penne con noncuranza, controllando per l’ennesima volta il suo cronometro.

La MTSM scivolava nel tenue sussurro dei suoi due Alfa Romeo sul mare tranquillo, a poche miglia ormai dalla Punta del Mesco. Francesco pensò una volta di più che i suoi dubbi e i suoi timori dovevano passare in secondo piano o dovevano essere cancellati dalla sua mente davanti al privilegio di combattere a fianco di uomini eccezionalmente semplici e spontanei come il Comandante.

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Il faro della punta di Portofino alle 02.30 si accese per cinquanta minuti per facilitare il passaggio sottocosta di motozattere tedesche in rotta da Sestri Levante a Genova. La luce del faro era schermata sul terzo e quarto quadrante in modo da non essere visibile al largo, ma solo da imbarcazioni naviganti sottocosta o sulla rotta di sicurezza.

Da quando i bombardieri alleati avevano distrutto la linea ferroviaria costiera da Genova a Pisa ed oltre, i convogli costieri rappresentavano l’unica strada per il rifornimento del fronte terrestre che si era attestato all’Arno. Convogli di motozattere e piccoli trasporti tedeschi del tipo KT rasentavano la costa toscana e ligure spingendosi fino a Marsiglia.

Da lì, risalendo il Rodano e i canali interni della Francia, si immettevano nella rete fluviale tedesca, collegando così il fronte italiano con le industrie degli armamenti e rifornimenti tedeschi. La navigazione era comunque molto rischiosa anche dietro la protezione dei campi minati. Di giorno le lente motozattere erano facile preda dei caccia bombardieri, mentre di notte dovevano difendersi dalle incursioni delle motocannoniere e delle motosiluranti inglesi e americane.

La MTSM navigava verso Nord Ovest a circa quindici nodi a una decina di miglia da Punta Manara, quando fu avvistato dritto di prora l’ammiccare del faro.

– Ecco Portofino. Se il faro è acceso vuol dire che c’è qualcosa in mare. Forse un piccolo convoglio tedesco. Siamo quasi a Sestri. Se partono da lì ci accodiamo – disse De la Penne, riducendo il numero di giri del motore quasi a zero.

Il piccolo scafo si fermò dopo una breve corsa. Il mare era calmo e la notte stellata e chiara. I monti dell’entroterra ligure si vedevano nitidi oltre il massiccio promontorio di Sestri Levante, che nascondeva il piccolo porto ad esso ridossato.

De la Penne si issò fuori dall’abitacolo e si mise in piedi sul leggero ponte, con le mani aperte a padiglione dietro alle orecchie. Dopo una decina di minuti, il rumore cupo di molti motori diesel che si accendevano giunse netto sull’acqua e le scure e basse sagome delle motozattere, appena fuori dalla diga del porto, apparvero negli oculari del binocolo di De la Penne.

Adesso possiamo metterci in convoglio con i tedeschi. Nessuno ci sentirà mentre ci avvicineremo a Portofino. Il convoglio viaggerà a 10/11 nodi. Prima che si metta in ordine di marcia e arrivi all’altezza del faro passerà più di mezz’ora, così alle 4.00 ti posso far sbarcare. In prefetto orario.

Francesco annuì e ripiegato il telo che lo proteggeva, si accucciò dietro l’abitacolo, mentre De la Penne, nuovamente al posto di guida, rimetteva in moto e dirigeva verso terra con una rotta che avrebbe incrociato quella del convoglio.

Dopo una quindicina di minuti, al traverso di Chiavari, erano quasi affiancati all’ultima motozattera, che nell’oscurità appariva come un gigantesco nero caimano basso sull’acqua. De la Penne ne aveva incrociato la scia ad un centinaio di metri dalla poppa ed ora piano piano si era messo tra l’imbarcazione tedesca e la costa, sul lato in cui probabilmente la vigilanza era minore. Ad un centinaio di metri di distanza, la MTSM era praticamente invisibile nell’ombra della costa e coperta dal forte rumore dei Diesel che ronfavano a tutta forza.

Francesco vedeva distintamente, attorno alle piazzole delle mitragliere, le sagome dei marinai tedeschi che scrutavano l’orizzonte verso il largo. Ogni unità nemica aveva quattro postazioni di mitragliere a quattro canne, dal calibro di 20 o 37 millimetri, sedici bocche da fuoco che potevano vomitare quattromila proiettili incendiari ed esplosivi al minuto. Francesco pensò per un attimo che quel terribile volume di fuoco avrebbe potuto polverizzare la MTSM nello spazio di pochi secondi, se solo i marinai tedeschi l’avessero scoperta a navigare sfacciatamente a fianco di quel micidiale porcospino di fuoco.

Intanto il promontorio di Portofino era sempre più vicino e la sua alta sagoma scura declinava verso la punta su cui il faro brillava ad intervalli regolari.

Il convoglio diretto a Genova sarebbe passato ad un miglio di distanza dal faro, sotto la protezione delle batterie da 88 sistemate lì vicino.

De la Penne si slargò dalla pericolosa compagnia, ridusse ancora la velocità e diresse contro lo strapiombo del faro, fino ad arrivare a poche decine di metri dalle rocce. Da lassù nessuno poteva vedere il piccolo scafo che al minimo della velocità necessaria per governare rasentava la nera parete a picco fin quasi a toccarla.

De la Penne conosceva a fondo quel tratto di costa ed ora, nella calma della notte, sentiva il lieve rumore dell’acqua contro le rocce ed il familiare profumo dei pini.

Anche Francesco ricordava quel profumo. Gli faceva venire in mente quando prima della guerra veleggiava nel Tigullio tra Santa Margherita e Portofino con la piccola barca a vela che il padre gli aveva regalato per la sua licenza liceale.

Passando cautamente davanti all’imboccatura del piccolo porto, sbarrata dai galleggianti di una rete parasiluri, la MTSM si diresse sempre sottocosta verso la spiaggia della vicina baia di Paraggi.

Portofino prima della guerra era un tranquillo borgo di pescatori. Il naturale isolamento l’aveva preservato dal turismo dilagante nel Golfo del Tigullio. Un porticciolo chiuso fra case variopinte, due piccoli ristoranti famosi per i piatti di pesce, un caffè che serviva fragole con panna e un paio di graziosi alberghi. Il tutto sovrastato da una montagna coperta di pini marittimi dall’intenso profumo.

La piccola penisola rocciosa e ricca di vegetazione terminava con il faro ed era dominata dal castello della baronessa Mumm, che si diceva pasteggiasse a champagne ed era collegata all’abitato da una sella, una specie di istmo, sul quale la chiesetta di San Giorgio con i suoi ex voto di naviganti guardava da un lato il porto e dall’altro il mare aperto.

All’ormeggio nel porto barche di pescatori con l’albero curiosamente inclinato in avanti sostavano durante le navigazioni per trasportare sabbia o vino lungo la costa. In estate pochi yacht a vela, nel loro immacolato biancore, contrastavano con il rosso delle buganville. Francesco ricordava il grande Quadrifoglio, un vecchio J Class della Coppa America trasformato in elegante yacht.

Ma la guerra aveva cambiato tutto.

La Marina aveva installato un posto di vedetta nel semaforo del faro, una fotoelettrica era stata piazzata sulla sella di San Giorgio, gli yacht non c’erano più e qualche MAS o dragamine facevano la loro saltuaria apparizione nel porto sbarrato da una rete parasiluri. Dopo l’8 settembre, la Decima MAS vi aveva istituito una scuola per i propri sommozzatori, costruendo sulla banchina del porto una grande vasca vetrata per le esercitazioni.

Nel ’44 i tedeschi vi avevano installato la base di una squadriglia di motoscafi d’alto mare per il soccorso aeromarittimo: L’avevano battezzata con il chilometrico nome di Decimo Seenotbereichkommandosexstaffel e nel suo umanitario servizio riportava a Portofino piloti e marinai inglesi, americani, tedeschi ed italiani, molti dei quali poi riposavano in pace, gli uni accanto agli altri, nel piccolo cimitero dietro la chiesetta di San Giorgio.

La Decima MAS, trasferita la scuola sommozzatori a Portorose, stabilì a Portofino una base operativa per MTSM e barchini esplosivi MTM, ma verso la fine del ’44 aveva ritirato i propri mezzi ed in parte li aveva ceduti alla Flotille K611 della Kriegsmarine tedesca. Questa ormai era composta quasi esclusivamente di MTM costruiti in Italia da Baglietto o dalla Savoia Marchetti e dall’analogo Linse prodotto in Germania. La Decima era rimasta solo con un piccolo distaccamento con compiti tecnici di assistenza ai mezzi ed istruzione ai piloti.

Il Sottotenente di Vascello Gigi Sauro passeggiava inquieto lungo la battigia della breve spiaggia di Paraggi: poco più di cento metri di sabbia bianca, incastonati tra le rocce ed i pini del monte di Portofino. Alle sue spalle il muro antisbarco nascondeva le poche case deserte ed una 1100 verde scuro targata Decima MAS, ferma sulla strada con un marò che vi sonnecchiava.

La notte era chiara e serena ed il silenzio era appena accarezzato dal lieve rumore della risacca e dallo scricchiolio della sabbia sotto gli stivali dell’ufficiale. Il profumo dei pini era intenso e quella pace apparente invitava anche lui ai ricordi.

Ricordi di un identico profumo nelle cale rocciose della sua Istria e delle isole Brioni dove aveva lasciato la sua squadriglia di MTSM ed i suoi marò, ultimo baluardo d’italianità, dominati dagli alleati tedeschi e minacciati dagli slavi di Tito, sempre più attivi e presenti alla frontiera orientale dell’Italia.

Sauro aveva ricevuto dal Tenente di Vascello Nesi l’ordine di raggiungere il Comando della Decima a La Spezia. Borghese lo aveva destinato alla Flotille K611, da poco installata a Portofino con la temporanea qualifica di istruttore.

Strana destinazione, c ome strana era stata la telefonata che aveva ricevuto da Borghese la sera prima:

– Sauro, sono il Comandante Borghese.
– Agli ordini, Comandante!
– Sauro, lei sa che qui a La Spezia abbiamo un distaccamento che chiamiamo il collegamento con l’Italia occupata. Nesi mi ha detto che lei era a Porto Buso ad accogliere l’agente Alberto. Il suo temporaneo trasferimento a Portofino è una copertura per una missione del distaccamento, poi ritornerà a Brioni.
Auguri, Sauro! Le passo il Tenente di Vascello Rossetto che le darà tutte le istruzioni del caso.

Erano le 4, constatò Sauro osservando per l’ennesima volta il suo cronometro.

Il mare era deserto e si sentiva solo un cupo e lontano rumore dei Diesel di un convoglio di motozattere in allontanamento. Improvvisamente sentì una voce bassa che lo chiamava:

– Decima! – era il richiamo che giungeva dall’oscurità di una zona della spiaggia riparata dalle rocce.
Decima! – rispose Gigi alla parola d’ordine, seguendo la voce.

Solo quando fu a circa dieci metri di distanza si accorse della MTSM con la prua appena affondata nella sabbia. Un uomo in abiti civili era in piedi sulla prua e con un salto fu a terra.

– Decima – ripeté la voce.
Porca miseria, ma sei di nuovo tu!
Gigi!
Francesco!
Belin! – tuonò la voce di De la Penne dalla MTSM – se fate ‘sto casino finiamo tutti ospiti di un campeggio delle SS…
– Grazie del passaggio, Comandante! – lo salutò allora Francesco.

  • Mi raccomando, salutami Alberto. In bocca al lupo! – concluse De la Penne mettendo in moto al minimo e sparendo a marcia indietro nell’oscurità.

FINE SECONDA PUNTATA

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3 commenti
  1. lazer_one
    lazer_one dice:

    Aprire la pagina iniziale di Altomareblu è diventato un appuntamento quotidiano… e non ho molto tempo per “andare a zonzo” nella rete!

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