Satec 2010 – di Vittorio di Sambuy

Ogni anno l’Ucina, la Confindustria della Nautica, ovvero l’Unione Nazionale Cantieri e Industrie Nautiche e Affini, organizza un convegno – il Satec – durante il quale fa il punto sulla situazione del settore, i cui successi ante-crisi erano basati prevalentemente sul particolarissimo mercato dei superyacht destinati ad una clientela cosmopolita di magnati.

Dal 1991 al 2008 il contributo positivo dato dal comparto della nautica da diporto al surplus commerciale con l’estero generato complessivamente dalle “4A” del Made in Italy (Abbigliamento, Arredamento, Automazione e Alimentare) era cresciuto di cinque volte a partire dallo 0,3%.

Prima della crisi avevamo esportato per 3 miliardi di dollari. Ma a Venezia il Satec 2009 mise in luce la debolezza del settore e si dovette constatare il crollo della richiesta.

Il Satec 2010, svoltosi a Genova il 29 maggio scorso, ha presentato un quadro ancora più fosco: cantieri con nomi affermati chiusi ed aziende famose di prestigio internazionale in gravissime difficoltà: basterebbe citare Baglietto la cui incerta salvezza è in mano alle banche.

In questo contesto il convegno ha dovuto constatare per l’anno 2009 un calo delle esportazioni pari al 15%, che diventa del 30,5% considerando il fatturato globale, indotto compreso.

Con il titolo: “Da dove parte la ripresa” sono state presentate due ricerche: una condotta dal prof. Marco Fortis della Fondazione Edison su: “L’industria italiana della nautica da diporto oltre la crisi mondiale” e l’altra, realizzata dalla Fondazione Symbola in collaborazione con Unioncamere, che ha trattato della crisi, delle strategie per affrontarla, sulla sostenibilità del mercato, sulle nuove politiche di aggregazione.

La prima ha evidenziato i tre atti della crisi: dallo scoppio della bolla immobiliare nell’autunno del 2008, alla sua trasmissione all’economia reale che ha provocato la recessione nel 2009 e la successiva esplosione dei debiti sovrani ed il conseguente crollo del commercio mondiale. Ha peraltro messo in luce i punti di forza su cui si può basare la nostra industria, cioè la qualità per i superyacht, la posizione fra i primi tre esportatori mondiali di imbarcazioni pneumatiche e l’accessoristica. Le previsioni di crescita del Pil reale per il 2010-11 indicano che i mercati più promettenti sui quali puntare nel prossimo futuro sono l’Asia con il +8,7%, la Russia (+4,6%), la Turchia (+4,4%) e il Medio Oriente (+4%).

La seconda ricerca ha ribadito concetti già discussi su AltoMareBlu, vale a dire l’esigenza fondamentale di ripensare le strategie aziendali puntando a ristrutturazioni e ad aggregazioni, introducendo innovazioni dei prodotti, investendo nella progettazione di imbarcazioni ecocompatibili eccetera.

Le due ricerche sono state discusse da una tavola rotonda di esperti fra i quali M.me Annette Roux, Presidente della Benetau francese, il maggiore costruttore (ed esportatore) di velieri al mondo e Tom Dammrich, presidente della NMMA statunitense (l’associazione dei fabbricanti nautici).

Quest’ultimo ha esordito spiegando che in Usa ci sono circa 70 milioni di diportisti (quasi un quarto della popolazione totale) che possiede un parco nautico, il più grande del mondo, di circa 17 milioni di imbarcazioni. Di esse il 95% è formato da scafi lunghi meno di 8 metri e 8 milioni sono le unità motorizzate con fuoribordo. Si tratta insomma di una nautica veramente popolare che ha naturalmente anch’essa risentito della crisi ma si sta già riprendendo: gli incrementi nelle vendite degli ultimi trimestri sono stati rispettivamente del 2,2% (3° trimestre 2009), del 5,6% (4° trim. 09) e del 3% (1° trim. 2010).

La fisionomia del mercato futuro rimarrà invariato in Usa. E’ un monito per la nostra industria nautica che, per sopravvivere rimanendo al passo dei tempi, dovrebbe invece adeguare le sue strutture e i suoi prodotti.

Nel suo intervento Claudio Burlando, presidente della Regione Liguria, ha sottolineato che quello della nautica è l’unico settore italiano che negli ultimi dieci anni è cresciuto a due cifre. E ha suggerito che la crisi attuale venga usata per individuare quali sono i punti di forza da conservare e quali da rilanciare. Poiché l’Italia sta superando la crisi meglio di altri paesi, con un debito privato inferiore, occorre che la politica si renda conto che la nautica è la quinta forza dell’export del nostro paese e si adoperi per semplificare le pastoie burocratiche e consentire ai privati la realizzazione di ormeggi per la nautica, (oggi largamente insufficienti), anche sfruttando le aree inutilizzate dei grandi porti commerciali.

Di notevole interesse è stato il seminario svoltosi nel pomeriggio dal titolo: “End of life Boats” sulla dismissione sostenibile degli scafi e stampi in vetroresina. L’argomento era già stato abbozzato al Satec 2009 e, tenuto conto delle normative EU sempre più stringenti in merito, l’Ucina ha ritenuto prioritario un intervento teso a sistematizzare il processo e il riciclo dei materiali di risulta. Conseguentemente ha commissionato uno studio di fattibilità i cui risultati sono stati illustrati dall’Ing. Michelangelo Di Rienzo.

La tecnologia WSMC (Waste Sheet Moulding Compound) brevettata da alcuni ricercatori dell’ICTP/CNR di Pozzuoli si fonda sul riutilizzo degli imballaggi di polistirolo fluidificandoli in modo da poter essere caricati con materiale inerte come la vetroresina macinata. Il prodotto finale a basso peso specifico ed alta resistenza, potrà servire per strutture nell’industria aeronautica, automobilistica, e naturalmente nautica.

L’organizzazione della relativa filiera coinvolta appare ancora tutta da inventare e le relative discussioni sono state vivaci soprattutto sui costi implicati, a dimostrazione dell’interesse per questa iniziativa dell’Ucina, la prima a propone una soluzione promettente dell’annoso problema.

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