R.N. Araxos – ultima puntata

Mare-Egeo-1940-41

Mare Egeo 1940-41

MARE EGEO: notte tra i 26 ed il 27 Marzo 1941

L’Ankara a pieno carico beccheggiava malamente ed immergeva la sua prua anche nelle corte onde crestate di bianco che il maltempo levatosi improvvisamente.

In ogni caso rollava descrivendo un arco di sessanta gradi e più alla minima provocazione. Il mare si era alzato d’improvviso non appena il piroscafo era uscito dal ridosso  dell’Isola di Samos. Poi tra Samos e Ikaria la nave avanzava come se fosse in uno stato di ubriachezza.

Francesco era piantato a gambe larghe e aggrappato alla ruota del timone faceva una fatica dannata a mantenere la rotta compresa entro un angolo di trenta gradi in direzione Nord. La rosa della vecchia bussola, illuminata da una pallida luce verdastra, girava come una trottola con vaga tendenza a fermarsi presso la linea di fede. I vetri della timoneria erano “lavati“ dai frequenti spruzzi di acqua marina che salivano violenti dal mascone ed a tratti anche dalla pioggia battente. Il “cuoco-capitano“ verso mezzanotte salì barcollando in plancia con un bricco di caffé ed un piatto sbeccato sul quale troneggiava una scatoletta di carne tre gallette.

“Mi dispiace Signor Attanasio, ma la cambusa non è ben rifornita e nel caos della partenza ho dovuto dare una mano ai fuochisti”.

“Grazie Burianakis, ma tra poco vado a dormire e mi rileva il signor Sauro, passala a lui“.

Il brutto tempo li avrebbe ostacolati finché non fossero a ridosso dell’isola di Hios, della quale Francesco vedeva a tratti il faro che ammiccava tra i piovaschi.  Sarebbero passati tra l’isola greca e la costa turca. Il Comandante Bertone rientrò dall’ala di plancia ripulendo gli oculari del suo binocolo e levandosi la sua incerata grondante d’acqua disse:

“Attanasio, in queste condizioni di mare non riusciamo a mantenere più di otto nodi. Siamo partiti alle 18,00 da Parteni, quindi a questa velocità saremo nello stretto di Hios alle 05,00 di domattina, un’ora nella quale speriamo che i guardiacoste turchi e greci dormano. Passi il timone a Sauro, Curti mi rileverà tra poco. Comunque svegliatemi al minimo allarme, buonanotte“

La tela catramata del tetto della timoneria lasciava passare abbondantemente l’acqua e Francesco si mise in testa un vecchio cappello di tela oleata che aveva trovato nel quadro portabandiera al posto della lettera Q. Bertone prima di scendere accese una luce da carteggio e diede un’occhiata alla carta nautica zuppa d’acqua, poi dopo aver spento la luce rossa disse nuovamente:

“Buonanotte Attanasio, vada avanti così“

Prima di ritirarsi nella cabina che si era assegnato scese in sala macchine, ove uno dei fuochisti aiutato dal II Capo Capriotti che in canottiera, sudato e nero di carbone spalava combustibile per mantenere in pressione la caldaia. Il ritmico clangore della macchina alternativa a triplice espansione era assordante ed il movimento dei tre grandi pistoni aveva alcunché di ipnotico. Il rumore era un misto di sibili, soffi, gemiti e sospiri che si alternavano al ritmo di centocinquanta giri al minuto e Bertone dopo pochi minuti era inzuppato di sudore. In partenza da Lero aveva tracciato una rotta il più possibile vicino alla costa turca, poi doppiata l’isola di Hios avrebbe diretto per Sud Ovest, rotta abituale per una nave turca proveniente da Izmir e diretta al golfo Saronico, Megara o verso il Pireo.

Alle 06,00 il sole fece capolino tra la densa nuvolaglia che correva veloce e sovrastava le montagne dell’Anatolia e la penisola di Karaburun che chiude ad Ovest il golfo di Izmir o Smirne. Il passaggio tra l’isola greca di Hios e la penisola turca, causa i bassifondi ad Est, è segnalato da boe verdi e rosse illuminate da luci fisse dei rispettivi colori.. è nei pressi di Incusses e largo poco più di un miglio. Curti, che era sull’ala di plancia, scorse ad un paio di miglia a proravia, la sagoma di una unità grigia, una motovedetta, ferma in mezzo al canale. Tenendo la dritta, la nave era in acque territoriali turche, comunque il canale era aperto al traffico internazionale.. Ma che bandiera batteva l’unita grigia che li aspettava in mezzo al canale?

“Sauro si tenga sulla dritta e chiami per cortesia il Comandante.“

Pochi minuti dopo Bertone era in plancia con Francesco. La piccola nave grigia era sempre ferma in mezzo al canale con la prua verso l’Ankara che avanzava. Adesso era a meno di mezzo miglio e Bertone ne riconobbe la bandiera che penzolava dall’alberetto; era azzurra e bianca. Era greca.

nave Anara e m/v P34

nave Ankara -motovedetta P34

La motovedetta, con un numero di identificazione scritto sulla murata P 34, era armata con un Oerlikon da venti millimetri, con la canna per chiglia, ma con due serventi pronti vicino.

Quando le due navi si incrociarono Bertone vide un ufficiale affacciarsi alla tuga della piccola unità greca ed impugnare un megafono dal quale uscì una valanga di parole incomprensibili, ma dal tono inequivocabilmente inquisitorio; Bertone gridò forte:

“Izmir!“

ed abbozzò un saluto militaresco al quale l’ufficiale greco rispose correttamente, poi si asciugò la fronte con un sommesso fischio liberatorio.

Marina-Greca-P34-RN-Araxos

Marina Greca P34 RN Araxos

“Sauro, per piacere ordini giù quattro caffé, ce li siamo meritati, no? “

Corti che aveva trattenuto il fiato, perlomeno per gli ultimi cinque minuti, lasciò andare un lungo sospiro e affacciandosi fuori bordo per vedere la motovedetta che scadeva di poppa disse:

“Probabilmente abbiamo proprio l’aspetto di un equipaggio turco!”

Tutti si guardarono. Bertone aveva in capo uno sgualcito e sporco berretto da capitano messo un po’ guasconamente inclinato di bolina ed indossava un logoro maglione eufemisticamente chiamato color Regina Isabella.
Curti aveva in testa un basco blu ed indossava una elegante giacca sportiva di tweed. Francesco era in tuta da lavoro con un berretto di lana gialla. Gigi non era da meno impalato al timone con il suo berretto di tela cerata “Q“ ereditato da Francesco. Arrivò Burianakis con il bricco del caffé e quattro tazzine su un vassoio ammaccato, degno della nave, seguito da Capriotti in canottiera nera di carbone… che disse:

“Abbiamo un po’ più di pressione in caldaia e possiamo dare una decina di giri in più. C’è un caffé anche per me?”

“Certo che con queste barbe lunghe e così conciati non facciamo certamente onore alla Regia Marina“

disse il Conandante Bertone , poi scoppiò in una risata alla quale tutti si unirono. L’ultima boa rossa del canale era sulla prua dell’Ankara.

“Sauro, viri per Nord Est 45° e via così, vela dieci! Diamo loro l’impressione che andiamo effettivamente ad Izmir“

La vecchia carretta virò dopo aver scapolato l’ultima boa, aveva adesso la prua su Capo Komur che si intravedeva nelle brume del mattino, all’estremita Nord della rocciosa penisola di Karaburun. Il mare si era calmato, rimaneva solo un’onda lunga e dolce sulla quale l’Ankara beccheggiava con un ritmo lento che non dava eccessivo fastidio all’avanzamento.

Dopo un paio di ore erano all’imboccatua del golfo di Izmir ed incontrarono un discreto traffico in entrata ed uscita composto da motovelieri, i caratteristici caicchi e qualche vecchia carretta che arrancava sul mare piatto avente un aspetto oleoso, con un orizzonte indefinito.

Era ora di cambiare rotta, un altro paio d’ore per “Nord Est“ avrebbe confuso le idee a qualsiasi osservatore.
Alle 11,00 l’Ankara prese la rotta definitiva: 235° e dopo centocinquanta miglia l’avrebbe fatta arrivare a Capo Sunion per la virata finale verso l’obiettivo.

Estremità Nord del canale di Hios 27 marzo 1941
Il giovane Sottotenente di Vascello Dimitri Mantzanas rientrò nella piccola timoneria della sua motovedetta; ancora un paio di ore di pattuglia e poi sarebbe Rientrato alla base di Naxos, nelle Cicladi Centrali, per il suo turno di riposo.  Compilò l’ultima parte del giornale di chiesuola e annotò il passaggio del mercantile turco “Ankara“ diretto ad Izmir.

Il nostromo Spiridion, che proveniva dalla marina mercantile e che a bordo della P 34 aveva le funzioni di II, entrò in plancia con un vassoio, due bicchierini ed il classico pentolino di rame a manico lungo per il caffé. “Dimitri, a quest’ora ci vuole un buon caffé.  Il Sottotenente di Vascello Mantzanas, quando era solo con il suo nostromo, tollerava quella confidenza impensabile ed impossibile su una qualsiasi unità della Marina Reale Greca.

Il vecchio Spiridion era stato nostromo su un paio di navi, dove Dimitri aveva fatto i suoi primi imbarchi ed il giovane allievo, da Spiridione aveva imparato tutto ciò che bisogna sapere per andar per mare. “Grazie! Vai un po’ a dormire, che questa umidita’ non fa certo bene alle tue ossa” disse Dimitri con una nota di affetto.

“Accidenti! Hai visto il vecchio “Araxos“? Adesso batte bandiera turca, è immortale quella nave! Vi ho fatto un’imbarco nel 1920 e mi ricordo che portavamo cemento da Izmir al Pireo, senza guardarla avresti dovuto riconoscerla dalla puzza!” disse Spiridion rientrando in cucina.

Dimitri non diede molto peso a queste parole. Il vecchio nostromo, che si vantava conoscere tutte le navi che solcavano gli oceani, ogni tanto dava i numeri e confondeva i nomi;

Forse la P 34 sarebbe stato il suo ultimo imbarco.

Dimitri sedette al tavolo di carteggio e sorseggiando il caffé compilò un cablo da trasmettere alla sua base a Naxos e poi per conoscenza all’Ammiraglito al Pireo:

“Da P 34, Canale di Hios, ore 06.30: piroscafo turco ANKARA diretto a nord per Izmir, rientriamo alla base“ e si accinse a cifrarlo.
Dopo l’entrata in guerra dell’Italia contro la Grecia era stata aumentata la vigilanza nelle isole periferiche dell’ Egeo e tutto il traffico doveva venire segnalato.

Il Sottotenente di Vascello Dimitri Mantzanas veniva anche lui dalla marina mercantile. Una famiglia di naviganti, dal nonno al padre. Adesso suo fratello era comandante di un sommergibile e Dimitri , dopo una serie di imbarchi come allievo III poi II di coperta su navi che facevano il cabotaggio in Egeo, era stato richiamato, ancor prima che la Grecia fosse coinvolta nel conflitto nella “Limenikon Soma”, come era chiamata la guardia costiera in greco e gli era stato affidato il comando di una piccola ed anziana unità di pattuglia che aveva anche compiti antisommergibili.

Infatti, oltre all’Oerlikon sistemato a prora, il P 34 aveva sei bombe di profondità sistemate in una tramoggia a poppa. Nei pochi mesi di guerra, dal 26 ottobre 1940, la P 34 era stata dislocata a Naxos in una zona centrale dell’Egeo con compiti di sorveglianza e difesa del traffico. Un lavoro di routine nella scorta dei traghetti tra le isole; qualche allarme antisommergibile a caccia dei battelli italiani che da Lero insidiavano il traffico. Durante queste missioni la P 34 era stata sorvolata più volte da aerei italiani che volavano sulle isole greche per raggiungere Rodi.

Dimitri ricordava che già prima dell’entrata in guerra, nel mese di agosto, un piroscafo greco, “Roula“, era stato affondato a cannonate da un sommergibile italiano in base al semplice sospetto che facesse contrabbando di guerra in favore degli inglesi. Una provocazione, come quella dell’affondamento dell’ Helly, quindici giorni dopo.

Ma l’episodio più importante nella carriera di Dinitri è della sua nave che si era verificato, sempre in tempo di pace, il 19 luglio del 1940.

Era stato appena richiamato e quella era la sua seconda missione e la sua squadriglia era stata messa in allarme perché era stata segnalata la presenza di navi da guerra inglesi che erano entrate in Egeo per proteggere un convoglio proveniente dai Dardanelli.
La P 34 era stata comandata quel giorno a pattugliare le acque territoriali greche tra Milos ed il canale di Cerigo, ad Ovest di Creta.

Alle 08,00 erano a dieci miglia a Nord di Capo Spada, al limite della zona di sorveglianza. Il mare era tranquillo e Dimitri stava per dare l’ordine di virare per la rotta di pendolamento che lo avrebbe riportato verso Milos, quando vide due cacciatorpediniere che riconobbe essere britannici e che a forte velocità defilavano controbordo a meno di tre miglia di distanza diretti a Sud Ovest; il massiccio roccioso di Capo Spada, all’esremità Ovest di Creta, si intravedeva nella foschia. Poco dopo in lontananza, con la stessa rotta, passarono in velocità anche due grandi incrociatori inglesi della classe Sidney.

Dopo una ventina di minuti si udì un intenso cannoneggiamento e all’orizzonte e verso la baia di Kisamo che si apre ad Ovest di Capo Spada, Dimitri vide vampe di artiglieria navale in un combattimento che palesemente si svolgeva in acque territoriali greche. Dimitri mise a tutta velocità in direzione Ovest. Una densa colonna di fumo si levava in lontananza mente il tambureggiare dell’artiglieria continuava serrato. Poco dopo il radiotelegrafista gli porse un cablo in chiaro del Comando Marina di Suda diretto a tutte le unità in navigazione nella zona; ordinava di dirigersi a Nord di Capo Vouxa dove era avvenuto un combattimento navale tra unità inglesi ed italiane e di prestare eventuale assistenza di recupero naufraghi.

Un paio d’ore più tardi la P 34 doppiava Capo Spada e attraversato il golfo Kisamano era a meno di un miglio dall’isoletta di Capo Vouxa. Uno dei caccia inglesi, con la sigla sulla fiancata H 43, era fermo a poca distanza dall’isola e Dimitri vide che aveva calato fuoribordo delle reti a larghe maglie per facilitare la raccolta dei naufraghi. I due grossi incrociatori inglesi erano appena visibili all’orizzonte in rotta a piena velocità verso Sud inseguendo a cannonate una superstite nave avversaria. rIl mare era stranamente calmo, ma una nebbia di fumo nero che prendeva alla gola, stagnava ancora in aria. Stavano navigando in un mare di nafta che a grosse bolle iridescenti affiorava dal fondo assieme ai rottami di legno giubbetti salvagente e corpi inerti di marinai.

La zona era costellata di naufraghi che sorretti dai salvagente o aggrappati a pezzi di legno, invocavano soccorso o a capo chino avevano finito le loro sofferenze. Qualcuno agitava debolmente una mano alla vista della imbarcazione greca che aveva rallentato e fermato i motori. Dimitri si rese conto che era sul luogo di affondamento di una grande nave da guerra; accostò uno zatterino tipo Charley con quattro uomini a bordo coperti di nafta. Uno dei naufraghi era steso bocconi e sembrava gravemente ferito. Un altro dei compagni gli stava tamponando una ferita sulla schiena…

Dalle invocazioni provenienti dalla zattera si rese conto che erano italiani. Li fece aiutare a salire a bordo e li sistemò nel piccolo quadrato ordinando a Spiridion di preparare bevande calde e medicamenti.

Mantzanas, come quasi tutti coloro che per mestiere navigano il Mediterraneo, conosceva un po’ di italiano ed interrogando uno dei marinai tratti a bordo capì che la nave affondata era l’incrociatore “Bartolomeo Colleoni“. Risalito in plancia vide arrivare un piccolo caicco evidentemente proveniente da Suda che si unì alla P 34 ed alla nave inglese nel compito di raccogliere i superstiti.

Verso le 09.20, mentre con quaranta naufraghi a bordo, la motovedetta greca si dirigeva verso il porto di Kisamani, alcuni bombardieri trimotori, che Dimitri riconobbe come SM 81 italiani, provenienti da Est , da una quota di 1500 / 2000 metri, sganciarono numerose bombe sul caccia inglese ancora fermo; LH 43 mise subito in moto e illeso si allontanò velocemente verso Sud. Dimitri diede ordine al caicco di ritornare sulla zona del naufragio per raccogliere gli eventuali ultimi marinai italiani.Il STV Mantzanas ricordava quell’episodio; quel suo primo incontro con la crudeltà della guerra e con i marinai italiani.

Quale sarebbe stato il prossimo incontro adesso che l‘Italia era in guerra con la Grecia? Mentre era immerso in questi pensieri e ricordi vide il bicchiere del suo caffé che si era raffreddato e fin troppo posato; sorrise pensando che quella bevanda veniva chiamata caffé greco, ma ad un paio di miglia ad Est, verso la terra che si intravedeva ancora attraverso i finestrini della timoneria, quello stesso caffé che veniva chiamato turco. Era una disputa che durava da secoli come i contrasti e le guerre greco/turche.

Dimitri, dopo aver bevuto quell’intruglio ormai gelato, posò il bicchiere sul tavolo di carteggio ed a proposito di “turchi“, rivide per un attimo la sagoma di quella vecchia carretta che gli era passata accanto mezz’ora prima; gli era vagamente familiare… e poi quella decisa affermazione del vecchio Spiridion!

Per scrupolo prese dallo scaffale dei portolani una copia del “Lloyd Register”.

“Ankara… Ankara… eccolo!”

Ankara:

  • Lunghezza mt 88,50
  • Larghezza mt 13,00
  • Pescaggio a PC mt 5.00
  • Cantiere Taskizak – Istambul
  • Aanno di costruzione: 1930
  • Dislocamento: 3000 Tonn.
  • Apparato motore: Diedel Sulzer da 700 Hp.

Dimitri fu colpito da un improvviso pensiero; il dubbio era nato dalla sagoma vagamente familiare.. ma quella nave non poteva avere dieci anni di vita, così mal ridotta. D’accordo che i turchi non sono dei campioni di ordine e pulizia, ma quel fumo che usciva da quell’antiquato fumaiolo non era dato dalla combustione del ciclo diesel a nafta, sotto quel fumaiolo c’era una vecchia caldaia a carbone. Quella vecchia nave NON era l’Ankara! Era  l’ ARAXOS, come aveva affermato subito senza dubbi il vecchio Spiridion.

Dimitri riprese il cablo che non aveva ancora consegnato al radiotelegrafista… uscì dalla plancia e con il binocolo tentò di distinguere la sagoma di quella nave ormai lontana che si dirigeva verso Izmir, come era stato dichiarato dal suo comandante; troppo laconico per essere un turco. Rientrò soprapensiero ed inviò un nuovo cablo: “Nave sospetta con motrice a vapore, costruzione molto vecchia, porto di armamento Izmir, in transito da Sud in direzione Izmir, ore 06,30, ritrasmettetemi informazioni su nave ARAXOS, bandiera greca. Urgente!“

Il STV Dimitri Mantzanas si aggiustò il berretto ed uscì dopo aver cifrato e consegnato il messaggio; l’Ankara era sparita nella foschia che si stava diradando dopo il pieno sorgere del sole. L’ordine era di pattugliare il canale di Hios fino alle nove e poi di mettersi in rotta per Naxos. Dimitri diede ordine di mettere in moto e dirigere al minimo per 270° e dopo la conferma o meno dei suoi sospetti, avrebbe deciso come agire.

Scese da basso in quello sgabuzzino che tutti chiamavanmo “la cabina del comandante“, nel tentativo di prendere un po’ di riposo e recuperare anche un po’ di sonno, ma dopo un paio d’ore, lui aveva l’impressione esatta di aver appena chiuso gli occhi. Fu svegliato da un marinaio che gli porse un cablo appena arrivato. “Nave Araxos, bandiera greca è stata catturata ed internata a Rodi, dalla Regia Marina Italiana in data 26 ottobre 1940. Procedete ad identificazione et fermo. Autorità marittime turche confermano esistenza M/N “Ankara” attualmente in navigazione in Atlantico.

Dunque Spiridione aveva ragione ed i suoi sospetti erano più che fondati!!
Quella nave era l’ ARAXOS “ e navigava con un equipaggio italiano diretta verso i Dardanelli? Oppure con quella falsa bandiera si preparava a qualche nuova insidia?

Mare Egeo: 27 Marzo 1941
Facendo rotta per Sud-Ovest , il vecchio Araxos navigava avvolto in una nube di fumo e polverino di carbone. Il furioso meltemi della notte precedente si era trasformato in un venticello di dieci nodi, tanti quanti ne faceva la nave e purtroppo nella stessa identica direzione.

Da molte ore avevano lasciato a poppa la piccola isola di Psarà; il mare era calmo ed il tempo sarebbe stato splendido se non fosse stato per quella mefitica nuvola di fumo che li accompagnava e li avvolgeva.
Non si poteva aumentare la velocità per sfuggirla e lasciarla nella scia, ne si poteva rallentare per lasciarsi sorpassare.

Sauro era al timone e Francesco Attanasio era di guardia sull‘ ala di plancia a sinistra;
erano le 17. 30 quando il Comandante Bertone affacciandosi alla timoneria disse con voce calma: “Ragazzi, abbiamo visite: aereo a ore dieci, basso!“

Francesco vide a prua, ad una quota di non più di dieci metri e diretto verso la nave, un enorme idrovolante che si avvicinava in leggera virata. La sua gigantesca sagoma ingannava la sua reale velocità, sembrava ancora lontano, ma quando sfrecciò controbordo a non meno di una cinquanta di metri, la sua mole e la sua velocità si palesarono con il rombo dei suoi quattro motori. La sua massiccia sagoma ne permise la visione della fiancata per pochi secondi. Era uno Short Sunderland inlglese, aereo che la flotta britannica usava per la ricognizione a grande raggio. Normalmente basato a Malta o ad Alessandria, ma che ora poteva appoggiarsi anche alle basi greche.

nave Ankara - ricognitore inglese

nave Ankara – ricognitore inglese

Il grande velivolo, con una elegante virata ritornò poco dopo sull’Ankara e dopo un ulteriore passaggio fu evidente che la sua attenzione era rivolta alla nave. L’aereo, sempre basso si allontanò verso Sud Est, brontolando con i suoi motori, nella direzione dalla quale era apparso.

“Credo che sia ormai inutile cambiare rotta per tentare di trarre in inganno greci ed inglesi, ci conviene continuare a fingere di essere turchi diretti a Megara.” Disse Bertone rientrando in plancia e consultando la carta nautica assieme a Corti, che nel frattempo era arrivato su, forse svegliato nel suo turno di riposo al rumore dell’aereo: “Tra un paio d’ore saremo nel canale di Andros e potremo ridossarci in qualche cala dell’isola per la notte, ma per non destare ulteriori sospetti ci conviene proseguire ed arrivare con il buio oltre “Capo Sunion” ed attaccare alle prime luci dell’ alba.

Dimitri con il suo binocolo scrutava l’orizzonte velato innanzi a se e per allargare il suo campo visivo, era salito sul tetto della piccola timoneria ed appoggiato all’alberetto percepiva sulla schiena le vibrazioni dei motori. Erano passate di verse ore da quando aveva ricevuto l’ultimo messaggio dal Comando Marina del Pireo e dal suo Comando di Naxos.

Il sole era quasi all’orizzonte davanti alla prua della sua P 34 che procedeva con un lieve beccheggio a tutta la velocità permessa dai suoi sfiatati motori diesel. I due Diesel MAN avevano ormai più di mille ore di funzionamento e, reclamavano, con un fumo di scarico nero, una revisione a fondo, così come, con gli scricchiolii e le innumerevoli vie d’acqua, lo reclamava lo scafo in legno.

La P34 era stata costruita in Gemania nel 1920 e dopo un’onorato servizio di pattugliamento fluviale sul Reno, era stata venduta alla Guardia Costiera Greca che l’aveva impiegata in un intenso e logorante lavoro nell’Egeo. Era arrivata all’eta’ del pensionamento e se non fosse scoppiata la guerra, forse sarebbe stata sostituita da un’unità più moderna ed efficiente.

Dimitri aveva decifrato l’ultimo messaggio mentre era ancora a Nord dell’isola di Hios, alla ricerca dell’Ankara o meglio dell’ Araxos che poteva essere diretto verso i Dardanelli, oppure verso la Grecia, come Dimitri sospettava, per un’azione di sorpresa, un colpo di mano “tipico degli italiani“.

Il messaggio lo informava che l’Ankara era stato avvistato da un idroricognitore Inglese, mentre era diretto verso lo stretto, a Nord di Andros, con posizione a circa sessanta miglia da quest’isola.
Mantzanas aveva fatto subito rotta per 225° ed aveva chiesto tutta la velocità possibile, ma facendo circa venti nodi, sarebbe stato problematico raggingere la nave prima delle luci antelucane del giorno successivo, se la nave avesse seguito la rotta segnalata, sarebbe stata già oltre capo Sunion, cioé già nel golfo Saronico di Atene, dove probabilmente era situato l’obiettivo degli italiani.

Ma quale obiettivo, si domandava Dimitri, mentre si stropicciava gli occhi stanchi e si accingeva a scendere dal suo scomodo osservatorio? Uno sbarco? Forse l’Ankara aveva nelle sue stive un centinaio di soldati o forse era carico di esplosivo e diretto verso il porto del Pireo pieno di navi inglesi, come avevano fatto poco tempo prima con quegli incredibili motoscafi esplosivi nella baia di Suda?

Cosa poteva fare Dimitri con il suo P 34 e con il suo equipaggio di quattro uomini… con l’Oerlikon che nei momenti critici spesso si inveooava ,.. con le sue sei bombe di profondita ??

Non rimaneva che sperare nell’intervento di qualche unità inglese o greca per poter fermare gli italiani.
Comunque, Dimitri pensava che sarebbe stato bello ed onorevole riuscire a fermare l’Ankara o magari affondarlo.
In cuor suo ricordava sempre il proditorio affondamento dell’ Helly, la piccola nave che era diventata il simbolo della resistenza greca all’aggressione ialiana.

I greci erano un popolo di marinai e marinai combattenti, che dal 180 avanti Cristo, nella battaglia di Salamina contro la flotta persiana di Re Serse, poi contro i Turchi nelle guerre di indipendenza, non avevano subito una sconfitta.
Il sole era ormai sotto la linea dell’orizzonte ed il cielo stava subendo quella magica trasformazione di colori dal rosso al blu intenso, che mutava con il luccichio delle prime stelle ad oriente…

Dimitri rientrò nella piccola timoneria dove il vecchio Spiridion aveva disposto per lui sul tavolo di carteggio, un piatto di stagno con un pomodoro condito con olio e basilico ed un pezzo di formaggio.

Il tinoniere, in piedi davanti alla ruota del timone, occhio alla bussola fiocamente illuminata nella sua chiesuola, correggeva con minuscoli movimenti la rotta della piccola unità che procedeva a tutta la velocità possibile.

Spiridione si affacciò dal tambugio che dal quadrato portava alla timoneria; “Dimitri mangia qualcosa e vai a dormire; Fino all’alba starò io qui di guardia. Tanto, alla mia età si dorme poco. Ti chiamo appena abbiamo capo Sunion di prua. Stai tranquillo che li raggiungiamo e li fermiamo“.

Capo Sunion, 28 marzo 1941

L’Ankara doppiò Capo Sunion, l’estremità meridionale dell’Attica verso le 02,00 del giorno 28 marzo. Ormai poco più di cinquanta miglia separavano la nave dal suo obiettivo. Circa cinque ore di navigazione che avrebbero portato la vecchia carretta all’imboccatura Sud del Canale di Corinto.

Il Comandante Bertone dall’ala di plancia destra aguzzava la vista nell’oscurità ed a bassa voce dava continui ordini a Francesco che stava al timone. Voleva tenere il più possibile la nave a ridosso della costa, che sotto il promontorio del Capo era quasi a strapiombo sul mare e tentava di passare tra il Capo e la piccola isola di Patroklou, in un canale stretto centocinquanta metri e con un fondale di non più di quindici metri.

Questa rotta pericolosa avrebbe tenuto l’Ankara nell’ombra della costa e probabilmente l’avrebbe sottratta all’avvistamento da parte di probabili navi di pattuglia.

A bordo si sentiva l’odore della terra, dei pini, del lentisco, della ginestra che a marzo era già in fioritura. L’alto profilo nero di Capo Sunion con il colonnato del tempio di Nettuno che si stagliava contro il cielo stellato, piano piano scadeva a poppa, mentre Francesco dirigeva la prua verso lo stretto passaggio tra l’isolotto e le rocce a picco della penisola.

In sala macchina i due fuochisti cercavano di tenere in pressione la caldaia con una combustione graduale e costante in modo da non provocare la fuoriuscita di scintille dal fumaiolo.

“Dai una caviglia a dritta, per cortesia Francesco, mormorò a bassa voce Bertone. Era come infilare un filo nella cruna dell’ago.
Contemporaneamente Francesco sentì la voce tranquilla di Corti dall’ala sinistra.

“Una caviglia a sinistra, per piacere Francesco“. Con le mani sudate e contratte sulle caviglie della vecchia ruota, il guardiamarina Francesco Attanasio, chiudendo gli occhi che aveva fissi sulle scogliere ormai vicine, disse a mezza voce: “Mezza caviglia per uno, accontentatevi ed esegui!”

Ad occhi chiusi, rivisse mentalmente le lunghe e prime esperienze che aveva fatto ancor prima della guerra, sulla “Lupa“, una specie di dinghy, navigando a vela nel Tigullio.

Aveva imparato a prevenire, con piccoli movimenti della barra, la tendenza a poggiare od orzare del piccolo scafo.
Bisognava anticipare la correzione traguardando lo strallo di prora. Quello stesso strallo che, fatte le debite proporzioni, ora che aveva riaperto gli occhi, intravedeva nero nella tenue oscurità del cielo che tendeva a schiarire.

A prua, Francesco vide leggermente a sinistra il profilo basso dell’isola di Egina. Ormai erano passati nella cruna dell’ago; Sauro era arrivato in plancia seguito dal cuoco con il caffé.

“Via così per 290°“. Era la voce di Bertone, ora più tranquilla, che soggiunse: “Sauro per cortesia tiri giù la bandiera turca e metta a riva la nostra bandiera di combattimento; mettetevi tutti indivisa o tuta di lavoro con le stellette ben in vista e cominciate a sfondare i sacchi di cemento dopra il pietrame; resto io al timone. “Poi, sempre in tono non ufficiale mormorò: “Su questa nave consumiamo più caffè che carbone“! Poco dopo Corti, Francesco, Sauro scendevano nelle stive numero uno e due, mentre Caprotti andò a poppa nella tre.

Un paio d’ore dopo, al traverso di Egina, il lavoro era finito e mentre Capriotti, salito sul castello di poppa per spolverarsi la tuta alla brezza, volto verso la scia della nave, vide all’orizzonte lontano verso poppa a circa un paio di miglia, una piccola unità che seguiva la rotta dell’Ankara.

Si distingueva appena nell’incerta luce dell’alba. Dopo averla osservata per un po’, si convinse che poteva essere una unità di pattuglia e corse in plancia.

“Comandante, guardi verso poppa, a me sembra che ci stiano inseguendo“.
Bertone si sporse dall’ala di plancia, diresse gli oculari del suo binocolo verso poppa e vide lontana una piccola sagoma che riconobbe quasi subito di una motovedetta simile a quella che abbiamo incrociato nel canale di Hios ieri mattina. Abbassò il binocolo e rivolto a Sauro, proprio nella nostra scia o poco meno di una quindicina cronistica potesse essere la frase pronunciata su quella nave e con quell’equipaggio se dietro le montagne che ha di miglia al traverso sulla dritta, adagiata tra la basse colline dell’Imeto e le lontane montagne dell’Aigaleos già tinte di rosa; tra poco i primi raggi del sole avrebbero illuminato il Partenone.

Bertone guardò in alto alla crocetta dell’albero di mezzana, ove Sauro aveva issato la bandiera di combattimento che ora garriva al vento, poi disse: “Forse ci conviene recitare la commedia ancora per un po’ e disse a Capriotti: se è una piccola unità di pattuglia può darsi che ci vada bene. Attanasio, faccia ammainare la nostra bandiera e rimetta a riva quella turca”. “Mi pare che sia quattro o cinque miglia dietro a noi, ormai non possiamo più travestirci da turchi, mancano poche miglia al Canale di Corinto, forziamo l’andatura! Tutti ai posti di combattimento!

Il primo rosso chiarore del sole stava facendo capolino circondano Atene e la città si intravedeva il grande porto del Pireo, in basso era ancora avvolto nella foschia “Ankara o Araxos, avviston, con attraverso Pireo tentiamo fermo e controllo; chiediamo supporto unita’ di appoggio,

“Il Tenente di Vascello Dinitri Mantzanas aveva fatto trasmettere il messaggio di scoperta in chiaro, appena doppiato il capo Sunion L’Ankara era a quattro o cinque miglia a proravia della P 34; presto l’avrebbe raggiunta ed affiancata, ma probabilmente doveva aspettarsi resistenza, e non un combattimento Speriamo che dal Pireo arrivi qualche unità per darci una mano… per quanto disse il nostromo Spiridion; “mi piacerebbe buttare al fondo, quella vecchia carretta turca, con le mie mani“.

Dimitri adesso, distingueva bene la nave nell’incerta luce dell’alba e notò che procedeva con una rotta che non portava al Pireo, ma se doppiava ad Ovest l’isola di Salamina, poteva andare a Megara, oppure poteva essere diretta a Patrasso attraverso il Canale, ma Dimitri ricordò che il Canale di Corinto per ragioni di sicurezza in tempo di guerra poteva essere percorso solo da navi nazionali oppure da navi neutrali, ma con un pilota e un picchetto armato a bordo.

Mettendo bene a fuoco il suo binocolo vide la bandiera turca e fu nuovamente assalito da dubbi; Gli italiani potevano aver venduto o noleggiato la vecchia nave greca ai turchi anziché tenerla inutilizzata sotto sequestro a Rodi. Decise che l’avrebbe fermata ad ogni costo; sarebbe salito a bordo con un picchetto armato nelle acque territoriali greche. Questo atto sarebbe stato pienamente giustificato; d’altronde gli ordini erano tassativi, L’ Ankara era a meno di un miglio di distanza.

“Prepariamoci; Spiridion, mettiti al timone e prendi il comando, io salirò a bordo con due uomini armati appena quella maledetta carretta si fermerà”

Poi rivolto ai marinai disse:

“prendete fucili e giberne e seguitemi a bordo non appena accostiamo“ 

poi, ai due serventi al pezzo di prua:

“sparate due colpi in bianco a prua della nave; uno a dritta ed uno a sinistra, prima però issate il segnale a bandiere di fermo”.

Dimitri sentiva per la prima volta l’ansia dell’azione di guerra; sperava in cuor suo che la nave fosse effettivamente turca e che non nascessero complicazioni; ma se fosse stata italiana e se tutto fosse andato bene, sarebbe stata un’azione che con onore avrebbe reso la pariglia per l’Helly.

Si allacciò il cinturone con la fondina della rivoltella dopo aver verificato che il caricatore fosse pieno ed il colpo in canna.

Bertone, dall’ala di plancia guardava con apprensione la piccola unità che, nella scia dell’Araxos, si avvicinava rapidamente e vide che sull’alberetto accanto alla bandiera greca un’altra serie di CORINTO  bandiere del codice di segnalazione che interpretò come un segnale di “Stop“. Poi, in rapida successione notò le vampa di partenza di due colpi del pezzo da venti millimetri che aveva notato a prua della motovedetta. Prima che il rumore dei colpi giungesse alle sue orecchie, vide a cinquanta metri sulla dritta, sollevarsi una colonna d’acqua di un proiettile che impattava la superficie.

“Sauro, per cortesia, dia due colpi di sirena di ricevuto e faccia fermare le macchine“, disse rivolto alla timoneria mormorando;

“Porca miseria, siamo quasi sull’obbiettivo. Chiami Attanasio, Curti, Capriotti ed uno dei fuochisti, che salgano in plancia. Dopo aver preso i due mitra e le pistole che abbiamo in dotazione, ma che si tengano nascosti in saletta radio, tentiamo il tutto per tutto!”

Sentì lo sfiatato sibilo della sirena che emise due segnali consecutivi, poi il tintinnio del telegrafo di macchina, si tolse il berretto e si rimboccò il bavero con le stellette e le maniche della tuta sulle quali spiccavano dorati i segni del comando.

“Dica ad Attanasio di prendere con se la pistola, di calare la biscaglina e di non pronunciare una parola nell’accogliere gli ospiti.. Sauro! Via le stellette!”

Il ritmico rumore della macchina alternativa si quietò, mentre lentamente la nave smorzava l’abbrivio. Dall’alto della plancia Bertone vide la motovedetta greca che, con quattro vecchi pneumatici da camion fuori bordo, si affiancava con due marinai armati di fucile ed un giovane ufficiale pronti in coperta. Dimitri con il cuore in gola rivolto verso la timoneria disse:

“Spiridion stai in campana e stai pronto a scostare, devo vedere i loro documenti ed ispezionare il carico, se entro quindici minuti non mi vedi, fai un colpo di clacson e chiama il comando”.

poi agguantò la biscaglina e cominciò a salire seguito dai suoi due marinai con il fucile a tracolla. Appena scavalcata la falchetta vide un giovane sorridere in una tuta abbastanza bisunta che gli fece cenno di imboccare la ripida scaletta che portava in plancia. Salì rapidamente la stretta scala e non appena sbucò con la testa in plancia, vide la canna di una rivoltella calibro 9 puntata in mezzo ai suoi occhi.

“Comandante, Benvenuto a bordo della Regia Nave “Araxos “, faccia salire senza dire una parola i suoi ragazzi“.

Queste furono le parole di benvenuto di Bertone che stava dall’altro lato della canna della Beretta. Il comandante italiano che si era chinato sull’apertura della scala, si rialzò in piedi sempre tenendo la pistola puntata verso il greco si era rimesso il berretto e le stellette con i galloni bene in vista. Dimitri alzò istintivamente le mani.

“Comandante, stia pure comodo, mi consegni la sua rivoltella; Sono il Comandante Bertone della Regia Marina Italiana e questo è il mio equipaggio“

… disse in perfetto inglese, mentre Curti, Capriotti, un marinaio e Sauro che aveva momentaneamente abbandonato il timone, accompagnava nella saletta retrostante e disarmava i marinai greci che erano sbucati dalla scaletta sospinti da Francesco che, sempre sorridente aveva estratto la sua pistola.

“Penso che potremo parlare in inglese anziché l’ormai inutile turco, che non e’ molto gradito alle vostre orecchie”.

Dimitri pallido e visibilmente incazzato non apprezzò la cortese battuta. L’avventura era finita nel breve volgere di pochi secondi, solo Spiridione e la P 34 erano ancora fuori dal gioco e pensò che a quel gioco era giocoforza starci. Forse qualcosa poteva cambiare; ricordava che aveva richiesto l’intervento di unità di supporto che, dal Pireo potevano in pochi minuti raggiungere l’Araxos, ma che intenzioni avevano gli italiani?

Disse Dimitri:

Comandante Bertone, non dimentichi che siamo a poche miglia da Atene e che, se entro quindici minuti non si risolve la situazione scatterà l’allarme, con la mia unità non posso far molto, ma qualcuno verrà a fermarla“.

“Tra poco più di quindici minuti avrò raggiunto il mio obiettivo e probabilmente avrò il piacere di essere suo prigioniero “Spero di essere trattato insieme ai miei uomini, come in questa circostanza, io sto trattando lei”, replicò in tono fermo ma ironico Bertone. “Attanasio, faccia servire un caffè al Comandante… Mi scusi, qual’è il suo nome?”

“Sottotenente di Vascello Dimitri Mantzanas della Real Marina Greca. Grazie“, mormorò tra i denti mentre rispondeva al saluto militare.

“Comandate Mantzanas, lei è formalmente ed ufficialmente mio prigioniero e le debbo chiedere sulla sua parola d’onore, che non cercherà in nessuna maniera di interferire con l’azione in corso.”

“Comandante Bertone“ rispose Dimitri “come marinaio combattente non le posso dare la mia parola, anche perché la mia unità è ancora la fuori e ha ricevuto degli ordini precisi.“

I due uomini si lessero negli occhi una reciproca stima. Dimitri, mentre si avviava nella vicina cabina udì Bertone ordinare:

“Sauro, macchina avanti tutta e vada sempre per 290° o via così! Issate la bandiera di combattimento! “

Poi udì il tintinnio del telegrafo di macchina e le vibrazioni della motrice nuovamente in movimento e in rapido crescendo.
“290°!“ Dimitri non aveva molta dimestichezza con l’italiano, ma qualcosa capiva, “duecentonovanta gradi!“ Mentre, sconsolato, sorbiva il suo caffé, seduto sul divanetto con i suoi marinai ormai disarmati dalla cabina ormai chiusa a chiave cercò di rivedere mentalmente la carta nautica del Gfolfo Saronico.

Si erano fermati a poche miglia a nord dell’isola di Egina, in un quarto d’ora il vecchio Araxos, con quella rotta dove poteva arrivare? Solo al canale di Corinto!! L’Araxos tentava di imbottigliare, ostruire, rendere impraticabile la via d’acqua ove passavano i convogli greci e inglesi diretti al fronte greco albanese sul quale le truppe italiane erano costrette da un anno, dopo la sterile prima offensiva, ad una strategia di contenimento.

Quando Spiridione vide l´Araxos mettersi in moto ed issare la bandiera italiana capì che qualcosa era andato storto. Evidentemente Dimitri era stato tratto in inganno, soprafatto con i suoi ed era stato fatto prigioniero.
La P34 si era scostata ed era ferma a circa un centinaio di metri dalla fiancata della nave che rapidamente se ne andava verso Nord Est. Bisognava fermarla ad ogni costo, ma a bordo erano rimasti in tre: lui ed i due serventi al pezzo.

“Presto ragazzi, fuoco a volontà! Non mirate in plancia dove potrebbero trovarsi i nostri, sparate al galleggiamento.. Fuoco, fuoco!“, gridò il vecchio nostromo mettendo in moto i motori per rimanere a fianco all’Araxos.

I primi colpi arrivarono a segno, ma penetravano le vecchie lamiere sopra il galleggiamento per poi smorzarsi nel carico di pietrame oppure rimbalzavano sulla superficie dell’acqua. Spiridione si rese conto che erano come punture di spillo contro un elefante e dopo una ventina di inutili colpi ordinò di cessare il fuoco e diede ordine ai serventi di entrare nella timoneria e tenere la rotta mentre lui tentava di sintonizzarsi sulla stazione radio del Comando Marina del Pireo.

“Qui P34, a Comando Marina, precedenza assoluta su precedenza assoluta, P..A… P.A.” ripeté più volte sinché udì la voce dell’operatore.

“Abbiamo tentato di fermare il piroscafo Ankara, a nord di Eginn, per il controllo, il picchetto armato con il nostro Comandante è stato sopraffatto.

L’Ankara è diretto verso Corinto e batte bandiera della Marina da guerra Italiana. Urge invio di unità per intercettarlo“, disse affannosamente Spiridione e senza attendere risposta  ritornò nella timoneria.

L’ Araxos procedeva a tutta velocità, eruttando nuvole di fumo nero verso il suo obiettivo, fiancheggiato a poche decine di metri dalla piccola P 34.

Bertone sentì i colpi in arrivo nello scafo della nave e disse:

“Tenetevi tutti a sinistra, meno male che ci sparano allo scafo e non credo che possano farci alcun danno o fermarci“, disse rivolto al suo Secondo: “Corti, mancano poche miglia all’imbocco del canale, dica ai fuochisti di alimentare al massimo le caldaie fino a farle scoppiare se necessario, prima di venire su con il Capo Capriotti!
“Vi voglio tutti in plancia con i giubbetti salvagente e le armi; Attanasio e Sauro al timone e mi raccomando, dritti dentro il canale che vedete davanti a voi“.

Ormai erano a meno di un miglio e Francesco osservava la gigantesca opera dell’uomo che aveva tagliato l’istimo per sei chilometri incidendo la roccia calcarea con uno stretto taglio, profondo quasi cento metri.

Una trincea gigantesca con le pareti quasi verticali il cui scavo era iniziato sotto l’impero di Nerone.

passaggio nel Canale di Corinto

passaggio nel Canale di Corinto

Due ponti metallici erano situati a poche centinaia di metri dall’imbocco, nella parte più alta della trincea; uno stradale e l’altro ferroviario  sul quale Francesco vide passare un treno; sembrava un giocattolo. Il canale visto da questa prospettiva sembrava un taglio rettilineo, una gigantesca ferita che biancheggiava nel sole ormai alto.

Mezzo miglio separava adesso la nave dal suo obiettivo che rivelava ora una protezione di reti parasiluri sostenute da galleggianti cilindrici

“Mi raccomando Francesco e Gigi” li chiamò per la prima volta per nome“, dovete sfondare lo sbarramento della rete parasiluri e quando abbiamo imboccato il canale, proprio sotto i ponti, date tutto timone a destra o sinistra in modo da portare la prua contro le rocce , fermare la nave e provocare una frana, poi attiverò le cariche di auto affondamento.

Tutti erano saliti in plancia ed armati indossavano i loro giubbetti rossi. Fu in quel momento che Corti, dall’ala di plancia destra, vide la piccola P 34 accostare la fiancata dell’ Araxos verso prora e urtarla rimanendo poi quasi attaccata alle lamiere del mascone per la forza del timone dato tutto a sinistra. La piccola motovedetta procedeva adesso alla stessa velocità della nave come una remora attaccata al ventre di uno squalo ..

“Mio dio Comandante, sta sganciando le sue bombe di profondità”, gridò il Secondo che si era affacciato all’ala di plancia ..
Pochi secondi dopo la nave fu scossa da una formidabile esplosione e sul fianco destro si elevo’ una enorme colonna d’acqua mista a rottami che superarono in altezza le sovrastrutture squassando l’Araxos.

La nave squarciata la chiglia all’altezza del locale macchine cominciò a sbandare a dritta, pur proseguendo ancora per poco la sua corsa la motovedetta greca era stata travolta dall’esplosione e pochi suoi rottami galleggiavano nell’acqua sconvolta.
L’acqua invase rapidamente il locale macchine provocando l’esplosione della caldaia che con la sua potenza sfondò gli osteriggi di coperta abbattendo la ciminiera verso prora.

L’Araxos, sbandato di venti gradi, proseguì per abbrivio sino a sfondare le ostruzioni retali, per poi fermarsi a meno di duecento metri dall’inizio del canale.

“Presto, liberate i prigionieri, aprite la cabina“, urlò Bertone”, date loro dei salvagenti, poi abbandonate la nave.
Francesco, ammainata la nostra bandiera, la gettò a mare appesantita dalla sua pistola.
Dimitri entrò in plancia con i suoi due marinai e corse all’ala di plancia scivolando sul pavimento inclinato ormai oltre trenta gradi inseguito da Bertone e da Corti.

Dimitri guardò giù in mare e non vide la sua unità; poi capì il vecchio Spiridione, nell’estremo tentativo di fermare la nave, aveva sganciato le bombe in dotazione spolettandole alla minima profondità.

Mentre la nave andava verso le ostruzioni, le bombe erano state sganciate a prora e affondando erano esplose sul fianco, a dieci metri di profondità in corrispondenza del locale macchine dell’Araxos, coinvolgendo fatalmente anche la piccola unità con il suo equipaggio.

Tenendosi appoggiato alla falchetta Dimitri si irrigidì sull’attenti portando la mano alla visiera del suo cappello; Bertone e Curti, al suo fianco, spontaneamente lo imitarono.

Il vecchio Nostromo Spiridione, con il suo volontario sacrificio era riuscito a fermare il vecchio Araxos, come aveva promesso.

L’Araxos con il suo pesante carico affondò rapidamente, ma si raddrizzò e rimase in assetto orizzontale con le sovrastrutture sopra il livello del mare; il fondale, in quel punto non superava i quindici metri.

La grande calma che sembrava essere calata dopo le esplosioni, fu rotta dal rumore dei motori di due motolance dei piloti del canale che, cariche di marinai armati accostarono la plancia ormai a livello dell’acqua.

Francesco incazzottò la bandiera che legata alla sua rivoltella volo’ in mare seguita dalle armi di bordo.
Quando furono tutti a bordo di una motolancia, Bertone, con a fianco Mantzanas, guardò i resti della sua nave che affioravano a meno di cento metri dall’imbocco del canale.

“Quel suo nostromo, disse, è stato veramente un marinaio degno delle grandi tradizioni della vostra Marina; si è sacrificato coscientemente per fermare la mia nave e c’è riuscito. Adesso che è tutto finito e sono suo prigioniero debbo farle i miei complimenti per la tenacia con la quale ha portato a termine tutta l’operazione da quando l’ho vista due giorni fa nel canale di Hios“. Dimitri restituì il saluto e stringendo la mano che gli era stata tesa disse: “Spero di rivedela quando tutto sarà veramente finito”.

Campo di prigionia di Istmia 28 Aprile 1941
Il piccolo campo di prigionia a meno di un chilometro dall’imbocco meridionale del Canale di Corinto, ospitava solo militari italiani dell’ Aeronautica e della Marina. Pochi, un centinaio sistemati in baracche sotto gli ulivi, quasi in riva al mare.

Vi erano piloti ed avieri di un paio di bombardieri italiani abbattuti nella zona di Atene, un paio di piloti di caccia e l’equipaggio quasi completo del sommegibile “Anfitride“ della flottiglia di Lero, affondato un mese prima nel canale tra Creta e Kaso, da unità greche ed inglesi.

Il comandante Bertone, Curti, Francesco, Gigi, Capriotti ed i due fuochisti, dopo l’affondamento dell’ Araxos ed un lunghissimo interrogatorio presso il Comando Marina Greca al Pireo, condotto da ufficiali greci ed inglesi, erano stati condotti nel piccolo campo di Istmia e per loro era cominciata la monotona e triste vita del prigioniero di guerra.

Tramite la Croce Rossa Internazionale poterono far arrivare loro notizie a casa ma le giornate cominciavano ad essere interminabili come le nottate. Dal confine il filo spinato del ciglione occidentale del campo si poteva vedere a circa un paio di miglia l’imbocco del Canale con i resti affioranti dell’ARAXOS che comunque non ostacolavano molto il traffico di piccole navi che in convogli entravano ed uscivano dal canale, qualche cacciatorpediniere inglese o greco, sommergibili e motovelieri locali, tutto sembrò finire la mattina del 26 Aprile.

Da alcuni giorni i prigionieri del piccolo campo, erano in agitazione. Frammenti di notizie arrivavano attraverso gli invisibili e misteriosi fili che collegano sempre i campi di prigionia al mondo esterno. Le truppe germaniche, il 6 aprile avevano invaso la Jugoslavia partendo anche dalla frontiera bulgara ed ora, dopo aver sfondato la linea di difesa Metaxas a difesa dei confini Nord Est della Grecia, il giorno 9 erano già a Salonicco ed il giorno 24 avevano travolto e superato l’eroica resistenza che, alle Thermophili, i soldati greci ed inglesi avevamo tentato memori del sacrificio dei guerrieri greci contro l’esercito persiano.

Ora le Panzer divisionen stavano dilagando verso Atene e da alcuni giorni aerei germanici scorrazzavano indisturbati nei cieli della Grecia. Gli Stukas si erano avventati come falchi sulle navi; solo alcuni giorni prima i prigionieri avevano assistito all’affondamento di alcuni piroscafi inglesi che dalla vicina Megara tentavano di reimbarcare le truppe in ritirata verso Creta.
In pochi minuti il mare era pieno di naufraghi che tentavano di raggiungere le spiagge. Il gruppo dell’Araxos era rimasto molto unito ed era il ventottesimo giorno di prigionia.

Quella mattina Francesco e Gigi si erano alzati presto e prima dell’appello volevano fare un po’ di corsa per mantenesi in forma; inoltre era l’occasione per discutere l’ennesimo piano di evasione.

Fu al secondo giro del perimetro del campo che udirono un crescente rumore di motori di aerei che, provenienti da Nord a bassa quota, sbucarono dalle montagne. Erano una cinquantina di trimotori Junkers JU 52 con le svastiche sulla coda e le croci nere sotto le ali. Passarono rombando sopra il campo ad un centinaio di metri d’altezza e si divisero in due sezioni per virare e sorvolare i due lati del Canale in corrispondenza dei ponti.

Un intenso fuoco di artiglieria e di armi leggere li colse con delicata manovra della virata. I Bofors inglesi da 37 millimetri, di guardia ai ponti, si erano improvvisamente fatti vivi.
Un trimotore esplose in volo mentre un altro velivolo con i motori in fiamme perdeva quota. Ma da tutti gli aerei cominciarono a fiorire i bianchi paracadute dei fanti dell’aria germanici. Evidentemente il loro obiettivo era il possesso dei ponti sul canale per impedire il passaggio delle truppe inglesi che si ritiravano verso il Peloponneso. Dal campo, dove tutti i prigionieri erano usciti all’aperto per vedere gli aerei, si udivano i rumori di un aspro combattimento.

Altri aerei tedeschi effettuarono mitragliamenti sulle ´postazioni inglesi poste a difesa dei ponti, seguiti da una decina di alianti che planarono sibilando ai lati del canale. Un paio di essi arrivati troppo bassi si schiantarono all’ingresso del canale vicino al relitto dell’Araxos. Poi a metà mattinata il combattimento cessò, ma uno dei ponti era stato fatto saltare.
Nella serata un plotone di “fallschirmjager“ con i loro strani elmetti entrarono nel campo ormai abbandonato dai soldati greci.
I marinai italiani erano liberi!

Ma, come aveva detto il Sottotenente di Vascello Dimitri Mantzanas, non era veramente “finita“.

Un mese dopo la Regia Nave “Cassiopea“, una torpediniera da settecento Tonnellate usciva silenziosamente dal porto del Pireo.
I Guardiamarina Francesco, Attanasio, Luigi e Sauro si erano imbarcati… Per loro la guerra era appena cominciata.

 

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