Portualita’ turistica

La cantieristica dedicata al diporto nautico è un settore che ancora “tira” grazie a una clientela di superricchi che, in America, in alcuni paesi europei ma soprattutto in Oriente apprezzano la qualità italiana: siamo infatti al primo posto mondiale nella costruzione di super yacht.

Moltissimi di questi yacht navigano lungo le coste italiane, apprezzate per la loro bellezza, per la possibilità di raggiungere città d’arte, per l’ottima cucina.

Includendovi l’indotto turistico il relativo comparto è al secondo posto del cluster marittimo con un Pil che supera i 7 milioni di Euro e un moltiplicatore del reddito pari al 455%.

Ovviamente questo turismo richiede dei porti attrezzati, le cosiddette marine.

In Italia vi sono oggi solo 140.000 posti barca, assolutamente insufficenti ad alloggiare il parco nautico nazionale stimato in oltre 600.000 unità

Si tratta di un argomento in discussione da molti anni per il quale viene riconosciuta la necessità di attrezzare in modo adeguato le nostre coste per accogliervi le imbarcazioni da diporto, sia stanziali sia itineranti, che oggi scelgono sempre più spesso mete all’estero, meglio servite, organizzate e anche più economiche.

Purtroppo intralci burocratici, conflitti di competenza, obiezioni spesso ingiustificate di verdi e ambientalisti e molte altre difficoltà hanno fatto sì che l’ottenere le concessioni necessarie richieda tempi lunghissimi tanto che in questi anni sono stati costruiti assai pochi nuovi porti turistici, la cui richiesta è peraltro in crescita anche in risposta alle richieste del turismo internazionale di superyacht.

Solo nello scorso mese di maggio al convegno Satec di Palermo sono stati individuati 40.000 nuovi ormeggi trasformando strutture esistenti, il 35% immediatamente, il 25% in tempi brevi, il resto in tempi più lunghi. Questi e altri grandi progetti strategici e una corrispondente rete di strutture sarebbero realizzabili a condizione di rimuovere le cause che generano conflitti di competenza tra le diverse amministrazioni attraverso una modifica dell’assetto costituzionale esistente.

Nonostante un’indagine conoscitiva svolta dall’unione dei costruttori nautici in collaborazione a Legambiente sui bacini portuali, dopo aver esaminato i dati economici a conferma della potenzialità dello sviluppo della nautica da diporto orientata alla costituzione di una rete di marine atta a rispondere alle esigenze turistiche, alcuni verdi continuano ad osteggiare ogni iniziativa, il che non stupisce. Meraviglia invece il fatto che la loro costruzione sia di fatto ostacolata dal nostro “sistema”.

Alcuni esempi sono emblematici.

A Portoferraio il Comune ha respinto, senza neanche un’istruttoria, un progetto da 100 milioni di Euro da spendere su di un territorio bellissimo ma dimenticato da oltre 50 anni e Jesolo pretende di rilasciare una concessione di soli 6 anni per la realizzazione di un porto turistico da 40 milioni di euro, in quanto la legge regionale regolamenta in quella regione solo la tipologia del demanio turistico-ricreativo e non anche quella del demanio portuale turistico, che, di conseguenza, per il Comune non esiste.

Questi e altri esempi sono più che sufficienti per allontanare dal settore chiunque accarezzi l’idea di investire per realizzare un porto turistico.

La confusione non è però solo periferica ma anche al centro.

Infatti una Legge Finanziaria del 1997 prevedeva agevolazioni e riduzione dei canoni demaniali per gli imprenditori della portualità,” al fine di consentire la realizzazione di nuove e moderne strutture e l’adeguamento di quelle esistenti agli standards comunitari”, invogliando il mondo imprenditoriale ad investire nel settore.

Sono passati dieci anni e qualcosa è stato realizzato nonostante intralci burocratici che di fatto ostacolano ogni passo del lungo iter necessario a ottenere tutte le autorizzazioni a livello centrale, regionale, comunale, delle Capitanerie, del Demanio, le approvazioni VIA (impatto ambientale), conferenza dei servizi eccetera.

Poi, lo stesso Stato, 10 anni dopo, ha fatto una nuova Legge Finanziaria aumentando fino a 10 volte quegli stessi canoni che ormai sono alla base degli Atti Formali di Concessione stipulati per i porti costruiti.

Dinanzi a questo scenario desolante, il Comandante Angelo Zerilli, un esperto del settore ha, in un suo recente articolo, formulato le seguenti ipotesi e relative proposte (che riportiamo su sua autorizzazione).

Aspettare i 50 porti che il Ministro Scajola vuol far realizzare a Sviluppo Italia (che poi ne doveva già realizzarne altri 50 attraverso Italia Navigando), oppure attendere una nuova legge con i suoi tempi approvativi ed attuativi, sperando poi che non venga applicata con quella massiccia dote di approssimazione che caratterizza , per esempio, l’applicazione della legge sulle Conferenze di Servizi?

Sarebbe forse più semplice e diretto procedere alla emanazione di una Direttiva concordata in ambito Conferenza Stato-Regioni che possa indicare in modo chiaro ed assolutamente concreto e diretto quando e cosa deve fare ciascuna delle tante Amministrazioni interessate alla problematica.

Sarebbe cosi possibile indicare in modo certo quali sono oggi le competenze delle Regioni e quelle dello Stato in materia di Demanio; quali debbano essere le durate delle concessioni; stabilire in modo inequivocabile che il demanio turistico ricreativo è cosa ben diversa da quello portuale turistico, che a sua volta non può essere confuso con quello portuale- commerciale; evidenziare opportunamente che ci sono già leggi che prevedono la possibilità di variare i Piani Regolatori Portuali durante lo svolgimento degli iter procedurali, senza che le domande per costruire porti turistici per essere presentate ed esaminate debbano attendere preventivi Accordi di Programma tra le Amministrazioni locali.

Immagino che questa Direttiva Stato – Regioni, concordata ed accettata su l’intero territorio nazionale, nel pieno rispetto delle prerogative di ciascuna Amministrazione, ma anche nel rispetto dei diritti dei cittadini, siano essi residenti sui territori interessati, che imprenditori attenti al loro legittimo profitto, possa anche dar forza allo strumento della Conferenza di Servizi, stabilendo tempi perentori e non ordinatori entro i quali, – pena la rigida applicazione del principio del silenzio assenso- indicare i pareri di competenza che dovranno essere chiari e definiti e non, come quasi sempre oggi accade, temporanei e subordinati a delle logiche non sempre trasparenti.

Pensando ai tempi difficili cui stiamo andando incontro, credo che con l’apporto disinteressato di tutti coloro che conoscono le potenzialità di un settore oggi incredibilmente trascurato, si potrà dire di aver fatto tutto il possibile per evitare quello che altrimenti, per lo sviluppo dei nostri territori costieri, e più in generale per la nautica, diventerebbe un disastro annunciato.

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