O falso pao de aqucar di Franco Harrauer (prima puntata)

Franco Harrauer ha pubblicato su AltoMareBlu tanti articoli come progettista navale, vignettista ed artista speciale, raccontando storie di mare ed aneddoti romanzati della prima e seconda guerra mondiale che hanno appassionato i suoi attenti lettori.

Vi presentiamo il suo ultimo inedito lavoro, “O falso Paso de Aqucar” che stava elaborando con gli ultimi ritocchi insieme a Giacomo Vitale, quando improvvisamente è venuto a mancare…

Ciao Franco!!

Introduzione a - O falso Paso de Aqucar -

BRASILE – 1938 – 1943

  • Il Brasile è un paese benedetto da Dio che nel suo gesto non si è dimenticato dei suoi abitanti
  • Dire che il Brasile sia un paese affascinante è come usare una parola impropria.
  • Il Brasile, quando lo conosci, ti possiede con una forza irresistibile fatta di colori, suoni, usanze, baie, mare, umanità, gente semplice, allegra e musica che senti anche quando gli strumenti tacciono. Baie che all’alba si indorano, di giorno splendono e la notte si illuminano della luce dei suoi abitanti.
  • Il Brasile ti pervade di un sentimento che i brasiliani chiamano “saudade”, una specie di rimpianto, una melanconia che ti prende in maniera perfida e dolce insieme. Quando sei stato a lungo in Brasile e poi te ne allontani, in qualsiasi parte del mondo ti trovi sei preso da una specie di “mal d’Africa”… 
  • Brasile: ricco di gente allegra piena di “humor” quasi inglese, ma con una forte venatura mediterranea
  • E’ brasiliana e non può essere che brasiliana la “piada”, la storiellina del bombeiro José Manuel De Souza che “estregou uma caixa de fosphoros, para ver si no tancke do carro tinha gasolina: Tinha!!”
  • Si riferisce alla lapide posta sulla tomba di un pompiere portoghese (ai brasiliani piace prendere per i fondelli i cugini portoghesi) sulla quale è scritto: “Qui giace José Manuel De Souza, pompiere che sprecò una scatola di fiammiferi per vedere se nel serbatoio dell’auto ci fosse benzina… C’era!!”

Questa storia, basata su avvenimenti immaginari o veramente accaduti, oppure realmente pianificati e non attuati, si svolge in buona parte in Brasile nell’arco di sei anni. I mezzi aerei e navali descritti sono stati realmente operativi e facevano parte della flotta italiana, così come gli aerei civili e militari.

I personaggi sono in parte immaginari.

Franco Harrauer

1939 REGIA NAVE SCUOLA “CRISTOFORO COLOMBO” – COSTA BRASILIANA A NORD DI RIO

La “coffa” è uno dei rifugi segreti, conosciuti ormai da generazioni di allievi, ma comunque sempre e romanticamente segreto; un posto ove si può schiacciare un pisolino fuori ordinanza pur rimanendo in servizio.

La coffa è una minuscola piattaforma a trenta metri dal ponte di dove termina l’albero di gabbia con la “testa di moro” ed inizia l’alberetto di maestra.

Alberi del rispettabile diametro di circa trenta centimetri, che per un paio di metri corrono paralleli contornati dalla piccola piattaforma. Un posto riservato alle vedette di guardia per l’ampio orizzonte che domina ed al quale si accede dopo una interminabile scalata sulle griselle delle sartie di maestra e di gabbia.

Alla coffa si arriva attraverso un comodo passaggio chiamato “buco del gatto”, ma a memoria d’uomo, anzi di marinaio, è un punto d’onore non passare per quel pertugio, ma arrivarvi dall’esterno arrampicandosi alle rigge, con una manovra acrobatica a strapiombo, è identico ad una mosca che cammina sotto un soffitto.

Teseo Tesei

Foto tratta da un album di foto di Teseo Tesei

La foto pubblicata fa riferimento a quanto descritto nel racconto e tratta da un album di foto di Teseo Tesei.

Di seguito la descrizione dell’evento documentato dalla foto è descritta nelle pagine tratte dal libro “TESEO TESI e gli Assaltatori della Regia Marina” di Gianni Bianchi. L’autore Gianni Bianchi ha ripreso questa notizia da un memoriale su Teseo Tesei di Elios TOSCHI.

Le notizie di questo libro su Teseo Tesei sono state fornite dal Comandante Lino Mancini ed autore di AMB, che aveva fatto delle ricerche storiche in merito e quindi ha pubblicato una ricostruzione storica straordinaria del tragico evento di guerra intitolato Malta 2

Fin da piccolo Teseo da il segno che oltre il progettista sarà l’anima ed il condottiero delle nuova arma, l’indiscusso capo spirituale di quanti saranno chiamati all’azione. Un episodio di quegli anni fa capire che “corpo” e “spirito” stanno crescendo di pari passo nel giovane Tesei.

Un giorno d’inverno il solito gruppetto di allievi è seduto sul muretto del lungomare, un forte vento di libeccio diffonde tutt’intorno il fischio dell’attrezzatura del brigantino, a grandezza naturale, murato nel cortile dell’Accademia.

Gli allievi tengono il bavero alzato per proteggersi dalle folate di vento gelido.

Vedete l’albero di trinchetto?

chiese Tesei,

Secondo voi quanto sarà alto?

Più di 20 metri

risponde Stefanini.

Dopo una discussione, la misura rimane dubbiosa, di certo superiore ad un palazzo di cinque piani.

Credete sia possibile ad un uomo restare, dritto in piedi, sulla formaggetta lassù in testa d’albero a braccia aperte e con un libeccio come questo?

Se uno vuole suicidarsi quello è il metodo più sicuro, la formaggetta ha un diametro di poco superiore a trenta centimetri ed il vento spira da tempesta

risponde arguto Franzini.

Niente affatto, io vi farò vedere che si può e la paura, volendo, si vince anche se non è necessario.

Toltosi il mantello Teseo lascia gli increduli compagni e si dirige verso il brigantino, con lo stesso passo di chi deve compiere una semplice passeggiata, poi, afferrata una sartia, vi si arrampica veloce come un gatto. Il forte vento lo fa oscillare paurosamente eppure ogni tanto, fermatosi per riprendere fiato, con una mano molla la presa e saluta spavaldo i compagni.

Ad arrivare fin in coffa ha già fatto una pazzia, ma ora però dovrà per forza tornare giù, l’albero non ha appigli.

osserva Toschi con gli occhi di fuori.

Per nulla intimorito dalla pertica liscia e scivolosa per la salsedine, Teseo vi si avvinghia e con forza delle braccia e delle gambe riprende a salire.

Il pezzo finale sembra più difficoltoso, la formaggetta sporgendo sensibilmente ostacola l’ultimo balzo. Senza perdere un attimo, mosso da una furia interiore pari solo al suo vigore, il giovane elbano afferra la tavoletta e issato il ventre vi si sdraia con le gambe penzoloni nel vuoto, un colpo di reni ed ecco fatto ciò che sembrava impossibile.

Con quel vento urlante ci sarebbe da afferrarsi alla testa d’albero e apprestarsi a ridiscendere con cautela, la scommessa è vinta, ma Teseo deve dare il tocco finale a tanto ardimento. In piedi, senza alcun appiglio, spalanca le braccia e, come il più provetto degli equilibristi da circo, se ne sta ritto insensibile a tutto. La sua fredda volontà ha vinto e con essa lo spirito, contro ogni meschinità e debolezza umana.

Questo accade nel 1927, la torpedine rimarrà, come la quasi totalità degli impulsi giovanili, il sogno inespresso di un ragazzo, destinato a essere dimenticato con il passare degli anni?

Una delle contraddizioni della Marina, come quella che in Accademia si raccontava di un allievo, un certo Teseo Tesei, che era riuscito ad issarsi in piedi sul punto più alto dell’alberatura, sulla formaggetta dell’albero di maestra del brigantino interrato dell’Accademia e vi era rimasto a braccia aperte come un gabbiano immobile, ma teso nel maestrale. Una sfida a se stesso che quell’allievo, sotto le ostruzioni retali del porto di La Valletta, ripeterà nel 1941 facendosi esplodere con il suo mezzo d’assalto subacqueo, per aprire un varco ai suoi compagni della Xa MAS.

Ma fu dal “buco del gatto” che, quella mattina di aprile dell’anno 1938 si affacciò la testa dell’allievo Giuseppe Carlini.

Sveglia Francesco, siamo in vista di Rio!

disse il giovane aspirante con l’ultimo fiato che gli rimaneva in gola dopo la veloce arrampicata. Francesco Attanasio, allievo guardiamarina al III corso ufficiali della Regia Marina, afflitto da una crisi di sonno che durava da quando nel 1936 era entrato all’Accademia Navale di Livorno, cercò di sollevare le palpebre ed alzare il capo reclinato sulle ginocchia.

Dai Francesco sveglia, sono venuto a rilevarti! Non vedi che a prua abbiamo il Pan di zucchero? Dai, fai vedere che sei sveglio e telefona giù in plancia.

Il sole non era ancora sorto, ma alle prime luci dell’alba, verso prua si intravedeva la caratteristica sagoma del “Pao” che emergeva dalle brume del mattino celando la costa brasiliana intuibile dagli sfumati profili delle cordigliere.

Francesco si alzò dal graticcio con le ossa rotte, sbadigliando e stirandosi. Ancora con gli occhi chiusi aprì il portello alla base dell’albero metallico e ne estrasse una cornetta telefonica.

Da coffa a plancia; Ore 06.00, alla varea di diritta del pennone di velaccino vedo il Pan di Zucchero

Signor Attanasio, quello che Lei ha avvistato e che con prosa nelsoniana ha segnalato, non è il Pan di Zucchero, bensì il “falso Pao”. Siamo ancora a trenta miglia dall’imboccatura della baia di Rio! Ben alzato! Passi le consegne e scenda da basso per mettersi a rapporto

..risuonò ironica la voce del Tenente di Vascello Baroni, proveniente da trenta metri più in basso.

Attanasio è un nome di chiara origine greca, anche se in famiglia si mormorava di un possibile inquinamento di sangue partenopeo o meglio, sorrentino. In greco “Attanasio” significa “immortale” e sentendosi tale, Francesco non disdegnava, anzi preferiva tutte le attività e gli sport che comportavano un certo rischio. Nato in una Genova “borghese”, il padre spedizioniere di caffè e droghe, con uno “scagno” quasi fatto su misura per la sua minuta statura; la madre, alta e maestosa, di buona famiglia bolognese.

Francesco era cresciuto seguendo i cromosomi materni per il fisico alto e ben piazzato, con una muscolatura ben distribuita ed aveva ereditato anche quelli paterni per il carattere un po’ chiuso e rigoroso nei doveri.

Strappata per il capelli la licenza liceale al “Doria”, era entrato più per le prospettive sportive che per senso del dovere verso la Patria, nell’Accademia Navale di Livorno.

Francesco era “attaccante” nella squadra di pallanuoto di Sturla e su una piccola barca a vela, una “Lupa”, una specie di “Finn” ante litteram, veleggiava nel Tigullio. La Lupa era un regalo che il padre, notoriamente incredulo e scettico nei riguardi degli eventi sopranaturali, gli aveva regalato in occasione della sua unica promozione a luglio; evento considerato “miracoloso” in famiglia.

Francesco non era certo uno “sgobbone” e la sua media in Accademia era riequilibrata solo dalle sue eccellenti qualità sportive nel nuoto, nelle attività marinaresche o nello studio di materie strettamente legate alla sua futura professione.Era diventato abilissimo nel mimetizzare il suo perenne bisogno di riposo e sonno con stratagemmi che si adattavano a qualsiasi attività scolastica. Nelle ore di studio dormiva con la testa china sui libri, sostenuta dalle mani e dai gomiti puntati sul tavolo. Atteggiamento di grande concentrazione che veniva spesso turbato dal lento e progressivo scivolare dei gomiti, che si concludeva con una sonora testata sulla superficie del tavolo.

La “Cristoforo Colombo” apriva un solco spumoso nelle acque speculari ed azzurre dell’Atlantico, immergendo la briglia di catena del bompresso con il lento movimento che seguiva il ritmo delle lunghissime onde. L’acqua oleosa scivolava lungo i fianchi listati in bianco e nero della nave e si richiudeva in una scia lattiginosa che si perdeva dritta verso l’ormai lontano Cabo Frio. Nella calma apparente della brezza che soffiava da poppa in fil di ruota, il fumo di scarico del motore Diesel sbuffava tranquillo e saliva verticalmente tra gli alberi ed i pennoni sguarniti di vele, mescolandosi al gradito profumo del fumaiolo delle cucine; profumo di caffè e di pane fresco che sovrastava a tratti l’odore della nafta combusta.

Durante tutta la notte la Colombo aveva navigato a motore lungo la costa verso Ovest a secco di vele, in attesa della brezza di mare che le avrebbe permesso di entrare in mattinata a vele spiegate nella bai di Rio. Francesco si volse a poppa e vide il sole che spuntava come una palla infuocata dall’incerto orizzonte.

Vado giù a farmi una doccia, porca miseria fa già un caldo dannato, a casa è primavera e qui è autunno, ma fa sempre caldo. Quando avvisti il vero Pan di Zucchero fischia.. Per me questi cocuzzoli di pietra sono tutti uguali…

disse a denti stretti all’amico Carlini, che si era già diligentemente messo ad esplorare l’orizzonte.

Si afferrò alle bigotte delle sartie superiori e dondolando con le gambe nel vuoto, le serrò sulle rigge metalliche lasciandosi poi calare fino a sentire sotto i piedi le griselle delle sartie del fusto maggiore di maestra.

Tre ore più tardi la grande nave scuola della Regia Marina Italiana era a tre miglia dall’imboccatura della baia di Rio, quasi ferma.

Francesco era stato comandato gabbiere al controvelaccio di maestra, alla varea di dritta del pennone il più alto e sporgente dell’alberatura. Lo scafo ora riceveva al giardinetto le lunghissime onde oceaniche che, se a livello del ponte causavano un trascurabile effetto di beccheggio e rollio, a cinquanta metri d’altezza, sui pennoni più alti, produceva delle ampie oscillazioni che costringevano i gabbieri a non mollare per un istante le prese alle quali erano
spasmodicamente attaccati: “una mano per il Re ed una per te!

I pennoni erano stati bracciati al traverso e Francesco con i piedi sul “corridoio”, un sottile cavo tesato sotto il pennone teneva stretti i mataffioni che trattenevano la grande vela quadra, pronto al fischio nel nostromo.

L’unica consolazione era che se fosse caduto da quell’altezza, sarebbe finito in mare anziché sul ponte ed era uno dei vantaggi di lavorare alla varea, disse Francesco rivolto al suo compagno che ad occhi chiusi e pallido mormorava qualche cosa tra l’imprecazione e la preghiera:

Porca puttana! Ma perché ci insegnano a fare gli acrobati da circo, quando poi ci mandano a morire in un sottomarino che, oltretutto con le vele non ha niente a che spartire!

fu la conclusione liberatoria quando, udito il fischio del nostromo, tutti gli allievi fecero cadere quattordici grandi vele quadre ed issarono tre fiocchi, quattro vele di strallo ed una randa quasi contemporaneamente. Il rumore della tela che si spiegava fu come un rombo di un tuono al quale fece seguito i colpi cadenzati dei due cannoncini da 16/40 che a prua scandivano le salve d’onore.

I duemila metri quadrati di tela fecero presa al vento che soffiava da Sud verso l’imboccatura della baia, tra il “Pan di zucchero” ed il “forte di Ponta de Imbuì” e la “Cristoforo Colombo li prese velocità.

Francesco ammirava estasiato il grandioso spettacolo ed appena superata la stretta imboccatura, apparvero nella baia di Botafogo le due corazzate brasiliane “S.Paulo” e Il “Minas Gerais”, ancorate con il gran pavese a riva che rispondevano con altre salve d’onore.

Una enorme folla era sulle rive della baia ad ammirare ed applaudire la bella nave italiana che a vele spiegate procedeva lentamente, seguita da un codazzo di piccole imbarcazioni gremite di gente festante. Un nuovo ordine venne dal basso seguito da un modulare del fischietto del nostromo.

Serrare ed ammainare

Era una manovra che Francesco odiava. Cominciò ad afferrare e trarre a se la grossa tela della vela spellandosi e graffiandosi le dita, finché aiutato dagli imbrogli che venivano tesati dal ponte, il controvelaccio non fu ridotto ad una grande salsiccia raccolta e domata sotto il pennone. Terminata la manovra Francesco udì il comando: “fondo”. Il tonfo della grande ancora che cadeva a mare dal trave di capone fu seguito dal cupo sferragliare della catena e poi dal lento e maestoso virare della nave che metteva la prua al vento e si fermava nell’ansa del Botafogo, accanto alle unità brasiliane a meno di mezzo miglio dall’accademia navale della Marina Brasiliana.

I giovani marinai sudamericani schierati sul piazzale resero il saluto alla voce quando sulla Colombo, ormai ferma, fu issato il gran pavese.

Nell’estate del 1939 per le crociere dell’Accademia Navale erano state destinate le navi scuola “Amerigo Vespucci” e “Cristoforo Colombo”, rispettivamente al Nord e Sud America; erano navi gemelle, quasi identiche che avrebbero dovuto portare il saluto della Madre Patria alle numerose colonie di italiani che risiedevano e lavoravano negli Stati Uniti e Brasile.

I “Sacri legami con la Madre Patria” facevano parte della retorica politica molto sentita dal Regime Fascista. Linee marittime commerciali erano attive sia verso il Nord che il Sud America. Linee inizialmente dettate dalla necessità di sfruttare un flusso di emigranti sempre molto significativo, sin dagli anni dell’Unità d’Italia. Ma non erano più “vecchie carrette” cariche di una speranzosa umanità, ma modernissime e lussuose unità che suscitavano l’invidia del mondo intero.

Nel 1933 il gigantesco Rex di 51.000 tonnellate, sulla rotta Genova – New York, aveva battuto il primato di velocità alla media di 29,50 nodi aggiudicandosi il il nastro azzurro.

Era il tempo del prestigio per la nuova Italia: Imprese audaci, voli da primato per gli uomini e le macchine italiane: il raid di De Pinedo con un idrovolante Savoia Marchetti S.55, nel Sud e Nord America con la doppia traversata atlantica contemporanea all’impresa di Lindbergh nel 1927. Il volo senza scalo da Guidonia alle coste brasiliane di Ferrarin e Del Prete. Imprese che avevano fatto rialzare il capo ai poveri emigrati italiani.

I carioca ricordavano ancora l’arrivo della crociere aeree di Italo Balbo, quando undici idrovolanti erano ammarati contemporaneamente e nella baia di Rio provenienti dall’Italia. Era recentissimo il volo dei tre trimotori “SM79″, i sorci verdi, che con un volo di poche ore avevano collegato Roma a Rio. Uno dei velivoli era pilotato da Bruno, il figlio del Duce.

Proprio in concomitanza con l’arrivo della” Cristoforo Colombo, avveniva l’inaugurazione della linea aerea della LATI (Linee Aeree Atlantiche Italiane), che con trimotori “SM82” trasportavano trisettimanalmente, posta e passeggeri da Roma, con scali a Siviglia, Isola del Sale, Pernambuco, sino a Rio de Janeiro.

Gli allievi imbarcati sulla nave scuola si erano recati al nuovo aeroporto sull’Isola del Governador per la cerimonia dell’arrivo del primo aereo che in perfetto orario si era posato regolarmente sulla pista dopo un volo di sei ore da Pernambuco. Il grosso trimotore immatricolato “I-BAIA” si portò rullando sulla piazzola antistante la nuova aerostazione e spenti i motori, l’equipaggio ed alcuni passeggeri ne scesero mentre il personale a terra provvedeva allo scarico della posta. Sotto un sole implacabile i piloti ed i passeggeri furono accolti dagli allievi schierati con il gagliardetto del corso, dalle autorità brasiliane, da una piccola folla e da una banda musicale più avvezza a suonare ritmi Sud Americani anziché gli “inni nazionali”.

Dopo la breve cerimonia, durante un piccolo rinfresco all’interno dell’aerostazione, Francesco ebbe il piacere di conoscere il primo pilota dell’aereo, il Comandante Orfeo Negri e scoprire con sorpresa che era un suo non lontano parente. Il legame di parentela era dato proprio da quel famoso zio Amerigo, emigrato parecchi anni prima in Brasile da Bologna e che aveva creato una florida azienda agricola presso Angra dos Reis a Sud di Rio e che la mamma di Francesco si era raccomandata di andare a trovare, approfittando della crociera in Brasile.

Certo, ora Francesco ricordava le raccomandazioni della mamma durante l’ultima licenza a casa e vagamente lo zio Amerigo, quando era partito da Genova. Un ricordo sfumato dagli anni e dalla sua giovane età, quando alla Stazione Marittima di “Ponte dei Mille” era rimasto più impressionato ed interessato dalla gigantesca mole del “Conte Grande”, in partenza per il Brasile, che dall’addio alla zia Lucia e zio Amerigo. Ma frugando nella mente, mentre sudava nella divisa di gala con lo spadino che gli batteva sulle gambe ed un bicchiere di guaranà in mano, ora ricordava che un cugino di mamma faceva il pilota nelle linee dell’Ala Littoria. Non l’aveva mai conosciuto, ma adesso proprio quel pilota, nella piccola calda sfollata saletta dell’aerostazione dell’aeroporto di Rio, gli stava proponendo con la sua prorompente giovialità di andare ad Angra a trovare lo zio Amerigo.

Orfeo Negri, bolognese puro sangue, era entrato giovanissimo in Aeronautica, da civile e come tale vi era rimasto. Tarchiato e massiccio, sanguigno nell’aspetto e nel carattere, aveva un notevole naso del quale si vantava attribuendo ad esso, con orgoglio tutto emiliano, un valore di confronto e paragone con un suo altro organo. Oltre che ad una sua proprietà magnetica che a suo dire, spesso durante le lunghe navigazioni aeree, gli aveva indicato tra le nuvole la via dell’aeroporto di destinazione.

Entrato come meccanico all’Alta Romeo aveva preso il brevetto di volo presso la RUNA di Taliedo a Milano ed era poi passato all’Ala littoria, prima come motorista di bordo ed infine come pilota, partecipando a raids come la “Istres – Damasco – Parigi” con velivoli della Regia Aeronautica e prestando servizio sulle linee europee ed Africane, di collegamento con l’Africa Orientale Italiana. Infine, era stato prescelto come primo pilota per le nuove linee transoceaniche della LATI nei collegamenti con il Brasile.

Senti Francesco, non ti preoccupare, penso io a chiedere per te il permesso per andare ad Angra, conosco il tuo Comandante.

Negli anni trenta la città di Rio de Janeiro, verso Ovest, finiva ad Ipanema, anzi a Leblon, quartieri di basse e rade villette distribuite con i loro giardini tra la Lagoa e la lunga spiaggia che terminava contro le grandi rocce nere, dominate dalle imponenti “pedras dos dois hermanos”. Le lucide rotaie di uno sferragliante piccolo tram che i cariocas chiamavano “bondin”, descrivevano una elegante curva in fondo alla spiaggia, quasi all’ombra delle due grandi pedras.  Strano nome “bondin”, nome che tradiva, nell’originale parola inglese “bond” la nazionalità e la ragione sociale dell’impresa. Origine anche palesemente dimostrata dal fatto che il rumoroso veicolo, anche nel traffico cittadino, teneva tenacemente ed ostinatamente la mano sinistra.

San Conrado, breve spiaggia dalla lunga risacca, con poche capanne di pescatori, le piane paludose e disastrate della Barra e di Jacarepaguaà erano raggiungibili solo da strade che aggiravano a Nord il massiccio della foresta della Tiyuca, oppure che si inerpicavano con audaci tornanti sulla sella della Rochinha.

Negri era passato di buon mattino all’imbarcadero dell’idroscalo, vicino allo Yacht Club, dove lo attendeva Francesco in abiti borghesi, appena sceso dal mezzo che lo aveva trasbordato dalla Colombo.

Due ore dopo, la grossa Plymouth bianca che la LATI aveva messo a disposizione del Comandante, seguita da una vorticosa scia di polvere rossa, stava percorrendo veloce la strada sterrata che da Santa Cruz portava ad Angra dos Reis.

Ne abbiamo ancora per meno di cento chilometri caro Francesco e credo che per mezzogiorno potremo essere ad Angra

disse Negri che si era tolta la giacca e rimboccate le maniche, guidava la grossa macchina americana con la stessa disinvoltura con cui pilotava il suo trimotore. Forse il comandante aveva letto nella mente di Francesco.

Sai Francesco pilotare un aereo é molto più facile e meno pericoloso che guidare un’automobile, specialmente sulle strade brasiliane.

Il traffico era quasi inesistente ma il bestiame o qualche carro pieno di banane o canna da zucchero si presentava in mezzo alla strada, specialmente dopo qualche curva. Dopo Santa Cruz la pianura si estendeva con grandi estensioni coltivate a canna da zucchero e folti gruppi di palme di cocco.

Comandante, cosa è quel grande hangar laggiù verso il mare?

chiese Francesco indicando un’enorme edificio, che a tratti appariva lontano tra la vegetazione.

E’ la base del dirigibile tedesco Zeppelin, una grande aviorimessa che adesso non serve più. Credo che i tedeschi abbiano abbandonato l’idea della linea con il Sud America con i loro dirigibili. Fino ad oggi hanno fatto dal 1931 quasi cinquanta traversate Atlantiche. Credo che veramente adesso sia tutto finito, dopo che Lo scorso anno lo LZ 129 “Hindemburg” è andato a fuoco a Lakenhurst in “Nord America”.

Non capisco come si può pensare di navigare in aria con un wurstel del genere per più di ottanta ore di volo effettivo, più di quattro giorni a centoventi chilometri orari, se non c’è vento contrario. Mentre noi effettuiamo lo stesso percorso alla media di 350/400 chilometri. D’accordo che a bordo dello Zeppelin si mangia a tavola serviti da camerieri e si possono ascoltare concerti eseguiti con un pianoforte a coda, mentre sui nostri Savoia – Marchetti i passeggeri mangiano panini, tappandosi le orecchie con il cotone per non diventar matti per il casino che fanno gli Alfa Romeo. Tuttavia, la sofferenza e la paura durano molto di meno!

Deutchland! Deutchland uber alles! Adesso in Germania stanno costruendo un “LZ 130” più grande. Forse lo chiameranno “Adolfo Hitler”, ma prima o poi farà anche lui un altro bal botto!

Il Deutchland! Deutchland uber alles! Caro Francesco speriamo che l’Italia riesca a star fuori dalla tempesta che quel matto in camicia bruna sta scatenando in Europa.

Francesco ascoltava affascinato e interdetto le parole di Negri che gli sembrava un po’ un discorso di “fronda”. Tuttavia, anche a bordo della Colombo ed a casa di suo padre aveva sentito discorsi simili.

La Regia Marina, fedele al giuramento dato al Re, guardava con una certa “prudenza” al Regime Fascista che comunque l’aveva potenziata anche per poter avere una “Marina fascista”, come era palesemente riuscito nei confronti dell’aeronautica. Il programma di costruzioni navali per gli anni a venire era grandioso: quattro nuove corazzate da trentacinquemila tonnellate, nuovi incrociatori pesanti e leggeri, cacciatorpedinieri e addirittura più di cento sommergibili!

Accidenti” pensò Francesco “interrompendo il filo dei suoi pensieri, quei sommergibili per i quali veniamo addestrati sui pennoni della Colombo ed a bordo dei quali forse andremo a morire, come spesso aveva pensato per scherzo con i compagni comandati alle vele come gabbieri.

Si fermarono un paio di volte all’ombra di grandi “palmeras”, per bere direttamente dal frutto la fresca “agua de coco”, offerta da simpatici e sorridenti bimbi neri che maneggiavano con grande disinvoltura enormi e taglientissimi “machete”. Ormai la strada costeggiava il mare serpeggiando in continui saliscandi seguendo le incantevoli insenature protette al largo dalla massiccia “Isla Grande”.

Piccole e grandi isole coperte da palmizi e folta vegetazione costellavano il mare azzurro cobalto.  Pochi chilometri dopo la cittadina di “Angra dos Reis”, con il suo piccolo porto affollato dai tipici velieri brasiliani dall’enorme dritto di prora e da un paio di scalcagnati ed arrugginiti piroscafi che caricavano minerali. Negri deviò per una stradina polverosa dopo essere passato sotto un rustico portale di legno sul quale era scritto “Fazenda Italia. La stradina, poco più di un sentiero, si avviava verso il mare e terminava dopo circa un chilometro all’ombra di un folto palmeto sotto il quale sorgeva, a pochi metri dal mare, una magnifica casa di campagna in legno e bianca muratura.

Negri fermò la macchina in una turbinante nuvola di polvere rossa con una specie di testacoda, slittando sulla ghiaia del piazzale e premendo a fondo il clakson.

Siamo arrivati dal cielo e dal mare!

gridò allegramente, mentre scendeva dalla macchina seguito da Francesco e dirigendosi verso un gruppo di persone che di corsa erano appena uscite dalla casa ed allarmate da quel frastuono.

Finalmente! Orfeo

disse un uomo con un cappellaccio di paglia sotto il quale, dopo esserselo tolto per agitarlo in segno di saluto, brillava una magnifica “pelata”.

E tu saresti il piccolo Francesco!

disse la graziosa donnina che inequivocabilmente era zia Lucia.

Benvenuti, benvenuti

e tutti si fusero in abbracci entusiastici.

Zia Lucia li mise rapidamente a loro agio, se mai ve ne fosse stato bisogno. In fin dei conti erano tutti di famiglia.
Poi fu un concitato ed inesauribile scambio di notizie.

(fine prima puntata)

 

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3 commenti
  1. Giacomo Vitale
    Giacomo Vitale dice:

    Caro Lino,

    ti ringrazio per quello che dici e conservo il plico che mi inviò Franco per posta ordinaria come una reliquia, visto che oltre ai supporti informatici da lui stesso ricevuti, ho pubblicato tantissimi suoi articoli su AMB.

    E’ un piacere immenso anche sentire che da ufficiale della Marina Militare hai calpestato il ponte della Vespucci nel lontano 1965. Il vecchio Vespucci di Tesei fu radiato nel 1928 e sostituito dalla Nave Scuola Colombo, gemello del Vespucci, che entrò in servizio sempre nel 1928. Inoltre, riferendomi che la storia di Teseo Tesei in piedi sulla formaggetta della medesima nave è vera, mi emoziona… e attendo con immenso piacere il contributo della foto di riferimento che pubblicherò certamente nella prossima puntata tra qualche giorno…

    Grazie per il tuo graditissimo e preziosissimo contributo!!

    Giacomo

  2. Lino Mancini
    Lino Mancini dice:

    Complimenti per aver fatto rivivere il manoscritto di Franco.

    E’ sempre un piacere leggere i suoi racconti che sembrano fantasiosi ma sono ancorati a fatti reali. L’allievo Francesco mi ha fatto tornare indietro nel tempo e rivivere le stese emozioni di quando anch’io nel 1965 bazzicavo su i pennoni dell’albero di maestra del Vespucci.

    La storia di Teseo Tesei in piedi sulla formaggetta del brigantino interrato in Accademia è vera. La stessa impresa l’ha ripetuta durante la crociera estiva del 1928 sul vecchio Vespucci, omonimo dell’attuale Vespucci entrato in servizio nel 1931, ormeggiato nel porto di Trapani.

    Radiato alla fine della crociera del 1928 fu sostituito dalla Nave Scuola Colombo, gemello del Vespucci, che entrò in servizio sempre nel 1928. Di quest’impresa ho una foto ricordo che t’invierò.

    Aspetto con ansia le prossime puntate.

    Lino

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