N’zid Questo mare è la mia terra di Malika Mokeddem

questo-mare-e-la-mia-terraA partire dal giorno 18 novembre 2010 sarà in libreria “N’zid Questo mare è la mia terra”, terzo romanzo di Malika Mokeddem, pubblicato da Effemme Edizioni, casa editrice specializzata sul mare e la nautica.

Malika Mokeddem, in molti dei suoi romanzi, racconta le sue vicissitudini e quelle della sua terra, affermandosi nel tempo come una delle più interessanti e premiate autrici maghrebine di lingua francese ed in questo romanzo ritorna sul tema delle origini, raccontandoci l’odissea di una donna su una barca che va alla deriva.

La storia inizia come un giallo e prosegue con un avventuroso viaggio della protagonista tra le onde che l’aiutano a riscoprire se stessa, del suo passato e delle sue origini, fino a capire che è il mare la sua terra e non la costa…

Malika Mokeddem, nata in Algeria da una famiglia di origini nomadi, ha studiato medicina in patria e dopo aver abbandonato il paese natale, a Parigi nel 1979 si è stabilita a Montpellier, dove ha iniziato ad esercitare la professione di nefrologa,scrivendo e diventando una delle autrici più interessanti del panorama letterario maghrebino di lingua francese. Ha pubblicato diversi romanzi in cui osserva criticamente le proprie vicissitudini e quelle della sua terra, che le hanno valso numerosi riconoscimenti, due dei quali, Gente in cammino e Storie di sogni e di assassini, tradotti per il mercato italiano.

Dall’estratto del primo capitolo del libro si evince un racconto ben scritto, scorrevole, che rappresenta bene quella che è la scena narrata ed attrae molto il giallo che anima l’inizio di questa avventura vissuta dalla protagonista su una barca a vela, mentre, presa da uno stato fisico di non perfetta coscienza, con il volto tumefatto in modo serio ed il corpo altrettanto segnato da escoriazioni ed ematomi vari, scende in cabina dove trova un messaggio in cui un certo J la incita a scappare da quelle acque, dicendo di essere riuscito a convincere qualcuno a lasciarla andare e che si sarebbero visti successivamente… trova una borsetta, nessun documento.. ma una foto in cui vede lei insieme ad un uomo scuro di pelle…

Malika Mokeddem
N’ZID
Questo mare è la mia terra

Capitolo I

Perde l’equilibrio. Le sue mani annaspano, graffiano l’aria. Il dolore le perfora le tempie, straziandola come un pesce all’amo. Il suo cuore batte come un martello. Il sangue pulsa. Il terrore le schiaccia i polmoni. Sente un
frastuono, delle grida. Se ne allontana, si lascia andare a fondo. Ghermita dal nulla, fluttua a peso morto.

Quando finalmente si risveglia e getta uno sguardo fuoribordo, cielo e mare sono due lame di luce, la randa e il genoa di piombo. Non c’è movimento. Lei stringe le palpebre. Il torpore la sommerge, l’affonda di nuovo. Sdraiata nel pozzetto, sembra un pupazzo dimenticato su una giostra rotta.  Un’onda, senza dubbio quella di un cargo lontano, solleva il pelo dell’acqua, facendo di colpo rollare la barca. Il boma sbatte a dritta. Bloccato dalla scotta, torna indietro con un colpo secco. La tela schiocca come un ceffone.

Lei ha un sussulto, si mette a sedere. «Bonaccia…».

Deglutisce a scatti, la sua lingua s’incolla al palato. Sta morendo di sete. Davanti a lei, si apre la scura gola della dinette. Punta in quella direzione a braccia tese, il passo vacillante, reggendosi ai tientibene per scendere i gradini.
Ai piedi della scala si ferma, si regge alle paratie. La sua mano trova lo sportello del frigo, afferra una bottiglia. L’acqua le gocciola sul collo, il freddo le mozza il respiro. Si scrolla, prende un altro sorso, si volta verso la dinette: i cuscini dei divanetti, un posacenere, un cappello… tutto sul tavolato. Contempla quel caos a bocca aperta, afferra gli oggetti, li stringe con le dita. Le sue mani li riconoscono. Le sue mani sanno. Sistemano il posacenere sul tavolo, i cuscini sui divanetti, appendono il cappello… Malgrado la strana familiarità di quei gesti, il suo volto conserva un’espressione smarrita.

Si ferma di colpo davanti allo specchio del bagno. Un volto tumefatto galleggia come su una pozza d’acqua, preso nel reticolo di luce che filtra dall’oblò. Un enorme ematoma simile a un fungo color vinaccia le divora la metà destra di fronte e guancia. A quella vista, resta inchiodata dall’orrore. Senza battere ciglio, si strappa i vestiti di dosso. Dopo aver scoperto i lividi che le segnano le spalle, le cosce, la gola, sfreccia fuori dalla cabina, afferra il binocolo, si precipita sul ponte. Mare e cielo a perdita d’occhio, la stessa superficie uniforme, priva d’indizi.

Una stretta al petto. Un vuoto troppo grande o un peso che la soffoca? Incubo indecifrabile. Il suo respiro accelera. I suoi occhi si spalancano. Corre, attraversa il ponte, scavalca il pulpito di prua, si tuffa in mare, nuota verso la poppa della barca in panna, le gira intorno due volte in un rapido stile libero, si gira, ricomincia. Lo sforzo, a poco a poco, la calma.

Seduta sullo specchio di poppa, con le gambe penzoloni nel vuoto e il volto tra le mani, non riesce a pensare. Non sa cosa le stia capitando. Si chiede perché la barca non possa scuffiare per proteggerla dalla canicola. Sul ponte non c’è un angolo d’ombra. Getta uno sguardo apprensivo in testa d’albero: il segnavento gira mollemente su se stesso, confuso dall’assenza di brezza. Alla fine si alza a fatica, riguadagna la dinette. Un foglio… appoggiato su un posacenere, in bella evidenza sul
tavolo da carteggio. L’aveva già visto passando. Si avvicina diffidente, si appoggia al tavolo, l’osserva. È un biglietto scritto in fretta e furia. Lo legge senza prenderlo in mano: «Non avevo scelta! Perdonami. Sono riuscito a convincerli che non sapevi niente, a ottenere che ti lasciassero in vita.

Fuggi da queste acque! Nel gavone di prua ci sono un fucile e alcuni documenti falsi! Ci vediamo presto». Come firma, un’unica lettera: “J”. Attorno a lei, il silenzio sembra aver schiacciato il cielo sul mare. Non uno scricchiolio della barca, non un fruscio delle acque viene ad alleviare la tensione. Lei fissa imbambolata la J in calce al biglietto, senza riuscire a indovinare le lettere mancanti: «J, J… J?». Dal libro di bordo, scopre che sta navigando tra il Peloponneso e la parte inferiore dello stivale italiano. Un’occhiata al quadrante dell’orologio: l’ultimo rilievo risale a poco più di un’ora prima. L’ago dell’anemometro è fermo sui cinque nodi. Quello del solcometro oscilla tra uno e due. Il barometro segna bel tempo. La bussola è puntata sull’ovest. Il pilota automatico cigola di tanto in tanto senza forzare.

Lei registra i nuovi dati di rotta e posizione, ma continua a sentirsi disorientata. Riprende a vagare sottocoperta. Una borsetta spunta da uno scaffale. La prende, la apre, ne constata il disordine. Seduta nella dinette con la borsa in grembo, valuta con attenzione ogni oggetto che estrae, prima di posarlo sul tavolo davanti a sé. Un portacipria. Un rossetto. Tinta bruna. Si passa il dorso della mano sulla bocca, senza trovarne traccia. Prosegue. Un fazzoletto senza iniziali. Un biglietto del cinema datato 26 giugno. Il nome del cinema, La Clef.

Una rubrica con nomi che non le dicono niente. Due penne, una stilografica, una a sfera. Nessun documento. Né libretto degli assegni. Un portafoglio con qualche banconota. Una foto: un uomo e una donna. La donna è quella dello specchio, senza gli ematomi! L’uomo è scuro di pelle, quasi…

  • Mese di Uscita: Novembre 2010
  • Edizione: PRIMA
  • Titolo: N’zid Questo mare è la mia terra
  • Autore: Malika Mokeddem
  • Rilegatura: brossura a filo refe
  • Pagine: 220
  • Formato: 13,5 x 21 cm
  • Novità 2010
  • Prezzo: € 16,00
  • ISBN: 978-88-87321-45-6
  • Distribuzione & Promozione: Messaggerie Libri Spa

Contatto:

GIULIA LEONE Galleria del Corso, 4
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Tel: +39 02.90390871 www.effemme-edizioni.it
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giulia.leone @idee-parole.it

Articoli Barche Classiche

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1 commento
  1. vito pecoraro
    vito pecoraro dice:

    In N’Zid, Malika Mokeddem traspone il concetto di identità francofona e lo integra in una dimensione universale, ibrida e transculturale, nell’universo mediterraneo.

    Se nei romanzi precedenti il suo immaginario si era nutrito del deserto, spazio di tutti i paradossi e di tutte le dismisure, ora la scrittrice mette in scena il Mediterraneo (l’altro deserto) di fronte al quale può finalmente considerare il deserto come uno spazio di libertà.

    L’uso della lingua araba nella produzione romanzesca della scrittrice riveste un significato simbolico sia sul piano della forma che su quello del contenuto. Il ricorso ad un sostrato algerino nel romanzo è un’espressione manifesta per rivendicare o appropriarsi dell’’Io’ arabo per ostentare l’attaccamento alla propria origine culturale e nazionale.

    Questo romanzo è importante per differenti ragioni: prima di tutto perché nel contesto socio-politico algerino costituisce una presa di distanza in rapporto alla tragedia che ha corroso ilpaese e che ha dominato la maggior parte della produzione romanzesca; in secondo luogo, perché è considerato come un passaggio verso una nuova dimensione della scrittura in cui il mare sostituisce il deserto e l’erranza costituisce lo sviluppo della trama narrativa verso una valorizzazione dell’essere femminile.

    Infine, la presenza della lingua materna in un testo redatto nella lingua dell’Altro è intimamente legata al discorso identitario. Il corpo materno appare in N’zid come la matrice dello scritto e la lingua materna può, da canto suo, autorizzare l’enunciazione della ricerca identitaria.

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