Plagiare, copiare, imitare

di Antonio Soccol

Plàgio per lo Zingarelli è “appropriazione, totale o parziale, di lavoro altrui, letterario, artistico e sim., che si voglia spacciare per proprio”.

Copiare, per lo stesso vocabolario, significa: “ trascrivere illecitamente un testo altrui” ma anche: “ripetere i concetti, la maniera, lo stile di un autore facendoli propri”.

Imitare, ha quattro verdetti: 1° “adeguare la propria personalità o il proprio comportamento a un determinato modello”; 2° “riprodurre con la maggior approssimazione possibile”; 3° “simulare”; 4° “possedere l’apparenza di qualcosa”.

In psicologia e secondo il dizionario di Umberto Galimberti, il termine plàgio ricorre in riferimento al plagiarismo inconscio che può esser definito “come una rievocazione senza riconoscimento, come nel caso di musicisti o scrittori che, senza rendersene conto, adottano temi di altri precedentemente ascoltati o letti.”

“Copiare” in psicologia non è lemme degno di nota mentre “imitazione”, e sempre per lo stesso Galimberti, garantisce una intera colonna di spiegazione. Ve la riassumo. C’è l’imitazione riflessa che interessa i neonati da 0 a 2 mesi di vita (tu gridi, io grido); quella funzionale (da 2 a 6 mesi di vita) basata sulla notorietà (tu gesticoli, io gesticolo); quella significante (da 6 mesi ad 1 anno) basata sulla logica: “dammi quello di cui ho voglia”; quella differita o indiretta (2 anni) che si manifesta in assenza di modello e contemporaneamente al costituirsi del gioco simbolico e del linguaggio; e- finalmente- c’è l’imitazione propriamente detta attuata per scopi di conoscenza e di adattamento intellettuale all’ambiente. “L’attività imitativa,”- scrive l’autore del dizionario, “da molti considerata innata, è, nelle sue fasi più mature, motivata dalla simpatia e dall’interesse che l’oggetto imitato esercita sul soggetto.” E conclude con queste parole:

“Quando alla mera riproduzione si accompagna una produzione originale, l’imitazione, avviandosi verso il superamento del modello, entra in una nuova fase e diviene creativa e artistica”

Morale? Chi copia, imita o fa del plagio nutre sempre una grande ammirazione per il “creatore” delle cose che rende (e/o vuol far credere siano) “sue”. Insomma, e in banale sintesi, è un bambino che non riesce a diventare uomo. In termini volgari, uno senza attributi. Un ladro di galline. Altrimenti, se gli attributi li ha, supera la “conoscenza acquisita” e procede nella strada del progresso inventando cose nuove. Già.

Il guaio è che noi viviamo in una società capitalistica dove il profitto è legge. Dove il guadagno è un “must”. Ed è guaio, altresì, il fatto, certo e indiscutibile, che la nostra società sia assolutamente amorale. In Italia dove impunità e immunità sono legge di Stato. Ma anche altrove: dalla Cina (atea) agli Usa (un bel “fritto misto mare” di religioni), dalla Francia (liberté, égalité, fraternité) all’Iran (mussulmana), dalla cattolicissima Città del Vaticano all’ebrea Israele. Il settimo comandamento è il meno osservato sulla faccia della terra. Sembra anzi che se non lo ignori, sei proprio un cretino.

Il grottesco è che questa società amorale finge persino di difendere la proprietà (intellettuale, materiale) dei “creatori”: ha infatti inventato il “brevetto”, una della macchine “mangiasoldi” più infernali del mondo. Oh, sì: talvolta funziona ma, molto spesso, a parti rovesciate. Jim Wynne ha guadagnato milioni di dollari cedendo alla Volvo Penta i diritti del suo invento: i piedi poppieri. Era il 1958. Ma i piedi poppieri, studiati e realizzati dalla Cabi Cattaneo, erano nei nostri musei sin dal 1945 essendo stati montati già nel 1936 sui barchini esplosivi della X° Mas. E non un semplice schizzo su un foglio di carta ma qualcosa di estremamente funzionante: per informazioni precise rivolgersi all’incrociatore inglese “York” che, a Creta la notte del 25 marzo 1941, venne affondato dal MTM di Cabrini e Tedeschi, spinto da un Alfa Romeo azionante un piede poppiero di Cattaneo.

Vogliamo parlare di carene a V profonda? Oppure di eliche di superficie? Meglio lasciar perdere.

Rimane una sola certezza: chi copia, imita e plagia è un “poveraccio” senza alcuna dignità umana che merita tutto il nostro disprezzo. Non è molto, lo so. Ma è tutto quello che passa il convento.

Articolo apparso nel fascicolo di ottobre 2008 della rivista Barche e qui riprodotto per g.c. dell’autore. – Tutti i diritti riservati. Note Legali

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