L’uomo che baciava gli squali

di Antonio Soccol

Prefazione:

Altomareblu, pur essendo specializzato nelle imbarcazioni storiche e in particolare in quelle che godono del particolare vantaggio di avere una carena disegnata da Renato “Sonny” Levi, ha sempre dato spazio a quelle imprese che talvolta fanno i veri uomini di mare e che vengono invece sistematicamente ignorate dai media. Pensiamo alla fantastica Vogalonga 2009 di Dino Vian, per esempio.

Uno di questi uomini di mare (sarebbe più corretto dire “uomini del mare”) è certamente Marco Eletti, un subacqueo che da solo e con zero infrastruttura era riuscito, alle Maldive, a stabilire un rapporto unico e privilegiato con un branco di squali e a svilupparlo, con tutti i suoi componenti , persino con atteggiamenti affettuosi.

In quegli anni Marco era uno dei pochissimi a fare quello che faceva e aveva avuto anche la capacità di documentare questo suo speciale tipo di intrattenimento con fotografie e filmati di ottima qualità.

La nostra Rai TV ogni tanto manda in onda programmi su queste tematiche e ricicla, senza pudore, vecchi filmati girati negli Usa o in Australia. Uno piace molto alla conduttrice: un antico filmato dove Ron e Valery Taylor si immergono fra gli squali vestiti con cote metalliche come antichi guerrieri medioevali. La conduttrice, in Rai perché figlia di papà già in Rai, non sa o non vuol sapere che ben prima di quella sceneggiata hollywodiana un italiano faceva molto di meglio? Meglio non porsi domande scabrose.

Ecco dunque perché in queste pagine andiamo a vedere cosa succede talvolta sotto a quel mare che tanto amiamo così come non può esser a spicchi: quello dei velisti, quello dei motoristi, quello dei vogatori, quello di coloro che praticano sci nautico, quello dei subacquei eccetera. Il mare è uno e unico e AltoMareBlu lo dimostra con i suoi contenuti.

Antonio Soccol

Il mare si oscurò in un solo fremito. Gli squali martello era­no una nuvola, una marcia, un esercito, un mare: il cielo intero dell’ ocea­no. E non finivano mai di passare. Pensai quasi che facessero un am­pio girotondo e fossero sempre gli stessi quelli che mi nuotavano da­vanti. E invece no: mi accorsi su­bito che tutti quei “requins marteau”, come avrebbe detto Jacques-Yves Cousteau, andavano dritti per la loro strada, senza deviare di un solo grado, come se fossero stati convocati d’urgenza a un miste­rioso convegno. E si affrettavano, toccandosi quasi l’uno con l’altro per non rimanere indietro, in coda al corteo. Ma la coda non c’era 0, per lo meno, pareva non ci fos­se.

Non so quanto è durato quel passaggio di squali martello: a me è sembrata un’immensità di tem­po. Ricordo di aver pensato tante cose bellissime: di quelle impor­tanti, davvero. Di quelle idee che nascono solo dall’emozione forte, dalla partecipazione intensa. E dalla più affascinante delle paure. Perché avevo paura. E mi sembra­va logico e giusto, averla. Del re­sto, ancora adesso, ripensandoci, mi sembra logico e giusto aver avuto quell’affascinante paura. Poi, caro amico, tutto è finito di colpo. All’improvviso. Così com’ era cominciato. In un attimo, gli squali martello non c’erano più: spariti nel blu. E il cielo è tornato a illuminarsi e il mare a riavere i suoi colori di sempre. E io sono riemerso ubriaco di commozione perché avevo visto qualcosa di in­credibile. Uno spettacolo pieno, totale: semplicemente assoluto. Di quelli che soltanto la natura può garantire.

Così Marco Eletti nella lettera a un amico. Scritta per il bisogno di comunicare il progredire d’un’ esperienza e d’una ricerca comin­ciate tanti anni prima. Un bisogno frustrato dall’incapacità dei mass media di collocare sulle loro pagi­ne, nella giusta dimensione, nella giusta luce la cronaca di quei fatti che lo vedevano protagonista. L’incontro con gli squali martello era avvenuto il 9 agosto 1985. Pri­ma, durante e dopo erano accadu­te altre cose straordinarie. A co­minciare dal principio, ch’ era sta­to in inverno, ai primi del 1965, e in cima a una montagna innevata.

Marco Eletti aveva chiuso con un colpo secco gli attacchi dei suoi sci da discesa libera. Non lo avrebbe mai più fatto per tutto il resto del­la sua vita: in fondo alla seconda duna candida, una placca di neve gelata lo avrebbe tradito e scara­ventato contro un bosco. Gli sci volarono altrove mentre il suo corpo si schiantava pesante contro il braccio proteso d’un abete. Lo raccolsero gli amici, e prima di portarlo all’ospedale tentarono di rimetterlo insieme nel miglior mo­do possibile. Quando uscì dall’ospedale assomigliava a quello di prima praticamente in tutto: solo che gli avevano praticato un buco nel cranio, aveva smarrito il senso dell’equilibrio e non ci sentiva quasi più. Era diventato sordo. Allora aveva circa diciotto anni e poteva andargli peggio.

Ma di sciare aveva perso la voglia e non sciò mai più.

Dodici anni, sette mesi e quindici giorni dopo quel maledetto “peso a valle su placca gelata”, Marco Eletti avrebbe incontrato il suo primo squalo. li problema all’udi­to, quasi inconsciamente, lo aveva fatto avvicinare sempre più’ alla natura dove il silenzio è musica e armonia, dove i linguaggi sono più felici perché spontanei e non premeditati, dove parlano i corpi, i movimenti, i colori. Dove non re­gna la parola, questa splendida e crudele capacità esclusivamente umana. Dove è importante essere, captare, percepire, osservare, in­tuire, presagire. Vivere di sensibi­lità.

Si risvegliò, forse, in lui quel sesto senso, tipico del regno animale, che esiste in ogni uomo ma che è ormai atrofizzato o quanto meno assopito. Era di­ventato subacqueo, o meglio som­mozzatore, come s’usava dire in quei tempi. Era stato allora che si era innamorato. Del mare. Del mondo del silenzio. Di tutti quegli animali che, durante le sue im­mersioni, lo frastornavano con la loro vitalità. Non gli erano scono­sciuti: fin da piccolo lui, milanese, aveva assiduamente frequentato i borghi della Riviera Ligure: Rap­allo, Santa Margherita, Portofi­no. Di pesci ne aveva visti nelle reti dei pescatori, nelle cassette allineate sulle prue dei pescherecc­i che rientravano al mattino pre­sto dal largo del mare fertile. E poi, il pesce gli piaceva anche mangiar­lo e così, in fretta, aveva imparato a distinguere la sogliola dalla spi­gola (che nel Veneto chiamano branzino e in Toscana ragno). Però che spettacolo diverso tra la morte del mare vista a terra e la vita vista dentro al mare. Che differenza tra quei colori, quelle espressioni, quelle, ma sì, insinuazioni mali­ziose negli occhi delle donzelle, e quelle, invece, brontolanti nello sguardo del polpo.

Ogni mese, all’edicola sotto casa, puntuale comprava Mondo Som­merso. Allora era l’unica rivista che in Italia si occupasse di quel che avviene e si fa sott’acqua, e si entusiasmava alle scorribande ne­gli abissi, soprattutto dei fotografi subacquei, non tanto di quelli che ancora erano, in prevalenza, i sub d’allora, cioè i cacciatori. Perché a lui non piaceva vedere i pesci morti infilzati, gli piaceva osser­vare, capire, studiare. Proprio in quegli anni la rivista aveva avuto un clamoroso cambio di contenu­ti: aveva eliminato i servizi dedi­cati alla caccia e predicava lo svi­luppo della fotografia. C’erano sta­ti pesanti scontri tra i sostenitori della vecchia linea editoriale e gli amanti della settima Musa con autorespiratore ad aria. I nostalgi­ci avevano allestito un piccolo museo di copertine con cadaveri di lecce, spigole, cernie, barracu­da, squali; perfino di foca monaca, tutti trafitti da una freccia aguzza. Tutti tranne la foca monaca che doveva sembrar viva perché face­va più scoop, e allora il buco del colpo di lupara assassina lo aveva dall’altra parte, dove la foto non lo rivelava. Sembravano le foto dei briganti legittimisti borbonici, fotografati dopo essere stati fuci­lati dai bersaglieri piemontesi, se­duti su una seggiola impagliata, te­nuti fermi per le spalle, in pose in­naturali, come marionette disarti­colate.

Il messaggio dei miti opposito­ri diceva “guardate, non toc­cate, non rompete, non spara­te. Studiate, aiutate la ricerca e la scienza portando ‘a galla’ notizie: fotografate”.

Marco Eletti stava d’istinto dalla parte di questi. Leggeva e guarda­va con avidità, imparava come si fanno le foto belle, con quale at­trezzatura, con quali pellicole, con quali flash, in quali mari. Non disdegnava. le immersioni in Me­diterraneo, si capisce: qui aveva cominciato con le prime faticose apnee prolungate quella che sa­rebbe stata la sua attività futura di subacqueo professionista, di uomo in totale feeling con il mare e i suoi abitanti. Un giorno si fece coraggio e si presentò in redazio­ne a Mondo Sommerso. “Portami qualcosa di nuovo”, gli disse il di­rettore che stava per giocarsi il posto perché i pesci voleva veder­li fotografati vivi e non morti co­me i briganti calabresi. “Cosa?” domandò lui. “Studia, leggi, infor­mati, osserva. E poi, solo dopo, fotografa.”

Per avvicinarsi di più a que­sto mondo Marco Eletti aprì persino un negozio di attrez­zature sub a Milano. Ma il proble­ma dello scarso udito creava diffi­coltà pratiche fastidiose e poi, soprattutto, Eletti si rese conto in fretta che il mare bisogna viverlo. Sognarlo vendendo maschere e pinne agli appassionati non basta. O, almeno: a lui non bastava.

CarcharhinusIncominciò a viaggiare per cono­scere tutti i mari del mondo. Scoprì le tiepide acque del Caribe e quelle morbide dei mari del Sud, fotografò per primo, assieme all’amico Pino Cristina, le fantastiche cernie giganti a Lamu, in Kenia, anche se l’acqua era maledetta­mente gialla, e abbracciò le mu­rene sul reef australiano. Fu pro­prio in Australia che chiese e ot­tenne il permesso di immergersi da solo nella vasca degli squali del grande Seaquarium di Bris­bane, magari avrebbe realizzato una foto da copertina di quelle belle per la nuova spettacolare rivista Sesto continente. L’acqua però era torbida, come quella d’un fiume inquinato, e la foto da co­pertina non venne. Però Marco ebbe il suo primo faccia a faccia con uno squalo. Anzi, con molti squali perché dentro quell’acqua sporca di bestioni ce n’erano tanti e molti erano anche leggendari per la loro fame atavica.

Si emozionò e si lasciò accarezzare dall’idea di diventare amico di quei ladroni. Non disse niente ai compagni di viaggio tranne il solito ­”bello, interessante, speriamo che le foto siano venute bene”. Ma appena rientrato in Italia liquidò il negozio: si tenne solo un com­pressorino portatile e una lampada a petrolio. Li aggiunse all’attrezzatura sub personale, a due paia di blue jeans, a pochi soldi e molte speranze e se ne andò a Hala Veli, uno sperduto isolotto inserito in uno sperduto arcipelago disabitato delle Maldive: “Ho trovato il pa­radiso e me stesso”, scrisse a casa. Gli squali li vide subito, fin dalla prima immersione: “Di voi mi oc­cupo dopo”, disse, perché sapeva che non doveva avere fretta. Il pro­getto non scritto, non dichiarato, non studiato, era però inciso a chiare lettere nella sua mente: lui voleva diventare buon amico degli squali.

Hervarth Voigtman, il bion­do fotografo e istruttore subacqueo tedesco che viveva per sei mesi alle Maldive e per altrettanti a Po­sitano, c’era riuscito. Marco aveva visto sulla rivista francese Lui, Bi­na, la giovane figlia di Hervarth, dar da mangiare agli squali, tutta nuda! Ma non dalla barca. Bina era, in apnea, un bel po’ di metri sot­t’acqua, in piedi su un pianoro ma­dreporico e teneva un pesce in boc­ca: lo squalo passava a ritirare.

Stile self service, per capirci. Mar­co voleva fare di meglio e di più. Voleva studiare gli squali e riusci­re a capirli sino a poter comunica­re con loro. E diventarne amico.

Sistemò in qualche modo il suo “diving center”, il suo centro immersioni: agli ini­zi, con un mezzo fusto da nafta riempito d’acqua di mare per far raffreddare le bombole quando il compressorino le caricava, e ap­pendendo la lampada a petrolio alla mangrovia davanti per garan­tire l’unica luce possibile di notte.

Aveva alcune bombole e portava sott’acqua i turisti. Quella era la copertura scelta per poter seguire la sua vocazione senza passare per matto completo agli occhi dei pa­renti, degli amici di Milano e di Rapallo. Ebbe successo, e il di­ving center in breve divenne il più organizzato e ambito e copiato delle Maldive.

Faceva la guida ai turisti in quei fondali che conosceva sempre più nei dettagli: “Ma tanto quelli guardano tutto e non vedono niente. Scattano milioni di fotografie e quando escono dall’acqua hanno solo voglia di dire ‘Cristo, che foto che ho fatto’ ma già non si ricordano nemmeno: quello che hanno visto”. Raccontava che una volta gli era capitato un gruppo misto, italiani e tedeschi. “Facevano un polverone infernale e sbatacchiavano le loro pinne disordinate proprio sopra a uno splendido squalo chitarra ac­cucciato fra il corallo. Non lo ave­vano nemmeno visto, in più di venti, affannati che erano.

Marco Eletti mentre bacia uno squaloMa come si fa ad attraversare i con­tinenti e gli oceani e poi avere an­cora fretta? Fretta di correre sem­plicemente altrove. Sono come ladri che scappano senza sapere cosa hanno rubato. Sbattono con­tro i coralli meravigliosi e li rom­pono. Si urtano tra di loro, si spingono via per una fotografia. Liti­gano. Mi sembrano tutti marato­neti, ma almeno quelli sanno dove devono andare e hanno uno scopo preciso: questi fondisti del mare, invece, pinneggiano come forsen­nati, come se fossero stati punti da una tarantola, tutti gli oceani del mondo senza vedere niente, senza capire mai niente.” I primi anni Marco Eletti li passò con questo problema.

Dapprima stupito, infastidito, poi divertito. Ma non passarono inutilmente. Quando voleva la pace scendeva talvolta in solitudine, altre volte con una coppia di amici fidati, e faceva un po’ di esperimenti per avvicinarsi agli squali. Si immergeva con un sacco pieno di pesce e cercava di offrirglielo, ma loro passavano, guardavano, lo controllavano, mantenendo pe­rò sempre le distanze: lui, l’uomo, era meglio tenerlo ad almeno un paio di metri di distanza. Quando l’aria della bombola si esauriva, Marco lasciava il sacco con tutto il pesce e risaliva in superficie. E loro, gli squali, aspettavano che lui se ne andasse e poi cominciavano a banchettare tranquilli. Incominciò ad accorgersi che c’erano dei ritmi: gli squali sembrava avessero un orologio interno e iniziavano ad avvicinarlo soltanto dopo trenta minuti, quando l’aria del suo mo­nobombola da dieci litri incomin­ciava a scarseggiare.

Alla mezz’ora, gli squali stringevano il cerchio del loro girotondo, come a fargli capire che era ora di andar­sene e di mollare il sacco e il suo contenuto. Prese, allora, una bom­bola più grande che gli consentiva un’immersione più prolungata.

E verificò. Allo scadere della clas­sica mezz’ ora gli squali lo serra­rono in un cerchio continuo. Pre­tendevano il contenuto del sacco, anche se non si decidevano ad avvicinarsi del tutto. Ma in pochi giorni si abituarono al nuovo ora­rio e cambiarono il loro ritmo. Avevano imparato che per avere il sacco di pesce dovevano aspettare quarantacinque minuti invece che trenta. Era un passo avanti. Non fondamentale ma un primo contat­to era stabilito, una comunicazio­ne e un concetto univano, ormai indissolubilmente, Marco e quegli squali. Che erano squali grigi: “gente” da prendere con le molle. Anche l’esperienza, più fugace, con gli squali martello gli venne utile. Seppe che quel passaggio fantasti­co al quale aveva assistito aveva cadenze precise.

Certi mesi dell’ anno; certi giorni, certe ore, a certe profondità; e a seconda di come spirava il monso­ne, della temperatura dell’ acqua e di altri misteriosi motivi che lui, Marco, non conosceva ma intuiva, come se ci fosse telepatia tra il suo personale mondo del silenzio e quello del mare che lo circonda­va, lo avvolgeva. Marco era riuscito a comprendere il linguaggio del mare: sapeva ri­cavare un avviso, un messaggio, una notizia preziosa da ogni più piccolo dettaglio: da come nuota­va il più ovvio dei pesci corallini, da come lo guardava un barracu­da, da come lo ignorava il branco di tonni, da come volavano serene le enormi mante e, anche, da co­me si molleggiava lasciva e sen­suale una murena. Riuscì a girare “uno spezzone di film sui passaggi degli squali martello e poi lo proiettò agli amici. Ma il passaggio degli squali, per­ché solo di passaggio si trattava, era emozione che ti riempiva la testa, ti lasciava persino esausto: non era, però, un rapporto. Non c’era rapporto fra Marco e i mar­tello: loro passavano di corsa, indaffarati, e tenendolo sotto con­trollo con quei loro occhi impos­sibili, piantati tanto distanti fra di loro all’ estremità di quel capo così assurdamente mostruoso, e lui li filmava.

Tornò a lavorare a Shark Thila. Era la secca più bella che avesse mai visto: ricca in modo impres­sionante di vita, di corallo, di pe­sci corallini, di murene, di crosta­cei, di barracuda, di tonni.

E di squali. Di Carcharinus amblyrhyncus, per dirla con il nome scientifico, o squali grigi per essere più semplici. Il nome a Shark Thila, la secca degli squali in anglo-dhiveli, glielo aveva da­to lui. Era qui, infatti, che aveva iniziato i suoi esperimenti segreti, i suoi tentativi di colloquio cori gli squali grigi per mezzo del sac­co pieno di pesci morti. Aveva ra­pidamente scoperto che il branco, che viveva alla base della secca sui 40 metri di profondità, era composto da una trentina di sog­getti. Tutte femmine.

E anche questa nozione si rivelò in un momento successivo preziosa: che dia­volo, nemmeno in fondo al mare, per fortuna, una femmina si tratta come un maschio. Il capo branco naturalmente era l’esemplare più robusto, più aggressivo, più ir­ruento: ricordava, per stazza e mo­vimenti, più una discobola, val­chiria della Germania Est d’un tempo, in profumo di dieta con anabolizzanti, che non Carla Frac­ci in Giselle… Ma “capo branco” aveva una sua capacità di rendersi simpatica: Se riesco a farmela amica, guadagno la fiducia di tutte le altre decise Marco Elet­ti. E riprese a portare sott’acqua il sacco pieno di pesce: pezzi di carangide, pesciotti corallini, filetti di barracuda, cerniole maculate. Cambiò però strategia: invece che starsene impalato con un pezzo di pesce in mano ad aspettare che “capo branco” e le altre si deci­dessero ad accettare l’offerta di­rettamente dalle sue mani, sparse sul fondo tutto il contenuto del capiente sacco di juta: “Come fos­se stata l’offerta a una divinità”, scrisse nel suo diario che teneva segreto e nascosto nel terzo cas­setto dell’ unico mobile del suo minuscolo bungalow maldiviano.

Tutt’intorno, i bungalow ri­servati ai turisti erano or­mai aumentati a dismisu­ra: l’isola non si poteva già più considerare un paradiso lontano ed esotico come nei primi anni. Qualche giorno il panorama era proprio stretto. E, inoltre, avevano cominciato a costruire anche negli atolli vicini, dove una volta non c’era anima viva: “Bisogna che faccia in fretta , prima che rovini­no irreparabilmente questo posto”, si diceva ogni tanto Marco, sem­pre più indaffarato a distribuire maschere e pinne a interi aeropla­ni di turisti. “Maschera, pinne: cauzione. Maschera, pinne e ero­gatore: doppia cauzione. Passo troppe ore in queste banalità, quan­do sento che la mia vita scorre al­trove”, aveva aggiunto sul suo dia­rio, a biro rossa, una sera che era melanconico e anche un po’ ar­rabbiato. Da qui la decisione di cambiar strategia con gli squali di Shark Thila: bisognava accelerare i tempi, farsi capire chiaramente. Lui portava doni perché voleva diventar amico. Il messaggio era semplice ed elementare. Anche da piccolo, quando vuoi diventar ami­co di un altro bambino, gli offri le tue biglie di vetro colorato, no? “Se funziona con gli uomini, per­ché non dovrebbe funzionare con gli squali?”, si chiese Marco. E, infatti, funzionò.

“Capo branco” quel giorno sor­volò un paio di volte le offerte disposte sull’ altare, guardò bene negli occhi Marco e poi si fiondò rapida su un filetto di barracuda. In un attimo sull’altare si ammas­sarono tutte le squalesse e dopo non c’era più alcuna traccia di pe­sce. Nemmeno una briciola si era­no dimenticate: “Bene”, disse Mar­co felice parlando ad alta voce dentro l’erogatore.

E ritornò il pomeriggio stesso con altre offerte. E poi il giorno dopo altre due volte, e quindi proseguì per tutta la settimana: sempre alla stessa ora, sempre con la stessa attrezzatura, sempre con gli stessi pesci. E il contatto era sempre più facile, il cerchio si stringeva: or­mai le squalesse passavano a me­no di un metro. Mancava poco per­ché potesse toccarle semplicemen­te allungando una mano. E ormai poteva anche riconoscerle: non tut­te, ma la maggior parte. Oltre a “capo branco”, c’era la “zoppa”, che aveva una malformazione alla pinna destra; c’era la “guercia”, cui mancava un occhio; c’era la “bruffolo”, che aveva un’ escre­ scenza appena sotto al labbro, a sinistra; e c’era la “ninfornane”, che portava sul capo i duri segni dei morsi che le avevano inflitto i molti compagni d’amore. Perché agli squali grigi prima piace mor­derle dietro al collo, le loro com­pagne di letto : un segno di posses­so e di affetto.

Fu alla sua duemilaquattrocento­ventisettesima immersione che il mare si lavò di colpo di ogni diffidenza. Era stata un’immersione strana: la vita sulla secca sembra­va girare al rallentatore. Le mure­ne sbadigliavano lentissime, i pe­scetti corallini sembravano meno indaffarati del solito, perfino que­gli isterici dei barracuda avevano assunto un atteggiamento da peo­nes messicani, Poi, di colpo, il mare’ si era messo a lavorare fre­neticamente: tutto guizzava e l’ ac­qua fremeva.

C’erano lampi ovunque: colpi di code, dorsi ar­gentei che fendevano il blu con sciabolate di luce. Improv­visamente tutti avevano qualcosa da fare e da fare in fretta. E c’era un gran brusìo. Finché dal blu ar­rivò il branco delle Carcharinus amblyrhyncus. Venivano convin­te, non con i soliti giri larghi e diffidenti. E andavano dirette su Mar­co. Avevano lo sguardo sicuro di chi ha deciso cosa fare.

Quegli occhi di squalo che valorosi scrittori e modesti spuntapenne avevano cercato di umanizzare, di definire e descrivere senza mai andar oltre uno sterile prontuario di aggettivi come vitrei, gelidi, freddi, inespressivi, raggelanti, tutti quegli occhi erano su Marco e avanzavano spinti da quei corpi possenti.

Se ne sarebbe ricordato tre anni dopo, quando gli chiesero di scri­vere un articolo per il primo numero d’una nuova rivista naturali­stica. Raccontò con fatica, cercan­do le parole, scrivendo e cancel­lando e riscrivendo in affannose notti di lavoro e sudore dentro al suo piccolo bungalow: la portatile picchiettava asmatica nel silenzio dell’ oceano Indiano che lambiva la spiaggia lontana appena pochi me­tri. Quando spedì l’articolo si senti­va spossato ma gli sembrava di aver fatto un buon lavoro: aveva detto tutto, onestamente. Senza cadere in tentazioni, senza enfatiz­zare: come era accaduto e quello che era accaduto. Ma il direttore­-editore non gli volle credere o non capì: buttò l’ articolo e pubblicò una sola foto con una didascalia, sotto a un titolo irriverente: “Il circo degli ­ squali”. “Una carognata”, dissero gli amici. “Paura di sapere”, fu il com­mento amaro di Marco.

“Capo branco” era davanti a tutte: spavalda, impavida, irruente e ag­gressiva come sempre. Alla sua de­stra nuotava la “guercia” e alla sua sinistra “bruffolo”. Appena dietro c’erano la “ninfomane”, la “zoppa”. E poi tutte le altre.  “Capo branco” guardava negli occhi Marco e l’uo­mo si sentÌ affascinato e stregato da quel filo diretto: finalmente il ve­ro contatto si era instaurato. Istinti­vamente Marco infilò la mano nel sacco e ne estrasse un filetto di bar­racuda. Era proprio quello che ci voleva perché “capo branco” pre­feriva il barracuda a qualsiasi altro pesce. Guai se gli fosse capitata in mano una cerniola maculata: a “ca­po branco” non piaceva per niente la cerniola maculata. Marco se ne era ben reso conto in tante occasioni quando metteva le sue offerte di ci­bo sull’ altare: solo filetto di barra­cuda per quella potente sposa di chissà quale felice amblyrhyncus. “Capo branco” era ormai vicinissi­ma.

Marco sollevò la mano che sor­reggeva il filetto. Vide chiaramen­te la membrana nittitante abbas­sarsi sugli occhi dell’ animale e farli bianchi. Capì che “capo branco” stava per mangiare. Era inevitabi­le: “Quando uno squalo azzanna”, aveva raccontato, un giorno, a una turista vip in cerca di emozioni a basso rischio, “il suo muso affu­solato si trasforma in una masche­ra terrorizzante: con uno scatto la mascella inferiore si protrae in avan­ti e i denti in fuori. L’occhio, che po­trebbe essere vulnerabile durante l’attacco, si copre con la membrana nit­titante rendendo l’animale quasi cieco”. La turista vip, naturalmente, era rimasta molto impressionata dalla descrizione dell’assalto. Adesso Mar­co aveva molta paura. Ma soprattutto aveva paura che gli squali capisse ro che aveva paura. Sarebbe stata la sua fine.

Tutti gli animali, quando avverto­no la paura dell’uomo, lo aggredi­scono, si sottraggono alla sua ege­monia. L’unica maniera certa di sui­cidarsi con un branco di squali è di ammettere di averne paura e di tra­smettere questa sensazione: non hai nemmeno il tempo di dire “ave­maria” che ti fanno a pezzi. Tutto questo Marco lo sapeva benissimo. Ma non era la prima volta che gli capitava di dover controllare in mo­do assoluto la paura, la più grande figlia di puttana che possa sconvol­gere la mente di un uomo. Si lasciò guidare da un’idea pazza, improv­visa e assurda che gli era balenata proprio mentre “capo branco” ab­bassava la sua nittitante celata su­gli occhi. Le porse il cibo e poi ap­poggiò la stessa mano, ora libera, al naso della valchiria, la bloccò, la tirò forte verso la sua bocca.

E la morse sul capo. Proprio come avrebbe fatto uno squalo grigio pri­ma di accoppiarsi con la sua femmi­na: l’inesorabile premessa all’unio­ne. E “capo branco” si paralizzò: per un lungo attimo rimase immo­bile ad accettare l’uomo che le mor­deva il collo. Che la titillava per chie­derle un rapporto più completo an­cora di quello travolgente che, giù nelle profondità degli abissi, valo­rosamente le imponeva il “capo branco” del clan degli squali grigi maschi. Un rapporto fra un anima­le d’acqua e uno di terra, un rappor­to mai provato da quando esiste il mondo. Qualcosa di semplicemente inimmaginabile e impossibile. Ma quest’uomo voleva e sapeva come volere. Non aveva avuto paura, o quanto meno non ne aveva mani­festata: al suo assalto, le aveva da­to cibo e ora la mordeva.

Due mesi dopo Marco Eletti scese su Shark Thila con cavalletti, flash comandati da servo cellule, illumi­natori, cinepresa subacquea e mac­china fotografica scafandrata. Di­spose tutto con molta cura e meti­colosità studiando campi di luce, an­goli di ripresa, inquadrature. Piazzò anche la fotocamera su un caval­letto in modo che l’immagine con­tenesse tutto lo scenario. Poi risalì a prendere il sacco del pesce e un sacco di turisti tutti italiani. Li ac­compagnò sul fondo, li fece sedere ordinatamente attorno al vecchio al­tare delle offerte, sistemò un aiu­tante dietro la macchina fotogra­fica e un altro dietro alla cinepresa. Poi si mise al centro dell’altare stesso.

II branco delle squalesse arrivò, subito. E una alla volta, tutte quel­­le femmine di Carcharinus amblyrhyncus andarono da Marco a farsi mordere sul capo. Poi, riprendevano il classico girotondo e ritornavano per avere cibo e carezze. Se Marco faceva cenno di avvicinarsi andavano a farsi cocco­lare, se agitava negativamente gli indici delle due mani si fermava­no a pochi centimetri e accettava­no di rinunciare al cibo: “Gli squali tranquilli si lasciavano grattare la schiena e anche il pancino”, avreb­be poi scritto l’inviata di un famo­so settimanale di Milano, che ave­va voluto assistere di persona a que­sto impossibile rapporto. Le fotogra­fie, scattate dall’aiutante di Marco con la macchina scafandrata e pre­disposta sul cavalletto, documenta­rono che non esagerava.

“Lui lo fa perché è matto”, ripor­tarono i turisti allibiti. “Non è giu­sto”, strillarono alcuni invidiosi bio­logisti e subacquei, argomentando che gli animali selvaggi non devono essere plagiati dall’uomo per farne carne da spettacolo. Ma il problema di Marco era un altro: ora che aveva rivelato il vero motivo del suo trasferimento alle Maldive, la copertura che aveva scelto, di gui­da sub, prima a Hala Veli poi a Ve­ligandu, gli stava stretta. Tutto l’arcipelago era stato invaso di bun­galow, di turisti, di lattine: il para­diso non c’era più. Glielo avevano crudelmente rubato. Un giorno, l’oceano entrò in cucina. Non c’era mai stata un’alta marea di quelle proporzioni: nella peggiore delle occasioni il mare aveva invaso un po’ la spiaggia, non era mai arriva­to a invadere il terrapieno del vil­laggio. “È l’effetto serra che co­mincia a produrre i suoi terrifican­ti effetti: le Maldive tutte sono de­stinate a sparire sotto al livello del grande oceano”, spiegò Marco in un breve articolo che inviò senza speranza in Italia. Non lo pubbli­carono perché della fine delle Mal­dive non se ne occupa neppure Cuore. E Marco capì così che era ora di andare. Non poteva più rima­nere e assistere a quella tragedia La­sciò il diving center e chiuse quello che era stato ignobilmente definito”il circo degli squali”. Per altro, “capo branco” non c’era più: sparita senza lasciar messaggi né tracce da oltre tre mesi. Tornò a Milano. Mino Da­mato conduceva allora per la televi­sione Alla ricerca dell’arca: lo vol­le in trasmissione. Marco portò i suoi filmati, spiegò i suoi squali, raccontò del suo rapporto.

Fu un successo strepitoso con milioni di telespettatori. Ma fu un successo triste: parlava al passato.

Fece il bilancio un po’ di tempo dopo: la notte non riusciva a dormire, di giorno la gente non gli diceva niente di minimamente interessante: era ingrassato.

Gli era tornata la voglia di fumare e le scarpe gli facevano molto male ai piedi. Scappò di nuovo alle Maldive. E gli fece malissimo: lo accolsero un paio di chilometri di pezzi di nylon, di grumi di catrame, lattine. A terra ogni atollo era una metropoli, in acqua tutto era semplicemente distrutto: l’habitat scassato da colpi maldestri di pinna, da mani inesperte, da ladri di conchiglie, di madrepore, di corallo nero, da centinaia di ami, da reti di pescatori locali che dovevano sfamare aerei su aerei di turisti. Non c’erano più nemmeno i barracuda. L’altare delle offerte a Shark Thila era come triturato: peggio che se ci fossero passati sopra con i bulldozer.

Le femmine degli squali grigi se n erano tornate a vivere a oltre meno quaranta metri perché non potevano più tollerare quell’invasione. L’unica cosa che fece piacer a Marco fu di ritrovare “capo bran­co”: era sempre più impavida, sempre più irruente, sempre più valchiria, ma lo riconobbe e lui la morse dietro al capo. Fu un morso pieno di greve malinconia. Marco ebbe paura che “capo branco” se ne accorgesse e riemerse rapido in su­perficie. Guardò il villaggio: c’era­no quindici bungalow il primo an­no, poi erano diventati trenta, quin­di cinquanta, settanta. Adesso era­no centoventi. Inammissibile: era peggio di Rapallo, di Portofino. Di Milano. Marco Eletti comprò, allora, un dho­ni, una barca maldiviana robusta e capace di tenere il mare. Ci mise il compressore e la chiamò Madivaru, il nome della pass dove aveva vi­sto per la prima volta il corteo infi­nito degli squali martello.

Adesso naviga con pochi intimi sul­le più remote acque maldiviane, là dove il paradiso non è stato ancora rubato: visita atolli disabitati, scopre tracce di fondamentale importanza archeologica, confronta le teorie di Thor Heyerdahl sulle incredibili migrazioni degli adoratori del sole con i reperti che rinviene, studia la stanzialità delle mante. Morde an­cora dietro al capo le squalesse. Ma non dice più dove le incontra A chi cerca di indagarlo ricorda un incipit di Ernest Hemingway: “Il Chili­mangiaro è un monte coperto di ne­ve alto 5.890 metri. Si dice che sia la più alta montagna africana. La vetta occidentale è chiamata Masai Ngaje Ngay, Casa di Dio.

Presso la vetta c’è la carcassa stec­chita e congelata di un leopardo. Nessuno ha saputo spiegare che co­sa cercasse il leopardo a quell’altezza”.

Lo yacht Madivaru 3 di cui si parla in questo servizio è interamente costruita in tek e altri legni pregia­ti. Lunga 25 metri, larga 8, è moto­rizzata con uno Yammar da 350 cavalli, sviluppa una velocità di 14 nodi che le permette di raggiunge­re le più lontane destinazioni fuori dalle normali rotte turistiche. Satellitare GPS, radar, ecoscanda­glio, aria condizionata, radio telefo­no, ampia coperta a disposizione degli ospiti per prendere il sole, rendono la barca sia estremamente comoda e funzionale che sicura in qualsiasi condizione di navigazio­ne. Madivaru 3 può ospitate 10 per­sone in cabine doppie con servizi privati.

Articolo pubblicato sul n°1 di “No Limits World” (Settembre 1982). – Tutti i diritti riservati. Note Legali

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8 commenti
  1. Giacomo Vitale
    Giacomo Vitale dice:

    Gentile Alberto.

    La ringraziamo per averci scritto e concordiamo con Lei che certi ricordi, riferiti ai magnifici anni ’80 sono bellissimi e rimangono indelebili nella memoria, specialmente se si parla di un uomo straordinario come Marco!

    Carissimi saluti!

  2. Alberto
    Alberto dice:

    Ho avuto l’onore e il privilegio di immergermi nel lontano 1986 con Marco a Sharktilla.

    Sono passati tantissimi anni, ma non potrò mai dimenticare quella esperienza.

    Velgandu era un piccolo paradiso. Ora è un luogo pieno di persone. Ho scattato tantissime diapositive ed ogni volta che le riguardo il ricordo si fa nostalgia di un grande subacqueo. Un abbraccio a Marco.

    Ciao a tutti.
    Alberto

  3. Giacomo Vitale
    Giacomo Vitale dice:

    Gentile Giacomo,
    La ringrazio per quello che dice di AMB e cerchiamo di essere comunque corretti e rispettosi degli altri, così come da tradizione della gente di mare..
    Tuttavia, lei è fortunato poiché ho il contatto diretto con Marco Eletti e lo avevo cercato non molti giorni fa su gentile richiesta di una ricercatrice della vita delle mante, che aveva bisogno urgente di parlare con lui per esigenze scientifiche in corso su tale specie. Mi sono così ricordato degli amici della Libreria del mare di Roma ai quali mi sono rivolto, sapendo che certamente avevano il contatto con Marco Eletti per la sua attività e per eventuali pubblicazioni e sono stati veramente gentilissimi nell’aiutare AMB e questa bravissima ricercatrice ed appena li ho contattati mi hanno immediatamente fornito le sue coordinate che vi invio immediatamente in privato sulla sua mail.
    Certo di averti fatto cosa gradita, ti do del tu come tradizione marinaresca, ti saluto calorosamente.
    Giacomo Vitale

  4. giacomo petozzi
    giacomo petozzi dice:

    Vi ringrazio per la rapida risposta, molto gentili e cortesi (qui si vedono le persone che tengono in considerazione i desideri del pubblico e vi sono molto grato). Purtroppo so che l’amico Marco vive in Sardegna ed ha chiuso da parecchi anni la sua attività. Pensavo foste ancora in contatto con lui. Vi ringrazio per la Vostra premura e gentilezza e buon lavoro.
    Giacomo Petozzi

  5. Giacomo Vitale
    Giacomo Vitale dice:

    Gentile Giacomo Petozzi,
    nel ringraziarla per averci scritto, Le comunico che non abbiamo un contatto diretto con Marco Eletti in quanto l’articolo di riferimento “L’uomo che baciava gli squali” è stato scritto dal nostro Antonio Soccol che oggi, purtroppo, non è più.
    Immagino che Lei voglia entrare in contatto con Marco Eletti e per riuscirci credo debba fare riferimento alla scuola sub di cui parla nel suo commento e dove certamente sapranno come rintracciarlo.
    Certo di averle fatto cosa gradita La saluto cordialmente.
    Giacomo Vitale

  6. giacomo petozzi
    giacomo petozzi dice:

    Buongiorno,
    ho avuto modo ed il piacere di conoscre Marco in Croazia, dove aveva una scuola sub. Siamo diventati subito amici ed ogni volta che partivo da Udine per andare nel suo diving, non mi pesava la strada da fare.
    Penso ancora quando uscivamo con il gommone ed altri sub e mi diceva: “vieni andiamo in coppia io e te” ed ogni volta imparavo qual cosa di nuovo. Nei momenti di intervallo parlava con altri sub e ricordo la frase di dive master “Marco non e un sub è un pesce”. Mi fece vedere i suoi video quando dava da mangiare agli squali..
    Ho letto gli articoli da lui scritti, sono stati tempi che non dimenticherò.
    Ciao Marco un saluto anche a tua moglie ed ai tuoi ragazzi, Giacomo ed Isabella.
    Mi trovi su facebook e spero tu possa leggere questo mio commento.
    Giacomo Petozzi

  7. Giacomo Vitale
    Giacomo Vitale dice:

    Gentile Riccardo Sturla Avogadri,

    la ringraziamo per il suo commento e per quanto ci riferisce circa il bravissimo Marco Eletti e visto che Lei è un osservatore della materia, se ha servizi fotografici in merito e le andrebbe di pubblicare le sue esperienze circa gli squali qui su AMB, siamo a disposizione. Credo che l’argomento avrà certamente degli estimatori, studiosi e ricercatori degli squali.

    In questo caso mi scriva e la contatterò in privato.

    Cordiali saluti,
    Giacomo Vitale

  8. Riccardo Sturla Avogadri
    Riccardo Sturla Avogadri dice:

    Bellissimo racconto e belle immagini!

    Marco Eletti è stato per tutti noi successori un esempio di come avvicinare gli squali, studiarli e insegnare agli altri che non sono pericolosi! Io continuerò a farlo finché ho aria…

    Ciao Riccardo

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