La lunga apnea di de La Penne

SALVATAGGIO DEL RENITENTE

«E allora persi la pazienza, ero incazzato e stanco, gli mollai un pugno in testa e dopo avergli serrato il boccaglio tra i denti, lo spinsi sott’acqua dentro la garitta: Vai con Dio ! Era come un corpo morto… »

Così il futuro eroe di Alessandria convinse un marinaio che non sapeva nuotare a improvvisarsi subacqueo.

Ho avuto la fortuna e il privilegio di lavorare, nel dopoguerra, con la Medaglia d’Oro Luigi Duramd de la Penne, l’ uomo che, nella notte dell’11 novembre del 1941, nel porto di Alessandria d’Egitto, riuscì a far detonare, sotto la carena della corazzata inglese Valiant la carica del suo SLC (siluro a lenta corsa).

SLC maiale

SLC maiale

Il giovane e irrequieto marchese de La Penne, allora semplice Sottotenente di Vascello, fu uno dei primi operatori della X MAS ad essere addestrato nella base segreta di Bocca del Serchio, poco a Sud di Viareggio.

Nell’agosto del 1940 partecipò come riserva, al primo tentativo di forzare il porto di Alessandria.

L’operazione G.A.1 prevedeva l’impiego di quattro SLC sistemati per il trasporto sul ponte del sommergibile Iride e pilotati dai Tenenti di Vascello Birindelli e Fanzini e dai Capitani del Genio Navale Tesei e Toschi, i due inventori del siluro a lenta corsa.

L’azione doveva essere condotta nella notte del 25 agosto e il sommergibile, con i mezzi d’assalto appena sistemati in coperta, dopo il trasferimento dalla torpediniera Calipso si apprestava a uscire dalla baia di Menelao nel Golfo di Bomba in Cirenaica, per le prove di assetto, prima della partenza per Alessandria.

Alle 12.00 l’Iride , che non aveva ancora raggiunto la batimetria sufficiente per l’immersione, venne colpito da un siluro lanciato da uno degli Swordfish apparsi improvvisamente a bassa quota sul mare. L’Iride, colpito a prua si spezzò in due tronconi e rapidamente affondò con buona parte dell’equipaggio nella parte posteriore dello scafo, mentre il Comandante Brunetti e alcuni operatori dei mezzi – tra i quali il TV Birindelli – furono sbalzati in mare dall’esplosione.

De la Penne, a bordo della nave ausiliaria Monte Gargano (anch’essa silurata) mediante un dragamine ausiliario, fu uno dei primi, assieme a Tesei e Toschi, a raggiungere il luogo dell’affondamento per prodigarsi al salvataggio dei superstiti.

I miei rapporti con De la Penne erano sempre stati improntati ad argomenti tecnici di lavoro e quando facevo delle domande sulle azioni in tempo di guerra che lo avevano visto come protagonista, egli semplicemente “glissava“  il discorso, con signorile eleganza, oppure deviava su particolari tecnici dei mezzi da lui pilotati in quei lontani anni.
Ma un giorno, mentre discutevamo dei principi di decompressione da tener presenti nello studio di un nuovo mezzo, mi raccontò come furono salvati i marinai dell’Iride e in particolare , come tirò fuori “di forza” l’ultimo di essi.

«Quando affondò l’Iride» cominciò a raccontare de La Penne «feci subito un paio di immersioni in apnea seguendo il cavo con il gavitello che Tesei, dopo aver recuperato la bandiera, aveva già agganciato alla torretta. Il mare era calmo e l’acqua molto chiara; il sommergibile era posato su un fondale di quindici metri spezzato in due all’altezza della camera di manovra e la parte anteriore era staccata e disposta a 90 gradi.

Tesei, con uno dei nostri autorespiratori Davis di salvataggio, riuscì subito a mettersi in comunicazione con dieci uomini rimasti intrappolati nel compartimento lanciasiluri all’estrema poppa.

Allora decidemmo di far uscire i superstiti a due a due, mediante la garitta di salvataggio adiacente al locale asciutto e dal quale i marinai comunicarono che erano in grado di aprire il portello d’accesso ma non il controportello verticale.

Fu probabilmente nel tentativo di aprire questo boccaporto, incastrato forse a causa dell1esplosione, che due sottufficiali affogarono nell’interno della garitta non riuscendo ad aprirlo nel primo tentativo di uscire dal battello.»

«Con un autorespiratore» riprese Durand de la Penne «mi immersi nel tentativo di scardinare lo sportello agganciandolo con dei cavi al peschereccio dragamine. Al primo tentativo i cavi si spezzarono e durante la notte un palombaro del pontone di soccorso giunto da Tobruk riuscì a collegare una manichetta di aria al locale dei superstiti, mantenendo così la pressione e rifornendoli di aria pura. Lo stesso palombaro, poi collegò altri cavi al portello che finalmente, sotto il tiro del peschereccio a tutta forza, si aprì e Birindelli penetrato nella garitta, trovò i cadaveri dei due sottufficiali e li riportò in superficie.»

salvataggio

Il tempo passava inesorabile e i marinai intrappolati segnalavano esalazioni di cloro. Erano passate quasi ventiquattro ore dal naufragio. Il tentativo di far avere agli otto uomini intrappolati degli autorespiratori collocandoli nella parte superiore della garitta si rivelò inutile, non potendo manovrare dall’interno il controportello per recuperarli .

«Così l’unica maniera di farli uscire» proseguiva il racconto di de la Penne «consisteva nell’allagare il compartimento finché nella campana e l’aria che sarebbe rimasta contro il soffitto vi fosse la stessa pressione esterna; nel caso una pressione relativa di 1,5 atmosfere.

«Belìn! C’è voluta tutta la nostra pazienza a persuaderli ad aprire la valvola e il portello interno e  inondare il locale sino a che solo la loro testa fosse fuori dall’acqua. Non c’era verso di farli uscire: qualcuno piangeva, altri bestemmiavano, preferivano morire all’asciutto. Così demmo loro un ultimatum: se entro venti minuti non iniziavano a uscire, avremmo abbandonato le operazioni di salvataggio.

La torpediniera Calipso era rientrata da Tobruk con altri autorespiratori ma io avevo seguitato a sommozzare in apnea per star vicino all’equipaggio che sott’acqua sentivo parlare e gridare. Noi operatori eravamo sfiniti e preoccupati per una possibile nuova possibile incursione inglese. Il sole stava tramontando e rientrammo in acqua sulla verticale del sommergibile che vedevamo in trasparenza sotto di noi.

A questo punto un Sottocapo, che era il più autorevole aprì il portello il cui orlo superiore era di poco più basso dell’acqua che aveva invaso lentamente il locale. Noi in superficie fummo travolti da da una enorme bolla d’aria che era emersa improvvisamente.»

«Belin !» esclamò il comandante De la Penne con la tipica espressione genovese che gli era abituale «Era fatta ! Potevano salvarsi!»

«Avevamo raccomandato agli uomini di vuotare i polmoni prima di immergersi per entrare nella garitta che ormai era in comunicazione con l’esterno, a allagata completamente .

L’aria contenuta nei polmoni , depressurizzandosi e dilatandosi improvvisamente durante la risalita, avrebbe provocato gravi lesioni interne. Io mi tenni accanto al boccaporto esterno aiutando i marinai a uscire e a risalire “a pallone” aggrappati alla sagola di guida.

Ne risalirono nove e non tutti poi sopravvissero. Uno degli ultimi a emergere, il silurista Luigi Santillo, disse che all’interno vi era ancora un marinaio che non voleva uscire perché non sapeva nuotare; l’elettricista Luigi Scariglia, un ragazzo napoletano di venti anni, sarebbe morto.

«Faceva un freddo cane e io ero stanchissimo e con poco ossigeno nel mio respiratore» continua il racconto « ma tant’è… Forse senza pensare che correvo il rischio di dividere la sorte di quel mio marinaio dentro quel maledetto sarcofago d’acciaio, mi infilai a testa un giù nel buio della garrita. Riemersi poco dopo nei pochi centimetri d’aria che erano rimasti contro il soffitto.

Vista la paura e l’estremo stato di agitazione del giovane, gli cedetti il mio respiratore, ma anche così non riuscii a persuaderlo a mettere la testa sott’acqua e imboccare il portello per risalire con me. Il poveretto stava consumando anche tutto l’ossigeno che rimaneva nella bombola. E allora persi la pazienza, ero incazzato e stanco, gli mollai un pugno in testa e dopo avergli serrato il boccaglio tra i denti, lo spinsi sott’acqua dentro la garitta: Vai con Dio!

Era come un corpo morto… A fatica lo spinsi su e poi lo feci uscire dal boccaporto di coperta tirandolo per i capelli. I polmoni mi scoppiavano, ma tirandomi su con forza attaccato alla sagola riuscii a fargli superare quella decina di metri fino in superficie ».

L’Ammiraglio Luigi Durand marchese de La Penne riprese fiato, forse nella foga del discorso aveva rivissuto gli interminabili istanti di quella lunga apnea. «Belin! Stavamo proprio parlando della pressione e della campana d’aria …dunque!»

Era fatto così l’amico che adesso, ogni tanto, vado a trovare nel piccolo cimitero di San Giorgio che domina da un lato il porticciolo di Portofino e dall’altro il mare.

 

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