La mia barca. La barca di Renato "Sonny" Levi, costruita per se

La mia barca di Renato “Sonny” Levi

I gusti non si possono discutere, in particolare quando si tratta di barche, perché essi variano enormemente da persona a persona.

Parlando di imbarcazioni per quanto riguarda la misura, il tipo e l’utilizzazione, non bisogna mai essere dogmatici, poiché spesso la scelta di uno scafo è influenzata da criteri personali e principalmente dalla somma di denaro che una persona ha a disposizione per acquistare la barca dei propri sogni.

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Spesso ho pensato al tipo di barca che desidererei avere per me e sono costretto a confessare che le mie idee, con il passare degli anni, sono mutate considerevolmente. In certi casi mi è capitato perfino di ritornare con il pensiero a dei concetti sulla imbarcazione ideale che avevo avuto molti anni or sono. Per fortuna le nostre convinzioni su ciò che rappresenta il battello ideale sono destinate a variare con il tempo. Guai d’altronde se così non fosse, perché in tale caso una persona acquisterebbe una barca e se la terrebbe per tutto il resto della sua vita. Ciò sarebbe ovviamente un disastro per l’industria nautica e determinerebbe un ritardo nel progresso, sia per quanto riguarda la progettazione, che per la produzione di imbarcazioni da diporto.

Quando ero studente il mio unico obbiettivo era di accumulare sufficiente denaro per costruirmi un ketch d’alto mare di circa 30 piedi allo scopo di intraprendere una crociera intorno al mondo e liberarmi dalle gioie della civiltà per almeno due o tre anni.

Ricordo che acquistai tutti i libri scritti da uomini che erano riusciti a realizzare questo sogno e riconosco che le loro pagine mi confermarono soprattutto che si trattava di uomini soddisfatti della loro vita. Mi affascinò il racconto di Joshua Slocum sulla sua circumnavigazione del mondo con lo yacht «Spray»: non meno mi impressionarono le alte qualità di navigatore di Voss e la dura tempra di Gerbault, il giovane pilota da caccia e giocatore di tennis che diede prova di una tenacia addirittura incredibile. Altrettanto interessante e forse per me più soddisfacente di tutti il racconto della crociera di Robinson a bordo dello «Svaap», perché quest’uomo fu uno dei pochi che riuscì a realizzare la sua più grande ambizione ad un’età ancora molto giovanile.

Infine la mia immaginazione fu particolarmente impressionata nel leggere le imprese di Harry Pidgeon che all’età credo di 44 anni si costruì il suo yawl «Is­lander» di 35 piedi e lo condusse intorno al mondo parecchie volte navigando da solo. Pidgeon naufragò nel Pacifico ma riuscì a sopravvivere e si costruì un’altra barca con la quale continuò a navigare fino alla tarda età. Il mare aveva evidentemente stregato quest’uomo nella maniera più assoluta.

Spesso ho invidiato questi uomini che hanno fatto di tutto per poter vivere come volevano e fare ciò che volevano, ma la sorte non mi ha dato la possibilità di seguire il loro esempio. Questa è una ammissione triste da parte mia e credo che una grande parte degli uomini che vanno in mare per diporto e con passione, sentono la medesima tristezza che sento per l’impossibilità di fare ciò che veramente vorremmo e quindi di essere costretti ad inserire la loro passione nella normale routine della vita.

A questo punto il problema è di chiedersi: quale potrebbe essere la barca più adatta?

Per quanto mi riguarda ho molto poco tempo a disposizione, come la maggior parte dei professionisti con famiglia. Le mie sole ore libere sono quelle dei week­end e quando è possibile, ma non sempre, una vacanza di due o tre settimane durante i mesi estivi. In tali condizioni la mia barca dovrebbe forzosamente essere capace di una ragionevole velocità, per avere conseguentemente un certo raggio di operazioni. La mia passione più segreta è sempre stata la vela, non solo per l’eleganza e la bellezza di linee tipiche delle imbarcazioni a vela, ma anche per l’invidiabile tranquillità e serenità che si può godere soltanto andando a vela.

Sfortunatamente una barca a vela quand’anche gli si voglia installare un motore ausiliare di una certa potenza non può raggiungere delle velocità oltre il limite di quelle che noi classifichiamo basse. Risulta quindi impossibile andando a vela effettuare qualsiasi crociera durante un normale week-end. Pertanto, tutti i posti che si potrebbero visitare entro l’area limitata dal tempo e dalla volontà finirebbero per esaurirsi molto presto.

Qual’ è in ultima analisi il principale significato dell’andare fuori in barca? Vi è soltanto la gioia di essere su di un natante in mare aperto o anche il piacere di giungere ad una determinata destinazione? Penso per esperienza mia personale e per le esperienze di tutti quelli che sono stati in barca con me, che si tratti di una combinazione di questi due desideri. L’andare per mare, per esempio 100 miglia al largo, al solo scopo di andare e ritornare, rappresenta per me una navigazione del tutto incompleta. La completezza nel navigare al contrario, esiste quando si visitano nuovi luoghi fermandosi nei porti.

La mia barca. La barca di Renato "Sonny" Levi, costruita per se

Dopo tutto sono convinto che molto piacere derivi a tutti dal fatto di poter entrare in un nuovo porto, ormeggiare l’imbarcazione, sbarcare e dare un’occhiata in giro, spesso anche rifocillarsi con un buon pasto prima di riprendere il mare, senza poi contare il piacere di potersi ancorare di fronte ad una spiaggia deserta. Con tutti questi presupposti la mia scelta doveva gioco forza cadere su di un Cruiser di 11-12 metri con a bordo alloggi sufficienti per me, per mia moglie, per i miei bambini e per qualche ospite occasionale.

Per quanto mi riguarda, mi sarebbe sufficiente una velocità di crociera dai 18 ai 20 nodi che consentirebbe di effettuare tragitti lunghi e nello stesso tempo garantirebbe un’andatura piacevole senza zompi con mare agitato. Con ciò intendo dire che mi sarebbe possibile, durante la navigazione, passeggiare in coperta senza dovermi aggrappare come una scimmia alle battagliole ed a tutti gli oggetti a cui è possibile aggrapparsi sui lati della cabina e sulla tuga.

Per quanto riguarda i motori, personalmente preferirei due diesel, non per particolari ragioni di economia e di sicurezza, ma perché ritengo che siano molto più adatti ad un tipo di imbarcazione che si prefigga di navigare per ore e ore ininterrottamente. I Diesel veloci prodotti oggi hanno una ottima potenza in rapporto con il peso. Quindi, due motori di 150 HP ciascuno dovrebbero essere più che sufficienti per assicurare la velocità di crociera desiderata. Porterei a bordo una quantità di carburante capace di darmi un raggio di autonomia di almeno 300 miglia.

Per quanto riguarda il progetto di sistemazione e di alloggi, in una barca del genere non credo che vi sia gran che da inventare perché esistono delle sistemazioni classiche che attraverso gli anni hanno provato essere molto efficienti. Per esempio: una cabina di prua con due letti, una grande sala con dinette che può essere convertita in doppio letto e dalla parte opposta il cucinino e la toilette. Rimane sottinteso a tale riguardo, che il cucinino e la toilette dovrebbero essere molto ben studiati per rendere, il più possibile confortevole, la vita a bordo.

Non so se alla fine deciderei di avere una cabina a poppa o meno; però tutto sommato potrebbe essere utile. In una cabina di tale tipo si potrebbero piazzare tre letti e ripostigli. Quindi risulterebbe una buona soluzione per accomodare gli ospiti oppure i bambini, in quanto potrebbero essere sistemati per i fatti loro lasciando liberi gli alloggi principali per l’uso degli adulti.

Per quanto riguarda la plancia di pilotaggio desidererei che fosse molto larga e spaziosa e piazzata al di sopra dei motori. In sintesi: l’intero complesso di alloggi verrebbe ad essere di tipo estremamente convenzionale. Qui nel Mediterraneo si ha ancora la fortuna di trovare dei marinai a stipendio e benché io non reputi necessaria la presenza di un marinaio di professione a bordo di una barca di questo tipo, non vi è dubbio che essa possa rendere la vita più facile.

Se fossi in grado di pagarmi un marinaio progetterei la sua sistemazione nel gavone di prua e ciò non dovrebbe presentare problemi su di una barca di 11-12 metri. Si potrebbe anche arrangiare la cabina per il marinaio con complesso toilette e lavabo separato. Dna degli aspetti più seccanti navigando sulle barche a motore è sicuramente quello delle vibrazioni e del rumore.

La mia barca. La barca di Renato "Sonny" Levi, costruita per se

Quindi rivolgerei una particolare cura alla tecnica di isolamento del vano motori, in modo da ridurre al minimo il disturbo del rombo che non è piacevole a bordo, specie quando si tratti di lunghe navigazioni.

A proposito dell’impostazione del ponte, penso che l’ideale sarebbe un ponte di prua molto ampio e tale da consentire libertà di movimento e possibilità di distendersi al sole. Intendo parlare di un ponte completo, di quelli che noi chiamiamo in lingua anglosassone “flush deck”, cioè senza tuga. Tale tipo di ponte offre molti vantaggi, tra cui una grande possibilità di movimento nella parte prodiera, con la facoltà di aumentare il volume degli alloggi interni entro una certa altezza. Infine l’impostazione costruttiva dello scafo che penso sia molto più semplice e quindi più economica. Inoltre da un punto di vista estetico il “flush deck” impartisce delle linee pulite e ben proporzionate a qualunque imbarcazione che non sia inferiore agli 11 metri.

Articolo apparso sul numero di giugno 1968 del periodico “Mondo Sommerso” e pubblicato su AMB  per g.c. dell’autore.

Un particolare ringraziamento all’Associazione Marinara Aldebaran di Trieste ed al socio Alex Skerlj che ci hanno messo a disposizione il loro archivio storico consentendo la ricerca del presente pezzo.

 

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1 commento
  1. Ferruccio
    Ferruccio dice:

    La descrizione ” della mia barca” è esattamente come lo Zarcos 12 m di progettazione Levi costruito nel 1968.

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