La barca non è un’ auto… (XXII puntata) – Quando il gioco si fa duro

di Antonio Soccol

Giusto un anno fa, su questa rivista, proponevo l’idea e l’esigenza di studiare una bio-barca: carena più efficiente e trasmissioni migliori. Il tutto garantiva circa il 40 per cento di risparmio energetico.

Un paio di mesi dopo, con anticipazione mondiale da parte di Barche, scoppiava la bomba dello studio di progetto per uno scafo da 100 metri e capace di filare 100 nodi. Lo studio è stato fatto, la barca no. Non ancora, per lo meno. Ma è probabile che quello possa esser considerato il sogno per l’ultima “brioche” di un popolo ormai senza più pane.

Più di recente, e sempre su queste colonne, ho predicato a favore di imbarcazioni autosufficienti con propulsione non inquinante garantita da pannelli fotovoltaici: il prezzo del petrolio stava per sforare i 150 dollari al barile.

Oggi sono successe due cose: da Rio de Janeiro dove vive, Franco Harrauer mi ha inviato un fax con il progetto di un suo “trawler” mentre i quotidiani strillano in prima pagina: “Detroit, una disfatta targata Suv-GM, Ford e Chrysler non reggono crisi e caro-benzina””.

Il fax di Harrauer mi è stato, successivamente, spiegato dal noto progettista con una telefonata. Mi ha detto: “Qui, in Brasile, tutti si lamentano del costo del carburante e si sta diffondendo l’esigenza di controllarne fermamente il consumo. Per questo ho pensato di proporre una barca che, come ricorderai, andava molto di moda negli anni Sessanta/Settanta e che possa riportare l’idea di andar per mare a parametri accettabili”.

Se l’angoscia del caro petrolio c’è in Brasile, uno dei paesi che ha i maggiori giacimenti al mondo del prezioso oro nero, figuriamoci da noi…. Quanto al “trawler” è una barca a dislocamento, circa 11 metri ft, spinta da un piccolo diesel da una trentina di cv, capace di ospitare sei persone in tre cabine separate (due bagni) con letti a piano (non a castello) e di filare fra i 6 e gli 8 nodi. Un paio di alberelli permettono di mettere a riva delle vele che svolgono una accettabile azione di spinta oltre che una piacevole operatività come “stabilizzatrici”. “Un mio vecchio cliente, sempre negli anni Settanta, con uno scafo di questo genere e andando solo a vela, ha fatto crociera dalla Calabria alla Grecia e ritorno e ne ha avuto una esperienza straordinaria.”, mi ha ricordato il solito Harrauer che, in quegli anni, di “trawler” ne aveva disegnati e costruiti parecchi.

Trawler è parola che, in inglese, indica i motopescherecci che praticano la pesca con reti a strascico. Nel gergo della nautica da diporto identifica quelle imbarcazioni che garantiscono una grande abitabilità e possono affrontare con serena tranquillità ogni tipo di mare. E che hanno una autonomia notevolissima.

Si tratta dunque di un tipo di barca che comporta una maniera diversa di vivere il mare: non due ore a tutta manetta per andare da Viareggio alla Corsica e poi tuffarsi nel blu della prima caletta disponibile ma una giornata di pacifica navigazione facendosi un bel piatto di spaghetti alle seppie, ascoltando musica, facendo una comoda pennichella oppure parlando (naturalmente dei massimi sistemi) con gli amici e senza esser disturbati dal morbido lontano borbottio del diesel. Non serve che a bordo ci siano due o tre piloti offshore, basta che, a turno, ci sia qualcuno che non si addormenti controllando l’orizzonte e dando ogni tanto una occhiata anche alla bussola. A velocità sull’ordine dei 6, 7, 8 nodi si può navigare senza pericolo anche di notte e quindi “fare strada” se si è scelto di andare su rotte di lungometraggio: cheneso, da Genova alle Eolie, per esempio, oppure alle Baleari eccetera.

Roba da velisti, penserà qualcuno. Come spirito sì (e perché no?) ma, nella pratica, senza la fatica di lavorare di drizze e scotte, di tirar bordi se il vento non è quello giusto, di sacramentare con gli winches o di costringere tutto l’equipaggio a spostare il culo da un lato all’altro dello scafo appena si è impegnati di bolina eccetera.

In sintesi: si tratta di cambiare mentalità. Di fare buon viso a cattiva sorte (il costo del greggio e la crisi economica mondiale) ma di non rinunciare al mare.

Naturalmente, nell’immediato, vi sono anche altre soluzioni: “Non verrò alle Eolie con il mio “Mezzoretta” (un cabinato della AlfaMarine da 40’, ndr): mi costa troppo e ho scoperto che, economicamente, è molto più conveniente affittare in loco un gommone”, mi scrive Bruno Intrecciagli che vive a Anzio. Certo, specie se hai dove andar a dormire… ché, se no, i conti non quadrano lo stesso.

Mentre aspetto che Harrauer mi spedisca il progetto definitivo del suo nuovo “trawler”, riprendo a leggere i giornali: Sergio Marchionne, Amministratore Delegato di Fiat, viene presentato come uno stratega perfetto per la sua alleanza con BMW. L’azienda tedesca offrirà aiuto all’Alfa Romeo (piattaforma, componenti comuni, rete commerciale soprattutto negli Usa) e quella italiana collaborerà, là dove ha grande esperienza, cioè nelle piccole auto, con i tedeschi che producono la Mini. Nonostante l’importanza dell’accordo, il titolo Fiat, in Borsa, ha perso quasi 5 punti in una sola seduta. La finanza, valla a capire tu…

Altamente drammatiche le notizie che arrivano dagli States, sintetizzate dalla vignetta proposta in prima pagina dal Detroit Free Press. Il conduttore di un gioco televisivo dice ai due concorrenti: “Uno di voi due, oggi se ne andrà a casa con un questo Suv nuovo di zecca” e la concorrente chiede: “E il vincitore, cosa prende?”.

Scrive sul “Corriere della Sera”, Mario Calabresi: “Il Suv, l’auto a otto cilindri simbolo della potenza americana su strada, fino ad un anno fa era l’oggetto dei desideri dei cittadini a stelle e strisce, oggi con la benzina che ha superato i 4 dollari al gallone, è considerato una punizione per quanto consuma, tanto che le vendite sono precipitate del 54% nell’ultimo mese e il valore dell’usato è sceso in modo drammatico”. Un gallone, negli Usa, è pari a 3,785 litri, perciò oltreoceano un litro di benzina costa 0,946 dollari; al cambio di oggi sono 675 centesimi di euro al litro, molto meno della metà di quanto non costi in Italia. Ciononostante una importante banca come Merrill Lynch ha dichiarato: “Per GM la bancarotta non è impossibile se il mercato continua a deteriorarsi”. E il mercato non mostra segni di miglioramento, anzi.

GM è anche produttrice del famoso Hammer, quella immensa jeep militare che – ideata per la prima guerra del Golfo – aveva trovato (anche in Italia) non pochi appassionati fra la gente “comune”. Le vendite sono scese del 60% nel giro di poche settimane, la GM vuol disfarsi di quel marchio e soprattutto di quella fabbrica dove quei “mostri” vengono prodotti ma non trova nessuno disposto all’acquisto… Gli americani non ne vogliono più sentir parlare: quelle auto sono dei killer, dicono oggi. Insomma, in pochissimo tempo c’è stata una autentica rivoluzione del mercato e della mentalità degli acquirenti.

Quali alternative? Secondo Giuseppe Volpato, docente di economia all’Università Ca’ Foscari di Venezia, la Toyota con la sua Prius ha solo creato una immagine per presentarsi come azienda ecologica perché, pur avendone vendute moltissime (dicono, un milione e duecentomila pezzi) di quelle sue “ibride”, sinora “su quell’auto non ha guadagnato una sola lira”. Ma adesso la Toyota ha annunciato che la nuova versione della Prius andrà a pannelli fotovoltaici che saranno piazzati sul tetto….

“Pushed to Alternatives” titola a piena pagina il New York Times… Già. Ma, hai voglia di “pusciare”…

Questo fra le auto. E fra le barche?

Guardo fuori dalla finestra e vedo un bellissimo mare azzurro. Al solito, a quest’ora, era pieno di barche che sfrecciavano velocissime e pazzerellone avanti e indietro. Adesso è quasi deserto se si escludono un paio di scafi a vela, un gozzo e due pedalò. Lontano passa un megacabinato. Di quelli che dentro la pancia hanno tre/quattromila cavalli. Sbuffa, fumando, sui 10/12 nodi. Il messaggio è chiarissimo: cerchiamo di non suicidare il nostro conto in banca che si sta già avviando verso una anoressia irreversibile.

Questo fascicolo di Barche esce in occasione della Grande Kermesse, il 48° Salone della Nautica di Genova, l’appuntamento fatale. Al di là dei trionfalismi ufficiali, sarà una manifestazione “faticosa”: per molti cantieri una sorta di ultima spiaggia. Purtroppo, per alcuni fra i meno organizzati e lungimiranti, una sorta di penosa agonia. Sul sito web ufficiale del salone si legge: “Con più di 1500 espositori, 2300 imbarcazioni dal più piccolo natante ai superyacht e una superficie espositiva di 300mila metri quadrati a terra e in mare è l’appuntamento più importante e spettacolare per tutti gli appassionati della nautica e del mare. NON MANCATE!”

Certo, non mancherò. Voglio proprio vedere cosa si sono inventati i progettisti e i cantieri per reagire al vento che tira: non è quando il gioco si fa duro che giocano i duri?

(segue)

Articolo apparso nel fascicolo di ottobre 2008 della rivista Barche e qui riprodotto per g.c. dell’autore. – Tutti i diritti riservati. Note Legali

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