Gianni Roghi e “La danza delle mante”

L’Africa tropicale, l’Africa calda è un animale vivo che mangia, cresce, muore e si rigenera a scatti. E’ un corpo che subisce metamorfosi tanto rare quanto brutali, da un giorno all’altro, da un’ora all’altra. La crisalide che esplode in farfalla sotto i tuoi occhi; una natura che ignora i dolci passaggi delle latitudini temperate: va a balzi, a stroncature, a urli.

All’Asmara, duemila metri sul mare, vidi un albero di pesco che mi fece pensare alle allegorie religiose del medioevo: alcuni rami erano secchi come d’inverno; altri avevano i bocciuoli; altri recavan le foglie, verdi ed espanse; altri i frutti piccoli e acerbi; altri ancora le pesche mature e ancora altri le pesche marce. Quell’albero non aveva stagioni, non sonni, non requie. Tutti gli alberi di Asmara e dell’Africa alta sono privi della misura del tempo, sono in divenire. Alberi hegeliani, dicevo a Gigi.

Ma mentre quel pesco moriva e fioriva nei medesimi rami e con la medesima linfa, già nell’Africa calda, già a Dur Ghella la natura era morta bruciata da un anno. Se con il calcio del fucile battevi sui tronchi, ne udivi un suono secco di legno cavo: come bussare a una bara.

E una notte piovve, piovve sul serio, per la prima volta da un anno. Piovve tre ore continue dall’una alle quattro. Era acqua calda, a gocce grosse e pesanti. Piovve senza vento, con un fragore di cascata. La tenda s’allagò, i materassini di gomma galleggiarono, ogni cosa nostra divenne fradicia. Rimanemmo tre ore ad ascoltare la pioggia, seduti in due dita di acqua tiepida, al buio. Poi smise, l’acqua defluì lentamente, ci ricoricammo e dormimmo.

Mi svegliai per primo, erano le nove. Non pioveva più e si sentiva l’aria pulita; faceva quasi fresco; ma non so, si sentiva un’aria nuova, diversa da quella solita. Mi pareva di accorgermi soltanto allora di aver respirato per tutte quelle settimane e quei mesi un’aria che aveva un sapore. O un odore, forse.

Uscii dalla tenda, sbucai dalla mangrovia ancora grondante. Non c’era una nuvola. E mi misi le mani sugli occhi: quello che vedevo non poteva esser cosa della nostra terra, era magia, era stregoneria. L’isola, quell’isola grigia bruciata, era color di smeraldo.

La primavera era scoppiata in tre ore. L’isola era coperta da una pelliccia d’erba breve, lucente, verdissima; l’erba cresceva sulle madrepore fossili, dentro le pietre, sotto i sassi, nella sabbia, sulle radici degli alberi. Gli alberi sempre bigi e bianchi avevano le foglie che spuntavano dai rami secchi, foglioline schizzavano fuori dal tronco come un vello sul torace di legno. Il sole incendiava l’atmosfera, infuocava i colori: l’atmosfera aveva perso quella nebbia di calura che faceva evaporare le cose; l’aria era un diamante e il sole vi giocava dentro la gibigianna, faceva dell’isola un caleidoscopio.

Camminavo per quella terra, mi volgevo a guardare le mie orme sull’erba, mi veniva da gridare come a un bambino; mi sedetti su un prato (oh, era veramente un prato! e ieri era sabbia !), mi rotolai e quasi dalle braccia mi frullarono via due uccelletti rossi e bruni quali non avevo mai visto. E solo allora m’avvidi che tutta l’isola era piena di uccelli. Chiamai Cecco, Giorgio, Priscilla: Priscilla, Priscilla vieni a vedere, guarda, c’é l’erba! L’erba come in Scozia! Dur Ghella era tutta un batter di ali. La girammo in lungo e in largo e incontrammo due cicogne, cinque o sei fetonti, un branco di sule (quelle che sembran grosse anitre selvatiche), e cinque quaglie, rondini marine, un pellicano, otto tortore s’un ramo a riposare, tre aironi, e oltre ai falchi pescatori e alle due albanelle, inquilini abituali dell’isola, centinaia di minuscoli uccelletti, assai più piccoli dei nostri passerotti, ma grigi, rossi, bruni, gialli.

Le quaglie stavan acquattate nell’erba e nelle stoppie dell’interno, falchi e albanelle roteavano nel sole; gli uccelletti piccolissimi cinguettavano nel folto dei cespugli spinosi e tutti gli altri, pellicano aironi cicogne sule rondini e fetonti, sostavano sul litorale in faccia al mare, a pigliar fiato dal gran viaggio.
Era scoppiata la primavera.

Così nel mare, forse. Noi non lo sapevamo, ma anche in quel mare grande e tranquillo stava accadendo qualcosa. Anche nel mare, proprio in quelle acque di Dur Ghella, si andava preparando un rito, un convegno inconcepibile. A Dur Ghella erano già  arrivate creature in volo attraverso l’aria e il cielo e le nuvole dei monsoni; ma proprio verso Dur Ghella, in quella stessa ora, stavano viaggiando altre creature. Arrivavano anch’esse in volo, un volo attraverso l’acqua, sopra gli abissi. Accorrevano al rito. Era l’appuntamento di primavera.

Fu un giorno strano. Nella natura succedono, a volte, giorni che sanno di presagio; momenti in cui avverti, per un messaggio misterioso che si insinua nei nervi, una fase di sospensione, di attesa. Gli animali preavvertono il terremoto, i pesci sanno in anticipo l’approssimarsi della tempesta, e anche gli uomini, talora, sentono l’uragano senza ancora vederlo. Anche noi siamo animali. Ma quel giorno non capivamo, sentivamo soltanto che era un giorno strano. Non fummo capaci di fare niente, rimanemmo ore e ore seduti o in piedi in mezzo ai prati: stemmo a guardare come facevano i bocciuoli a divenire foglie, stemmo a guardare il cielo. Grandi nuvole avevano ricoperto il sole e di vento in vento si squarciavano a oriente e a settentrione lasciando sfolgorare l’azzurro, vivo come non mai, quasi una lastra metallica. Molti altri uccelli erano arrivati a Dur Ghella e molti erano ripartiti; ci pareva di essere in una stazione, ma per noi, inchiodati all’isola dall’acqua che la circondava, non v’era possibilità di partenze; forse era questo che ci dava una sensazione di inferiorità , di amarezza. Gli uccelli partivano d’improvviso come per una decisione subitanea, ma certamente dovevano meditare a lungo l’attimo del distacco e della nuova fatica nel ciclo. Lasciavano la terra  senza un grido, senza gioia, per un dovere.

Molto tempo era passato dalla mattina e l’isola si era fatta silenziosa. I falchi disegnavano in alto cerchi e figure geometriche, gli uccelletti piccolissimi frullavano zitti nei cespugli. Ascoltando intenti si poteva udire soltanto, di ora in ora, il battito  delle  ali che scoccavano dalla scogliera.  Il  mare  era immobile, toccava la spiaggia come uno specchio; aveva preso un colore verde pallido intorno all’isola e viola appena oltre. Era strano che le nuvole viaggiassero accumulandosi agli orizzonti e che il mare rimanesse immobile; ma il vento sa correre altissimo e dimenticare la terra. Dissi a Cecco che solo ora comprendevo cosa volesse dire Omero quando parlava del mare “colore di viola”. Il mare, una volta, doveva essere così.

Si preparava un tramonto insolito. Anche a occidente si era aperto uno squarcio, ma più lungo e più vasto, come una ferita che il vento teneva aperta. O un proscenio, affinché il sole, tra poco, potesse passarvi in mezzo.

Cecco si alzò dal prato, andò alla spiaggia. Mi pare di vederlo ancora, piccolo e insignificante contro quel mare verde e viola. Entrò con i piedi nell’acqua e rimase fermo. Poi dopo un poco tornò sul prato, da dove io lo osservavo. “Com’è calda, l’acqua”, disse. E andò alla barca, la spinse in mare, la tenne per la poppa e si volse, mi guardò. Mi levai, andai alla spiaggia, salii in barca, versai la benzina nel serbatoio del motore, sistemai i remi, mi sedetti al timone.

Cecco imbarcò l’arpione a mano, fece un cenno a Tesfanchiél. “Vuoi venire? Oggi é calmo, non soffri”. “Dove andare? “”Non lo so, intorno all’isola. Vuoi venire sì o no? “Sì.” Tesfanchiél salì e si accoccolò in mezzo, sorrise leggermente. Con un balzo Cecco fu a prua: “Via”, mi disse, e io feci partire il  motore. Puntai  al  largo,  a  tutto  regime.  “Dove vai? “mi disse Cecco. “Al largo. “Perché “Quest’acqua verde mi da fastidio.” “Oggi é acqua da pescecani.” Sorrisi. Poteva anche essere.
“Come fai, Cecco, a saperlo?” Cecco sorrise, alzò le spalle, continuò a guardare il mare viola.  Io guardavo le nuvole. Era incredibile quanti giochi sapessero fare in uno spazio tanto esiguo quant’era il ciclo.

Erano le cinque del pomeriggio, ed era un giorno, un tramonto di marzo. Il sole  cominciò  a passare nella  ferita  lunga d’azzurro, aperta a occidente. I bordi della ferita sanguinarono rosso e arancio, le nuvole presero fuoco. Poi il sole toccò il centro dello squarcio e inondò di rosso e turchino le nuvole di tutto il  resto  del  cielo dal  basso,  come  a  farci  vedere  quant’eran gonfie o buche. Il mare trascolorò per il nuovo riflesso; il viola s’incup’, il verde attorno all’isola e sulle sabbie divenne uno smeraldo fermo e pallidissimo.

Mentre tutto questo accadeva avevamo già  visto cinque o sei mante schizzare piroettando fuori dal  mare. Avevamo doppiato il capo sud dell’isola, navigando al di là  della barriera. Avevamo osservato altre volte e un po’  dovunque, in quegli ultimi giorni, piccole mante schizzare improvvisamente dal mare: facevano tre o quattro capriole verticali, fino anche a quattro metri d’altezza, e ripiombavan di piatto nell’acqua con uno schianto.

La scena era fulminea, bisognava coglierla come si sorprende una stella cadente, e poche volte riuscimmo a formulare un desiderio marino. Certamente dovevano correre nel mare a perdifiato per una cinquantina di metri prima di poter sprigionare una serie di salti  mortali tanto alti nell’aria; ma come facevano a  piroettare e ricadere proprio nel punto da cui erano uscite? Erano piccole mante, bambini di mante; giocavano, forse. Non c’era niente di più allegro e di più pazzo nel mare di quei salti mortali.

Il sole lambiva ora il labbro inferiore della ferita. Ma la ferita cominciava a putrefarsi, si disfaceva, poteva anche parere una bocca di clown che sguaiatamente ridesse fino a crepare. Ora non c’era quasi più né ferita né bocca, soltanto un disastro infuocato di vapori.

Toomai degli elefanti aveva assistito alla danza notturna dei mostri, “nel cuore delle Colline del Garo”, perché era un ragazzo sveglio e innocente. Noi eravamo uomini non più innocenti e andavamo a un’altra danza, nel cuore degli abissi di Dur Ghella, senza saperlo e senza volerlo. Ma, pure, quella strana giornata ci aveva messo dentro qualcosa. Oh, non chiedete che io riesca ad esprimerla. La prima manta grande la incontrammo da sola. La vide Tesfanchiél alle mie spalle. Gridò e tese il dito. Ci volgemno appena in tempo per scorgerla venire a galla col ventre bianchissimo nel viola dell’acqua, e poco sotto la superficie incurvarsi all’indietro,  sparire nel buio con una capriola lenta solenne. Era la prima volta che vedevamo una manta fare così.

Cento metri dopo, un’altra manta, a prua. Anch’essa venne a galla dal fondo, in cabrata verticale, e quando fu sotto il  pelo  si  girò  all’indietro  tendendo  le  corna,  si rovesciò  sulla schiena, disparve a capofitto senza rumore. Cecco mi guardò mormorò: “Che fanno, perdio?” Scossi la testa. “Andiamo avanti,” risposi. Forse succede qualcosa, pensavo, e intanto guardavo a occidente. Il sole, adesso, doveva essersi fermato. Le nubi si erano distese lunghe e sottili, come tanti orizzonti successivi sul mare, e su ciascun orizzonte divampavano fuochi giganteschi. Tutto il cielo, poco a poco, andava prendendo fuoco.

E’ tabù, Tesfanchiél, un cielo così?”- dissi adagio. Tesfanchiél mi fissò, poi guardò il mare: una terza manta veniva a galla e girava col ventre bianco. Il cielo andava divampando come una pineta.
“Può essere,” disse sottovoce. “Io non so.”

Erano ora forse le sei. Camminavamo molto piano, col motore al minimo, la barca frusciava sull’olio. Ci avvicinavamo alla punta di settentrione, sempre al largo, sopra un fondale di una cinquantina di metri. Quand’ecco, prima a poppa poi a prua, due mante colossali apparvero nel solito giro.

Una ne apparve col muso nero e bianco e le corna, le corna uscirono come braccia fuori dall’acqua e la bestia si ripiegò indietro di schiena spalancando al ciclo le dieci branchie dilatate e poi il ventre, inabissandosi a picco. Ma altre, altre mante scorgemmo poco lungi ripetere il giro della morte, e andammo avanti, avanti ancora; mante di cinque metri di apertura alare, mante di sei, sette quintali erompevano dappertutto dal fondo del mare, protendevano le braccia in una incomprensibile invocazione e si capovolgevano lentamente intorno alla barca. Il mare si muoveva, molte braccia parallele sorgevano dalle acque e sparivano inghiottite.

Ed ecco, l’occidente della punta, con un’esclamazione soffocata individuammo finalmente il centro motore della grande danza del mare. Il mare vi ribolliva, ma senza schiume, come rimescolato dal fondo da un vortice di duecento e più metri di diametro. “Avanti,” mormorò Cecco, ed io già  andavo avanti tenendo il timone dritto a quel vortice, lo fissavo ipnotizzato; il  rito  ci chiamava. Cecco,  afferrato  a  prua,  mi  pareva un  feticcio,  e così anche Tesfanchiél che si teneva  aggrappato con le unghie ai bordi, seduto in fondo al barchino, gli occhi dilatati sul gorgo dei mostri. Così ancor oggi li vedo, fotografati nella mia retina, come rivedo l’attimo contemporaneo in cui il sole esplose in mezzo alle nuvole e colorò il mare di una tinta arancione violenta.

Così, nel mare divenuto arancione, arrivammo a motore spento nel centro del vortice. Nessun uomo vide mai quello che noi vedemmo in quell’ora di tramonto, o nessun  uomo che vide volle mai raccontarlo. Quaranta e forse più mante, in una giostra ininterrotta e quasi a catena, salivano dal baratro in volo verticale con le  ali e le corna tese,  aprivano il mare e a braccia spalancate si rovesciavano, calavano ancora a testa in giù e  nel profondo, a venti o a trenta metri, riprendevano quota come aeroplani per tornare in superficie. Quaranta o cinquanta mante turbinavano nei loro ininterrotti giri della morte, dal cielo all’abisso,  dall’abisso al cielo, e ovunque nel  mare in subbuglio tendevano le corna al sole ormai moribondo tra le  nubi, mostravano le pance bianche sull’acqua arancione, nere e spettrali sprofondavano per ricomparire venti secondi più tardi. La barca rollava, Tesfanchiél era divenuto di pelle grigia, si volgeva a destra e a sinistra a guardare le mante che a pochi metri e lontane sgorgavano improvvise e immense dall’acqua sanguigna.

Alcune ci passarono sotto, altre ci emersero a due metri minacciando involontariamente di capovolgerci:  potemmo così misurarle  in proporzione alla barca, che era lunga quattro metri: erano mante di cinque, di sei metri in larghezza e di quasi altrettanto in lunghezza, mante di oltre una tonnellata. E una, una cattedrale che eruppe dal mare grondando ondate a forse cinque metri da noi, non era meno di sette metri; l’ondata ci colse, gettò Cecco sui paglioli, affogò la barca, io mi trovai avvinghiato alla barra del timone completamente lavato.  Cecco si rialzò, si drizzò in piedi “mi par di rivederlo” allargò le braccia e urlò: “Gran Dio!”

II sole divampò un’ultima volta sul mare, poi si fece verde e sparò di colpo. Il mare, di colpo, tornò viola e trasparentissimo. Così, con la testa fuori dal bordo, potemmo scrutare nella voragine. E vedemmo le mante girare nel fondo. Si scorgevano lontane, quasi invisibili; più che vedere potevamo intuire la loro cabrata, poi in pochi secondi quelle cose infinitesime, sperdute in quella grande sala turchina e profondissima, ingrandivano smisuratamente  fino  a  essere  mostri lanciati a velocità  possente. Arrivavano verso di noi col loro volo verticale e le corna proiettate in avanti, a invocare o a ghermire qualcosa, esplodevano fuori e giravano, giravano, giravano.

La danza durava da mezz’ora. Ma perché? Perchè quel convegno? A un tratto frullò in superficie qualcosa, una faccenda lunga, come la scia di un mitico serpente marino. Guardammo senza capire. Ma dopo dieci minuti che la scia si era eclissata al largo, un’altra eguale si disegnò a cinquanta metri e ci venne incontro diritta, senza piegare. Cecco cercò affannosamente l’arpione, ma quello strano serpente di una trentina di metri già  ci era addosso, ci investiva, ci investì passandoci ai lati: erano piccolissime mante in schiera, in fila per due, affarini di neppure un metro. Sbattacchiavano freneticamente le alucce e si dirigevano anch’esse in alto mare. Dopo altri dieci minuti ci passò accanto una nuova schiera di mante bambine, e intanto le madri giravano, giravano, giravano…

“Le madri, Cecco!” gridai. “Questi sono i neonati!  il parto delle mante!” Cecco non mi rispose, guardava e gli tremavan le mani. Nessuno mai al mondo aveva visto partorire le mante, e ancor oggi non si conosce quanti figli esse mettano al mondo volta per volta. I testi dicono uno. Ma quando una manta di quelle enormi venne fuori intera col ventre a tre metri da me, io so di aver visto benissimo spuntare i codini dalla cloaca, e i codini erano due, non uno! E con due codini penzoloni dalla cloaca vidi altre mante ancora, e sempre due e non tre e non uno!

I plotoni delle mante bambine, sempre in fila per due, ci incrociarono cinque o sei volte; tutti viaggiavano decisi al largo, abbandonando le madri (o le madri che avevano partorito  “se questo era vero” li seguivano dal basso?). Andavano tutti e senza fallo a occidente, verso gli ultimi bagliori di luce, si perdevano nelle ombre nere del mare. “Cecco,” gridai, e mi asciugavo la faccia dagli spruzzi e tenevo stretta la barra. “Cecco, é il parto delle mante! Si capovolgono così in tondo per aiutarsi! Guarda come fanno, si stirano sul ventre e spingono girando contro l’acqua, l’attrito dell’acqua le aiuta!” un’ondata mi strozzò la frase, mi asciugai ancora. I piccoli si radunano e partono insieme! Vedi che le mante sono diventate la metà : le altre hanno già  partorito, se ne sono andate! Guarda le altre come si sforzano,  giuro che soffrono, non vedi che accelerano i giri? La , la  guarda i piccoli! Ma dimmelo che sono le mante che partoriscono!”  Cecco guardava,  avvinghiato alla prua. Il mare era diventato nero, le pance delle mante che ancora roteavano parevano spettri improvvisi nel buio.

Le acque, lentamente, si andavano quietando, la danza moriva. Il cielo ora era sgombro, terso; nell’azzurro tremavano le prime stelle.
Cecco si rilasciò, si sedette sul fondo della barca, cercò una sigaretta. Trovò il pacchetto ma era inzuppato. Io non avevo sigarette, ero in costume da bagno.
“Sigarette, Tesfanchiél?”
Tesfanchiél si riscosse, si palpò nelle tasche, fece di no col capo. “Kai,” sussurrò, con una voce strana. Cecco si ravviò adagio i capelli; chiuse gli occhi, dopo un poco li riaprì, mi fissò, volse lo sguardo. “Non lo so,” mormorò.
“Ma se tu non fossi naturalista e ittiologo?…”  Sì allora sì: partorivano sicuro. Hai una sigaretta? Ah scusa, niente.
Ci sedemmo tutti sul fondo della barca, vicini. Stemmo così un pezzo. Le ultime mante giostravano lontano nei flutti, ne udivamo lo sciacquio. Poi a poco a poco più nulla, un silenzio grande.
“Mi é venuto in mente…”  “Toomai degli elefanti,” dissi. Cecco sorrise e annuì. “Io e te ci capiamo,” disse. Ebbe una pausa. “Ci vogliamo bene.”
Annuii. “Peccato che non c’é Gigi,” dissi. “Lui almeno,” Cecco sorrise ancora, “Lui una sigaretta l’avrebbe.”  Udimmo ancora il tonfo di una manta, soffocato, lontanissimo, verso Dur Gaham.
“Bisogna che glielo raccontiamo. “Sicuro, bisogna dirglielo bene.” Un volo di uccelli ci passò sulla barca; non li vedemmo, ma capimmo che erano appena partiti dall’isola. Andavano a occidente, pieni di forza. E’ notte, dissi, guardando le stelle, e misi in moto il motore.

Puntai a oriente, nella direzione opposta a quella delle mante bambine e degli uccelli. Il mare era una sconfinata tavola nera. Chissà  dove vanno, adesso, in quel buio, le mante bambine, pensai mentre reggevo la barra. Ognuno, su questo strano pianeta pieno di cose, ha le sue strade e i suoi appuntamenti di primavera. Chissà  se l’anno venturo le mante incinte sarebbero tornate alla sala parto di Dur Ghella. Pensavo tante domande vaghe, e forse mi sentivo felice, o istupidito, che magari é la stessa cosa. Ma mi sentivo grande, mi sentivo un pezzo di natura, un amico intimo delle mante che avevano sofferto; perchè, in fin dei conti, anch’io abitavo sul loro stesso pianeta. Tra me e loro, a pensarci bene e guardando il mondo, per esempio, da quella stella lassù per aria, forse non v’era differenza alcuna.

Mi sentii molto contento di questa scoperta. Adesso sì, potevo partire anch’io dalle isole.

Da “Dahlakâ” di Gianni Roghi, Garzanti 1954.
Ultima edizione Gruppo Ugo Mursia editore, 2001. (ISBN 88-425-2845-5) e qui riportato p.g.c.

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