G. Enough: ovvero… G.50

Antonio Soccoldi Antonio Soccol

Arrivai a Lavinio che era sera. Parcheggiai nel giardino della casa di “Sonny” e sbarcai dalla mia “124 coupè”, ben nota nell’ambiente per quei due disegni di un ironico gatto con in bocca una lisca di pesce che Franco Harrauer aveva disegnato e io applicato alle fiancate della mia auto. Mi misi in spalla i quasi 40 chili della “borsa delle macchine fotografiche” e mi avviai fra le palme verso l’ingresso mentre i cani mi festeggiavano. Il primo a venirmi incontro fu “Ki”, il più giovane dei tre figli di Levi.

Allora avevamo tutti quaranta anni meno di oggi: “Niente macchine fotografiche?” mi chiese stupito il ragazzino. E aggiunse: “Tu, per me, sei uno che ha sempre almeno tre macchine appese al collo…”. Sorrisi e gli mostrai il borsone. “Ah, ecco! Me pareva…”, commentò soddisfatto il marmocchio che, in quegli anni, parlava con forte accento romanesco. Poi arrivò “Sonny”: “Tutto bene?” mi chiese. “Sì: quattro ore e trentacinque dal casello di Milano” gli risposi ridendo. “Vieni: have a drink” e mi fece strada.

Baciai Anna, sua moglie, che mi aspettava sulla porta con in mano un bicchiere di “gin and tonic” già pronto.

Chiesi di Gina e di Martin, gli altri due figli: “Stanno bene, sono al college”, spiegò. “La barca?” chiesi a “Sonny”. “Va”, rispose. “Quanto?” insistei. “Enough”, disse senza alcuna particolare emozione. Conoscevo quella sua tipica risposta: voleva dire che era soddisfatto.

Gianni Agnelli gli aveva chiesto di fargli un fast commuter che filasse almeno 55 nodi sotto la spinta di quattro Vulcano BPM e “Sonny” l’aveva fatto costruire dai cantieri Delta di Fiumicino.
Barca G. Cinquanta fatta costruire da Agnelli

Se la velocità raggiunta nelle prime prove era “enough” voleva dire che i 55 nodi erano stati superati. La carena era sostanzialmente quella già sperimentata su “Surfury” e la spinta dei quattro Vulcano poteva grossomodo esser paragonata con quella dei due Daytona della famosa barca da corsa inglese. “Quanto fila “Surfury” quando aprite tutto?” avevo chiesto ai fratelli Gardner, proprietari di quel leggendario scafo.

“Enough”, mi avevano risposto. “Enough a fare?” avevo insistito. “ Enough to win” era stata la lapidaria risposta. Mai saputa la vera velocità max di quello scafo (fra i 58 e i 60 nodi) che però scaricava tutta la potenza su una sola elica mentre il nuovo “G.Cinquanta” (G50) dell’avvocato Agnelli, di eliche sott’acqua, ne aveva ben quattro e l’effetto penalizzante del drag non sarebbe stato indifferente. “Ho portato anche le macchine fotografiche subacquee”, dissi a “Sonny”. “Oh, bene: di roba là sotto ce n’è davvero molta”, rispose mentre ci sedevamo a tavola davanti ad un ottimo roast beef con patate al forno.

Poi parlammo di barche (ma va?) tutta la sera. Ma anche di caccia grossa… “Sonny” mi raccontò, infatti, anche di una sua “eroica” avventura di quando, ancora ragazzino, viveva in India: “I miei genitori, quella sera, erano usciti per non so quale spettacolo o cena e io ero rimasto nella nostra grande casa sulla collina assieme ad una anziana signora che era stata la mia “tata”. Avevo circa dieci anni ma sparavo piuttosto bene con il mio fucile. “Sonny, Sonny” mi chiamò la “tata” che, per un suo motivo di pronuncia, non riusciva a chiamarmi Renato e aveva quindi adottato quel nomignolo che poi mi è rimasto appiccicato addosso per tutta la vita…”Sonny, Sonny: vieni! C’è un serpente a sonagli in giardino”.

Presi il fucile e guardai fuori dalla finestra: era vero. Un serpente ondeggiava in mezzo all’erba a una dozzina di metri e i suoi occhi mandavano bagliori. Di serpenti, l’India è piena e quindi non era una cosa rara. Presi accuratamente la mira e sparai. Ero certo di averlo colpito ma il serpente sembrò quasi indifferente al mio colpo: si mosse appena un po’ ma poi tornò nella stessa posizione di prima del colpo. Ne sparai un secondo. Niente. Non successe assolutamente niente. Poi un terzo. Niente. Solo al quarto colpo quell’essere velenoso sembrò averne abbastanza: crollò dentro l’erba e non si mosse più. Volevo andare a vedere ma la “tata” me lo impedì: “Lo raccoglieremo domattina con la luce”, mi garantì. La mattina di bonora corsi in giardino ma non trovai nulla. In compenso mia madre mi chiese: “Sonny, perché hai distrutto la mia cintura che ieri mi era caduta nel prato?” e mi mostrò una cinghia di cuoio con una fibbia tutta tempestata di strass…e, anche, tutta piena di buchi.”

G50: Ai comandi Sonny Levi

Quella notte, a Lavinio, sognai una barca che sembrava un serpente a sonagli ma che filava 55 nodi, qualcosa di simile a “Nessie”, il famoso mostro di Lock Ness. Ma invece della tradizionale lunghissima coda aveva quattro eliche!

Arrivammo al cantiere Delta con le prime luci dell’alba: per i miei gusti “Sonny” si svegliava almeno tre ore troppo presto: mai riuscito a capire come riuscisse a smaltire in così poco tempo tutto l’alcool che buttavamo giù… Ma erano altri tempi, quelli.

A Fiumicino, Guido Tuiach (mastro d’ascia che.. averne) e Pierino Gargana (meccanico infallibile) erano già intorno alla gru che reggeva “G. Cinquanta” in tutta la sua magnificenza. Lo styling generale era stato studiato da Pininfarina e si adattava meravigliosamente alle linee pure di quello scafo. E i ragazzi del Delta avevano fatto un lavoro superbo.

Semplicemente perfetto.

“G. Cinquanta” scese docile in acqua e, uno alla volta, i quattro Vulcano BPM iniziarono a ruggire. “Sonny” prese i comandi e uscimmo lentamente dal dedalo portuale facendo lavorare solo le eliche esterne (quelle dei due motori installati più a prua). Poi, una volta in mare aperto, “Sonny” aprì tutto. E la barca volò. Non c’erano contamiglia nel pannello strumenti e i gps erano di là da venire.

Levi ai comandi di G.50 Posto di guida G.50

Le immagini sono tratte dal libro “Milestones” – foto: Fabrizio Ricci

La velocità spannometrica si misurava sulle guance dell’equipaggio, solo però se le facce erano rivolte a prua: avevamo constatato infatti che, oltre i cinquanta nodi, la zona compresa fra lo zigomo e il mento viene spinta verso l’orecchio e i volti si trasformano in maschere. Naturalmente nelle persone un po’ ciccione l’effetto si nota prima ma… quegli individui, così poco graditi a bordo degli scafi veloci, non avevano diritto di voto. Guardavo i volti asciutti di “Sonny” e di Guido e mi sembravano roba da carnevale. Pierino poi… Dovevamo esser un bel po’ oltre i fatidici cinquanta nodi da cui la barca prendeva nome.

C’era però, in quel tratto di mare, anche una base misurata che andava da una torre di avvistamento ad un campanile di non ricordo più quale paese. Era lunga un paio di miglia e il verdetto consacrò 57,7 nodi. “Enough”, disse “Sonny” calmando la belva. E allora io mi buttai in acqua con la mia Nikon os I°. Maledizione: avevo messo una pellicola in bn invece che una a colori (che in quegli anni erano piuttosto costose).

Scattai, in apnea, quasi un rullino a “tutto quel ferro” che c’era sotto quella carena: quattro assi, quattro cavallotti grandi e due piccoli (per gli assi esterni), quattro eliche (di diametro e passo minore le interne rispetto alle esterne), un unico timone centrale e due flaps. Poi chiesi a “Sonny” di avviare lentamente lo scafo in modo da documentare i primi cerchi nell’acqua di quei quattro dischi.

G50 poppa immersa Eliche G50 Particolare propulsioni in immersione G50

Ne uscì un bel servizio. Allora lavoravo per “Mondo sommerso”, le immagini subacquee erano apprezzate e il direttore, l’indimenticabile Sergio Scuderi, mi disse: “Fossero state a colori, ti avrei dato la copertina della rivista…”. “Mannaggia!” pensai a quello che, economicamente, avevo perso. Ma Sergio subito aggiunse: “Però, mica te l’avrei pagata… Ti sei divertito troppo con quella barca, tu…”. Aveva ragione. Era il primo scafo da diporto con il quale il suo armatore poteva precedere al traguardo il vincitore assoluto di una gara offshore. La sua velocità, infatti, era “enough”.

Antonio Soccol - Gianni Agnelli - Sergio-Bertino

Da dx: l’avv. Gianni Agnelli, Sergio Bertino (consigliere personale del comandante J.Y. Cousteau), Antonio Soccol (quello con tanta barba), Giacomo Quarra (di spalle)

 

Alcuni anni dopo raccontai a Gianni Agnelli questa storia: “Allora, forse quella barca avrei dovuto chiamarla G. Enough.”, disse, con impeccabile pronuncia inglese e, come sempre, arrotando le “erre”.

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7 commenti
  1. admin
    admin dice:

    … continua pure a sognare caro Bruno.

    Concordo con Antonio, è inutile dare dei numeri… meglio lasciare fare il lavoro a chi lo sa fare ed è quindi inutile fare ulteriori e improbabili supposizioni, Radice come altri, fanno questo per lavoro e di numeri è con loro che bisogna parlarne.

    Alex

  2. Bruno I.
    Bruno I. dice:

    Carissimo Antonio,

    io ci provo a farti compromettere. Scherzo. Comunque gli assi del Rudy escono a 12° e 28. I motori, gli 8061, erogano 300 cv a 2700 rpm e la riduzione è 1,52.

    Il peso dovrebbe rimanere invariato, i nuovi motori sono più leggeri, ma abbiamo mooolto rinforzato la sala macchine e l’opera viva. Pensavo che le quattro pale che mi consiglia Radice si usavano oltre i 40 piedi. Lo so che il Rudy non ti piace (solo 16° a poppa!! con meno volume a prua rispetto alla Speranzella) però ci terrei a fartela provare una volta restaurata. Dovremmo farcela per giugno, sempre che il raffinato meccanico (al secolo Saverio Gargana, che nei giorni festivi gira in papillon) si dia da fare e già mi prudono le mani!

    Mi aspetto più di 30 di massima e 25 di crociera. Fatemi sognare!!

    Un affettuosissimo saluto.
    Bruno

  3. antonio soccol
    antonio soccol dice:

    Caro Bruno,

    ti ricordo che sono solo un giornalista con un po’ di esperienza personale. Non sono né un progettista nautico né un idrodinamista. Conosco alcune teorie e se salgo su una barca posso dire se va bene o male ma non intendo portar via il lavoro a nessuno.

    Radice è uno dei numeri uno al mondo. Può anche sbagliare, non dico di no ma ha una esperienza eccezionale. Inoltre di che tipo di trasmissione stiamo parlando? Tradizionale? Immagino di sì. Ma oltre ai dati che mi hai elencato, troppi altri ce ne vorrebbero per fare un calcolo dignitoso. Tanto per fare un esempio (ma, ripeto, è solo ed unicamente un esempio):con che inclinazione escono gli assi?

    Comunque, fidati di Radice. Ha una storia che garantisce. Davvero. Vai tranquillo e non sarai deluso.

    Ciao, ciao.
    Antonio

  4. Bruno I.
    Bruno I. dice:

    Carissimo Antonio,

    la storia si ripete. L’ultimo fine settimana ero in cantiere da Sandro Gallinari, sulla coperta di Mezzoretta intento a valutare le dimensioni del passo d’uomo che vorrei installare in sostituzione di quello attuale, da dove non esce nemmeno una anoressica contorsionista. Sai cosa mi ha detto Sandro? Dottò prendiamo le misure di Saverio, se passa lui va bene.

    Metro alla mano siamo andati da Saverio a prendergli le misure. I commenti salaci penso proprio siano una caratteristica di famiglia.

    Quesito al volo. Rudy motorizzato AIFO 2×300. 7 tonnellate, assi da 35 in acciaio 630. Vanno bene due eliche tre pale D10 500×640?

    Radice vorrebbe metterci le 4 pale, ma io non sono convinto. Tu che ne dici?

    Un saluto affettuoso e sempre riconoscente.

    Bruno

  5. Antonio Soccòl
    Antonio Soccòl dice:

    Ciao Bruno,

    innanzitutto grazie per l’attenzione con cui mi leggi. Poi una cortesia: salutami Saverio Gargana: non lo conosco ma ho un bellissimo ricordo di suo padre e dei suoi salaci commenti…. C’è un anedotto divertente che lo riguarda.

    Nei regolamenti offshore degli anni Sessanta e Settanta, le barche cabinate della classe 1 (oltre i 28 piedi) dovevano avere un “passo d’uomo” a prua (come uscita di sicurezza in caso di incendio in cabina… quasi che, durante una gara, l’equipaggio se ne stesse in cabina a farsi gli spaghetti… vabeh!).

    Il regolamento non dava però le dimensioni di questo benedetto “passo d’uomo”. Nella larga maggioranza di quegli scafi si provvedeva con un buco rotondo (per evitare punti di forzatura e stress alla coperta) ma il diametro era una variante continua, da qui rogne e scontri con le differenti giurie delle varie competizioni.

    Levi decise che la dimensione incontestabile era data dalla mole di… Pierino. Se passava lui, nessuna giuria avrebbe potuto discutere sul diametro di quel “buco”! Non era proprio una “prova del nove” quanto la “prova del c…”

    Goditi Anzio, il “luogo dei delitti” e il tuo “Rudy Enough”…Ah, sai? Penso che potresti chiedere ad uno psichiatra come mai ti è venuto in mente quel nome….Io ne conosco uno che abita proprio dalle tue parti…Vuoi il nome? :-)

    Stammi bene, ciao.

    Antonio

  6. Bruno I.
    Bruno I. dice:

    Caro Antonio,

    la foto con Pierino Gargana in canottiera alla sinistra di Sonny Levi è fantastica. Ad Anzio c’è il nipote, Saverio Gargana che ne è praticamente la copia. Credo che la canottiera sia ancora la stessa…

    Se vieni ad Anzio per questa estate te lo faccio conoscere. Saverio a tredici anni fece gli assi di Ultima Dea perché il padre e lo zio non avevano tempo. Mi sta rimotorizzando il Rudy (lo so che non ti piace) con gli 8061 da 300. E se lo chiamassi Rudy Enough?

    Guido Tuiach è un po’ che non lo vedo. L’ultima volta l’ho incontrato da Fazioli che costruiva il piano a scomparsa per il televisore di un Alfamarine. Giorgio, il fratello, lo incontro spesso ad Anzio, sul “luogo del delitto” a Riviera Zanardelli.

    Penso che non solo le barche di qesto blog, anche le persone e i luoghi siano straordinari.

    Un saluto affettuoso, Bruno.

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