O falso pao de aqucar di Franco Harrauer (quarta puntata)

BRASILE – ANGRA DOS REIS – febbraio 1942

Un dimesso individuo con una piccola valigia scese da un rumoroso e traballante autobus che si era fermato in una nuvola di polvere. Il veicolo proveniva da Paratì e sulla strada per Angra si era fermato al portale di legno con la scritta “Fazenda Italia”.

L’uomo con la barba lunga di un paio di giorni si spazzolò un po’ i pantaloni con la mano, si aggiustò il logoro cappello in testa e si avviò, dopo aver salutato l’autista, per la stretta e polverosa stradina verso una casa tra le palme in riva al mare. Si fermò ad una decina di metri dalla casa solamente quando due grossi cani gli sbarrarono minacciosi la strada abbaiando.

– Che vocé procura? – fu la domanda in tono deciso di un uomo che era apparso sotto il portico.

– O senhor Amerigo, por favor

– Soueu, o que deseja? – disse l’uomo richiamando i cani con un fischio.

– Sono un amico di Orfeo – disse in italiano l’uomo della valigia avvicinandosi e tendendo la mano che a quelle       parole fu subito… afferrata e stretta con calore

– Venga dentro, Si accomodi, che notizie può darmi?

– Mi dica, dopo gli ultimi voli della LATI non ho più avuto notizie di Orfeo; é in Italia?

I due uomini si sedettero su due poltroncine di legno sotto la grande veranda in riva al mare

– Posso offrirle qualcosa? Un caffè?

L’uomo disse:

– Signor Santarelli, come vede conosco il suo nome. Le dirò tutto, ma prima mi dica: come sono i rapporti con le autorità locali?

– Da quando il Brasile ha dichiarato guerra all’Italia la polizia è venuta spesso qui, ma non abbiamo avuto mai delle grandi noie. Adesso si fanno vedere ogni tanto. D’altronde se mi mettono in un campo di concentramento l’azienda andrebbe in malora e dovrei mandare a spasso molta gente e poi il Brasile è pieno di italiani, tedeschi e giapponesi e sarebbe più pratico ed economico isolare in un campo di concentramento i brasiliani veri, che mi sembra siano meno, ma mi dica Orfeo..

Rossi con la sua valigetta sulle ginocchia si guardò un po’ intorno e poi a bassa voce disse:

– Vede Santarelli, Orfeo ed i suoi colleghi sono nel campo di concentramento dell’Ilja Grande, proprio qui di fronte. Sono internati assieme ai piloti della Lufthansa da circa quattro mesi e stiamo pensando di farli rientrare in Italia.

– Mi scusi! Cosa significa stiamo pensando? Se le è possibile vuole spiegarsi meglio?

– Il mio nome é Rossi e sono un ufficiale della Marina Italiana, del servizio informazioni militari. Sa Amerigo, quelli delle barbe finte!

Disse con un sorriso.

– La mia copertura era quella di addetto militare presso l’ambasciata Italiana A Rio ed ho conosciuto il comandante Negri proprio in occasione dell’ultimo volo che abbiamo fatto assieme da Roma a Rio.

Quando il Brasile è entrato in guerra ufficialmente, sono andato in Argentina distaccato presso la nostra ambasciata a Buenos Aires. In realtà sono in comunicazione con i miei superiori a Roma ed ho iniziato ad organizzare un’azione prevista da tempo per il recupero degli internati e per il loro rientro in Italia.

Sono in attesa di avere la conferma che un nostro sommergibile possa venire qui per imbarcarli, ma contemporaneamente bisogna informarli ed organizzare la loro fuga ed è per questo che abbiamo bisogno del suo aiuto. E’ probabile che in questa operazione io sia affiancato o sostituito da un altro agente che verrà da Lei un paio di giorni prima dell’arrivo del sommergibile.

E’ necessario, pertanto, stabilire un contatto con Negri.

Amerigo, che aveva ascoltato con attenzione pensò un po’ e poi disse:

– Credo che possiamo usare un mio uomo fidato che ha possibilità di accesso all’isola una volta alla settimana e che porta sempre dalla nostra fattoria verdura e viveri, con la lancia della polizia che parte da Angra.

Che tipo di messaggio vuole che invii?

Rossi ed Amerigo concordarono assieme un testo da inviare a Negri e poi l’ufficiale Italiano guardò il suo orologio e si accinse a congedarsi.

– Devo raggiungere Rio in serata e spero di prendere la prossima corriera per Angra che dovrebbe passare sulla strada tra una mezz’ora. Amerigo, permetta che la chiami così; abbiamo bisogno di Lei… siamo nelle sue mani..

Dopo una vigorosa stretta di mano si allontanò nella stradina assolata. Amerigo rimase assorto ad osservare Rossi che si allontanava, distogliendo lo sguardo quando Donna Lucia gli si accostò per domandargli:

– Chi era quel tipo? Dalla camminata direi che é un militare.. guai in vista?

– No! No! Chiedeva solo informazioni..

Rispose aggiungendo:

– Chiamami Pedro per cortesia.

Sulla cordillera le nubi si erano massicciosamente addensate nascondendone le cime… in serata avrebbe piovuto nuovamente.

NORD ATLANTICO – R. Sommergibile “LEONARDO DA VINCI

Regio Sommergibile “Leonardo Da Vinci”

– Signor Attanasio… Un marinaio lo svegliò scuotendolo con la delicatezza con la quale si scuote un albero per farne cadere i frutti.

– Signor Attanasio, il comandante la desidera tra un quarto d’ora nel suo alloggio.

Francesco si svegliò di colpo e si sedette con una contorsione con le gambe penzoloni della cuccetta. Per lui era diventato ormai un riflesso condizionato il movimento che gli faceva arrestare il movimento della testa ad un centimetro dal fascio di tubi che sovrastava la cuccetta che ormai da più di quindici giorni divideva con i siluristi della camera di lancio di prora del sommergibile oceanico “Leonardo da Vinci”.

– Grazie Esposito, c’é del caffé in quadrato?

– Sempre fresco Signor Attanasio, una tazzulella di caffé non manca mai.. passi in quadrato che ci penso io!

– Mamma mia Esposito puzzi come un caprone!

– Signor Attanasio, con rispetto parlando, qui dopo quindici giorni puzziamo tutti, senza distinzione di grado..

Disse il marò con un significativo ed eloquente sguardo al bisunto maglione che Francesco contorcendosi tentava di infilarsi. Francesco saltò sul pagliolo metallico centrando in pieno con i piedi i suoi stivali.

La vita su un sommergibile faceva perdere il senso del tempo udendo i motori termici in azione e sentendo un lieve beccheggio, capi che era notte ed il battello navigava in superficie .

Attraversò il locale radio e idrofoni ove un telegrafista con La cuffia degli auricolari in testa esplorava le portanti in cerca di qualche segnale e sedette sul minuscolo tavolino del quadrato ove lo attendeva la sospirata tazza di caffè.

Mentre beveva lentamente Francesco pensò agli avvenimenti che nel giro di poco più di un mese lo avevano portato dall’Egeo all’Atlantico. Dopo il colloquio nella misteriosa villetta di Roma, tutto si era svolto con una impressionante rapidità e la sera stessa gli erano stati consegnati i documenti per la destinazione. Poteva partire il mattino successivo con l’aereo militare da trasporto dall’aeroporto dell’Urbe con destinazione Betasom.

Il vecchio trimotore SM 81, requisito alle linee civili dell’Ala littoria aveva impiegato quasi sei ore per raggiungere l’aereoporto di Bordeaux Merignac, con un solo scalo tecnico ad Istres nei pressi di Marsiglia.

Il volo era stato tranquillo sul Tirreno, ma in Francia un esteso fronte temporalesco impose una deviazione che non risparmiò ai passeggeri una noiosa turbolenza fino alla vista dell’Atlantico.

A bordo vi erano alcuni ufficiali di Marina, alcuni tecnici civili ed un paio di marò che dal basco, Francesco riconobbe come sommergibilisti che parlavano con grande orgoglio del loro battello e del loro comandante Fecia di Cossato. A Bordeaux si era presentato a bordo del transatlantico “De Grasse” ancorato sulla Gironda, nave che assieme alla nave “USARMO” era adibita a sede comando e nave Caserma.

BETASOM era la base dei battelli italiani che operavano in Atlantico sul territorio occupato dei tedeschi era stata attivata nel settembre 1940, quale base dell’Undicesimo gruppo sommergibili al comandi dell’Ammiraglio Parona.

Era situata in uno dei bacini del porto di Bordeaux ove i tedeschi stavano costruendo un gigantesco bunker per il ricovero dei battelli. Il bacino era collegato alla Gironda mediante una chiusa per annullare l’effetto delle maree che pure a cinquanta chilometri dalla foce si facevano sentire.

I battelli italiani, che non potevano fare le prove di assetto ed immersione per mancanza di fondali adatti, erano costretti a raggiungere il mare scendendo il corso del fiume in emersione per raggiungere la base tedesca di “La Pallice” sull’Atlantico in prossimità di La Rochelle ove, al riparo dell’isola “De Re”, effettuavano le prime immersioni, gli ultimi rifornimenti e partivano per la crociera.

Era proprio a La Pallice che Francesco fu dirottato in quanto il “Leonardo Da Vinci” era partito per quella destinazione proprio lo stesso giorno del suo arrivo a Bordeaux.

Aveva raggiunto La Pallice il giorno dopo con un interminabile viaggio di oltre quattrocento chilometri a bordo di un camion della Regia.. attraverso la campagna francese. Arrivò alla base tedesca queasi contemporaneamente al “Da Vinci” e si presentò a bordo prima che il battello entrasse in uno dei dieci bacini protetti nell’enorme bunker costruito dalla KriegsMarine per i suoi sommergibili.

Un enorme blocco di cemento delle dimensioni di duecento metri per centosessanta, con un’altezza di venti metri sul livello dei mare.

U. BOOT BUNKER – La Pallice

Francesco ebbe l’impressione di entrare in una enorme caverna dietro la quale si chiuse una grande porta corazzata.

Al sicuro dalle frequenti incursioni aeree americane ed inglesi erano presenti nella base un decina di battelli della “Terza U-Flotille”, protetti dalla tettoia di sette metri di spessore.

Quella notte stessa il bunker fu messo alla prova. Verso mezzanotte l’ululato lugubre delle sirene mise in  allarme la base ed il fuoco della contraerea accolse i quadrimotori inglesi che sganciarono inutilmente bombe del massimo calibro. Francesco che sorvegliava l’imbarco dei siluri e delle ultime vettovaglie, operazione che non subì la minima interruzione, udiva il vibrante suono dei micidiali 88 della Flak, intervallato dai boati delle grandi bombe che cadevano sul tetto del bunker producendo Scosse simili a quelle di un terremoto.

Il “Leonardo da Vinci” partì dalla base della Pallice la sera del 15 settembre 1942 uscendo lentamente dai ricoveri corazzati e si avviò verso la chiusa del grande bacino portuale, mentre ardevano ancora gli incendi dei magazzini e dei pochi edifici ancora in piedi dopo l’incursione della notte.

Nel passare la chiusa un picchetto armato di marinai in grigioverde del battaglione San Marco, rese gli onori alla bandiera del sommergibile e parte del suo equipaggio schierato in coperta.

Fu scortato al largo dell’ Isola di Oleron da uno sperrbreker e da due dragamine della Kriegsmarine sino alla batimetria dei cinquanta metri. Poi, rilevato sulla sinistra il faro di Pointe de Chassiron, che era stato acceso per l’occasione, si immerse nelle acque grigie dell’Atlantico con una rotta per Sud Ovest.

– Attanasio!

– Agli ordini Comandandante!

Dopo il saluto si presentò sull’attenti:

– Signor Attanasio stia comodo, si sieda sulla mia poltroncina.

La cabina del Comandante, anche a bordo di un grande sommergibile oceanico della classe del Leonardo da Vinci era veramente qualcosa che di più piccolo non si poteva immaginare. Una cuccetta incastrata sotto un fascio di tubi con sopra una bussola ripetitrice, un paio di manometri, cronometro ed un barometro, una scaffalatura piena di libri e manuali, un piccolo armadio ed una scrivania. Il tutto in quattro metri quadrati di pagliolo rivestito di linoleum grigio. Sulla scrivania ingombra di carte, una foto incorniciata di una donna dallo sguardo un po’ triste.

L’intimità era salvaguardata da una pesante tenda che divideva il piccolo locale dal resto del battello.

Il Comandante Luigi Longanesi Cattani, in maglione e pantaloni di pelle, sedette sulla cuccetta e volgendosi aprì la piccola cassaforte per estrarne una busta di tela appesantita da lastrine di piombo.

– Questi sono gli ultimi ordini arrivati via radio questa notte

Estrasse dalla busta un fascicolo ed una carta nautica particolareggiata e piegata in quattro. La carta era della zona da Rio de Janeiro e Francesco la riconobbe come quella che aveva visto durante e il colloquio con il Comandante Corsi.

– I nostri obiettivi sono due: dobbiamo recuperare gli equipaggi della LATI e della Lufthansa internati in Brasile. Inoltre dobbiamo forzare il porto di Rio per attaccare il naviglio alla fonda nella baia. In tutti e due i casi, che avverranno a breve distanza di tempo, Lei avrà un ruolo importante e determinante “con l’aiuto di un nostro agente in zona dovrà sbarcare in questa località.

Indicò sulla carta una breve spiaggia ad Est della baia.

– Da qui, con il nostro agente, dovrà recarsi a Niteroj all’interno della baia, di fronte a Rio e rilevare i bersagli navali presenti nella zona portuale. Inoltre sarà suo compito individuare eventuali ostruzioni retali.

Successivamente dovrà recarsi ad Angra dos Reis presso suo zio che é stato già messo al corrente del tentativo e organizzare l’imbarco degli internati italiani e tedeschi sul nostro battello, in questa piccola cala che Lei ben conosce.

Francesco, con il pensiero più rivolto alle bocche dei fucili di un plotone d’esecuzione, che a quanto esponeva il suo Comandante, riconobbe sulla carta la profonda caletta nella quale era approdato con il motoveliero di zio Amerigo.

– Il fondale dovrebbe essere sufficiente e potremo quasi arrivare con la prua ad arenarci per facilitare l’imbarco. Più tardi dia un’occhiata alla tabella delle maree e me le annoti a margine della carta. L’operazione deve avvenire di notte e provvederemo con il nostro agente o con suo zio a comunicarle il giorno e l’ora esatta.

Dopo una breve pausa Longanesi proseguì:

– Il suo nominativo é stato segnalato dal Comando della Decima Flottiglia MAS e personalmente ritengo che sia una segnalazione di tutto rispetto. Vedo che é anche stato proposto per una decorazione per un’azione in Egeo.
Congratulazioni!!

Francesco pensò che era già la seconda volta che gli addolcivano la pillola con la caramellina della decorazione, ma ciò non valse a dissipare il pensiero del plotone brasiliano.

– Come avrà notato l’equipaggio non è al completo perché dovremo imbarcare più di una ventina di persone e sarà un problema finché non riusciremo a trasbordarle su un sommergibile tedesco con il quale fisseremo un appuntamento che ci servirà anche come rifornimento di combustibile.

Pertanto, anche se lei è al suo primo imbarco su un sommergibile, come ha potuto vedere, le ho assegnato i turni in plancia. All’aria aperta si sta meglio!

All’aria aperta si sta meglio un cacchio! Francesco non era esattamente della stessa opinione. Alla latitudine delle Azzorre il Da Vinci si imbatté in una burrasca che per due giorni flagellò il battello durante le navigazioni notturne in superficie necessarie per ricaricare le batterie.

Il guardiamarina Attanasio con passamontagna cappuccio, incerata e stivali si era dovuto legare alle camicie dei periscopi per non essere portato via dalle ondate che investivano la torretta. Era sul punto più alto del battello ed esplorava con un potente binocolo notturno il settore a poppavia, mentre un suo collega era di vedetta per la parte a proravia. Lassù si sentiva il rollio più che in ogni parte del Sommergibile.

Il pericolo maggiore era rappresentato dagli aerei americani antisommergibile, i “Liberators” o da quelli inglesi, i grossi idrovolanti “Sunderland ” che dalle loro basi delle Azzorre coprivano settori di pattugliamento sino quasi all’Equatore.

Una speciale antenna passiva rivelava se il sommergibile era sotto ricerca radar, ma l’allarme era quasi sempre tardivo: pochi minuti dopo l’allarme, se non si faceva in tempo ad immergersi il battello era investito all’improvviso da un potente faro istallato sull’aereo che sbucava basso sotto le nubi come un fantasma, mentre una valanga di fuoco di cannoncini e mitragliatrici precedeva di poco il sibilo delle bombe.

Ma con quella tempesta, forse anche per gli aerei la vita era dura e Francesco fradicio di acqua di mare, nonostante il pesante abbigliamento, aspettava con ansia di scendere nell’aria viziata del battello sotto di lui. Ma all’altezza dell’Equatore le calme equatoriali diedero un po’ di tregua durante le navigazioni notturne in superficie.

Il 20 dicembre il “Leonardo da Vinci” festeggiò per la terza volta il passaggio dell’Equatore e pochi marinai ricevettero il tradizionale battesimo; l’equipaggio era composto da veterani e anche Francesco fu esonerato dalla cerimonia perché l’Equatore lo aveva passato da allievo sulla nave scuola “Colombo” quattro anni prima.

Pochi giorni dopo Francesco vide il “Pico” di Fernando de Noronha attraverso il reticolo del periscopio e durante la notte successiva , un piroscafo neutrale, un portoghese vistosamente illuminato che passò di controbordo a meno di mezzo miglio di distanza dal Da Vinci, che navigava in emersione. Sembrava un albero di Natale e Francesco di ricordò che quella notte era proprio la notte di Natale, il terzo Natale di guerra lontano da casa.

Il 25 dicembre, il “Da Vinci” lo trascorse in immersione a lento moto diretto sempre verso Sud, ma a bordo vi fu un pranzo speciale con l’inevitabile scambio di piccoli regali. Francesco ebbe in dono un pacchetto di sigarette “Africa”, le pregiate AOI. Lui non funava, ma le gradì ugualmente e più tardi le scambiò con un vecchio album di GordonFlash.

Il cabotaggio lungo la costa brasiliana non era rilevante: qualche vecchia carretta che risaliva la costa, “trainere” che tiravano faticosamente le loro reti e le fragili “jancadas”, zattere di balsa che si spingevano fuori vista della costa per pescare.

Comunque, il Comandante Longanesi aveva ordine di non rilevare la presenza del suo battello in zona prima delle azioni di recupero degli italiani e dei tedeschi, del loro trasferimento su un U Boot, presumibilmente un “rifornitore” e non prima del forzamento del porto di Rio de Janeiro.

La notte di Capodanno il sommergibile italiano emerse ad un miglio ad est dell’Isola Redonda, il cui faro acceso ingicava verso Nord l’imbocco della baia di Rio distante non più di quattro miglia. Il battello si stabilizzò in affioramento, cioè con la sola torretta emergente.

– Attanasio, andiamo su a dare un’occhiata al Suo e nostro obiettivo

Disse Longanesi, mentre il Secondo si arrampicava sulla scaletta verticale per aprire il portello della plancia; come sempre la differenza di pressione tra l’interno e l’esterno dello scafo si fece sentire sui timpani e un po’ d’acqua cadde giù investendo, dopo il Secondo, anche il Comandante ed il guardiamarina Attanasio. Una leggera brezza portava verso il mare l’odore intenso e caldo della terra.

In plancia salirono anche due vedette che si sistemarono accanto alle camicie dei periscopi. Longanesi e Francesco muniti di due potenti binocoli notturni cominciarono ed esplorare la costa. Alla loro sinistra il faro dell’Isola Redonda occhieggiava per 360 gradi con il suo periodico e potente raggio che passava alto sulla torretta del sommergibile senza illuminarla. La mole del Pan di Zucchero si stagliava nera contro l’alone luminoso della città retrostante e alla sua sinistra il quartiere di Copacabana riduceva in tutto lo splendore delle sue multicolori luci che si specchiavano nel mare tranquillo.

– Attanasio a ore 12 vede i fanali verde e rosso della bocca di ingresso? A destra, appena sotto il pan di Zucchero! In mezzo c’é uno scoglio fortificato, l’isolotto di Laje, probabilmente con un posto di guardia. Noi entrando lo lasceremo a dritta.

Li i fondali sono più favorevoli e la corrente di marea in entrata ed uscita é sempre molto forte e probabilmente impedisce l’istallazione di una rete di sbarramento.

– Comandante, il fanale rosso si é oscurato per un momento, come se ci fosse passato davanti qualcosa..

– Si, é una piccola nave con rotta normale alla nostra.

– Si ha ragione, é un vecchio cacciatorpediniere che fa la guardia davanti all’imboccatura della baia. Prendiamo i tempi di pendolamento. Guardi a ore tre, vede la sagoma oscura di un’isola?

– Si ,Comandante è l’isola Do Pai dietro la quale dovrò sbarcare, credo che sia anche il limite Est del pendolamento. Accidenti come fuma il guardiano!

Nel silenzio, sopra il mormorio del mare che frangeva lieve contro la torretta, ogni tanto giungeva l’eco di una musica lontana. Improvvisamente un razzo rosso salì veloce nel cielo della città.

– Comandante li abbiamo messi in allarme?

– No Attanasio, è mezzanotte!

Disse ridendo Longanesi

– Siamo già nel 1943.

Una cortina di luci multicolori che si apriva in fiori luminosi salì dalla spiaggia di Copacabana verso il cielo.

– I brasiliani festeggiano con i fuochi d’artificio il Capodanno. Prepariamoci all’immersione e andiamo a brindare in pace anche noi. Il cambusiere deve aver nascosto una decina di panettoni ed è ora che li tiri fuori. A Bordeaux per lo champagne ci ho pensato io!

Il mare era illuminato quasi a giorno e mentre giungevano echi di colpi ed esplosioni il sommergibile “Leonardo da Vinci” si immerse silenziosamente nelle acque oscure.

(fine quarta puntata)

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