Barche o minigonne? La Barca non è un’auto – 29a puntata

di Antonio Soccol

Lo so: lo avete subito notato e magari (chissàmai?) anche con un po’ di piacere. Dalle ultime sfilate di moda (femminile) che si sono tenute a Milano, Parigi, Londra eccetera è apparsa chiara una tendenza: torna la minigonna. Di certo ne conoscete la storia. Io, scusate ma trovo inutile inventare l’acqua calda, e, banalmente, la copio-incollo da Wikipendia che scrive: “Mary Quant nasce a Blackheath, in un sobborgo di Londra, da due professori della London University, che per lei sognavano un tranquillo futuro d’insegnante. Mary Quant studia alla Goldsmiths College prima di diventare stilista. A sedici anni però, decide di andarsene di casa per vivere la “bohème” a Londra. Qui conosce Alexander Plunket Green, appartenente ad una nobile famiglia inglese e nipote di Bertrand Russell, anch’egli smanioso di libertà e di stravaganze. I due iniziano un divertente ménage: mangiano quando hanno soldi, viaggiano come possono, si vestono come passa loro per la testa.

Mary ha una predilezione per le gonne corte e gli stivaletti, Alexander si adatta i pigiama di sua madre. I due fanno amicizia con un ex avvocato diventato fotografo, Archie Mc Nair, e quando Alexander per il suo ventunesimo compleanno eredita dei soldi, decidono, con l’aiuto di Mc Nair, di comperare una casa. Nello scantinato aprono un ristorante e, al primo piano, la boutique Bazaar (1955). La boutique è situata sulla Kings Road a Londra, e tra i giovani ha un successo immediato: finalmente hanno trovato qualcuno che la pensa come loro, che vive come loro e che capisce perfettamente quello che può piacere a loro. I giovani del paese più conformista d’Europa sono i primi a sentire la necessità di cambiamenti che, per spezzare la tradizione ed imporsi all’attenzione, devono essere necessariamente estremi.

La frattura con il vecchio mondo è rappresentata dai capelli lunghi per i ragazzi, dalla musica dei Beatles per ragazzi e ragazze, dalle gonne corte per le ragazze. I londinesi dapprima ridono della boutique di Mary e del folcloristico gruppo di giovani che la frequenta, ma poi la curiosità attira gente del mondo del cinema, del teatro, dell’arte. Arrivano i soldi e Mary, che nel frattempo si è sposata con Alexander, apre- sempre a Londra- un altro negozio nell’aristocratica Brompton Road a Knightsbridge. Icona della Swinging London, Mary sarà anche brillante imprenditrice: fonda nel 1963 il “Ginger Group” per esportare i suoi prodotti negli USA, lancerà una linea di cosmetici nel 1966 e una collezione di calzature nel 1967. Nel 1966, riceve dalle mani della Regina Elisabetta, l’onorificenza di Cavaliere della Corona Britannica, che l’anno prima era stato dato ai suoi idoli: i Beatles. Lo scrittore Bernard Levin la definirà “High Priestess of Sixties fashion“, l’alta sacerdotessa della moda degli anni sessanta.”

Andavo abbastanza di frequente a Londra i quei primi anni Sessanta e le minigonne imperavano e facevano girar la testa (in tutti i sensi) a noi italiani. Poi il fenomeno è diventato mondiale. E, adesso, ogni tanto ritorna. Ma non più per far rivoluzione o per far girar la testa ai giovani (dopo i nudi cui ci ha abituato la tv…neppure un non vedente si esalterebbe) quanto per esigenze di mercato: la stoffa costa e meno se ne impiega meglio è, visto che il prezzo del prodotto in negozio cambia di molto molto poco fra una mini e un gonnellone da suora. In estrema sintesi: si fanno due minigonne con il materiale con cui si realizza un indumento femminile che copra dalla cintura alle caviglie (peggio ancora se a pieghe).

Adesso vi racconto un’altra storia che viene sempre dalla moda. Vi ricordate di Gabrielle Bonheur Chanel, da tutti conosciuta semplicemente come Coco (Chanel). “E’ stata”- scrive il solito Wikipendia- “una celebre stilista francese, capace con la sua opera di rivoluzionare il concetto di femminilità e di imporsi come figura fondamentale del fashion design e della cultura popolare del secolo scorso. Ebbe vita travagliata e nel 1939 fu costretta a chiudere la sua “maison”. Quando venne informata che le vendite del suo profumo calavano drasticamente (nonostante le dichiarazioni di Marilyn Monroe che confessava di “andare a letto vestita solo di due gocce di Chanel n°5”) Coco – ormai settantenne – decise di rimettersi in gioco, presentando il 5 febbraio 1954, in Rue Cambon 31, una nuova collezione improntata palesemente sullo stile degli anni venti. La stampa la demolì, definendo la sue creazioni un clamoroso fiasco: in realtà, i cronisti di moda non capirono di aver visto il futuro, scambiandolo per il passato.”

Di recente, la tv ha mandato in onda una fiction basata sulla vita di questa donna straordinaria e ha messo in evidenza un dettaglio per lei di fondamentale importanza: non è il valore né, tantomeno, il costo della stoffa a fare bello un abito, ma la sua linea. Coco Chanel ha, infatti, lanciato l’uso in sartoria di un tessuto come il jersey che di sicuro non costa come la seta o il cachemire… Coco amava due espressioni: “Se sei nato senz’ali, non fare nulla per impedire loro di crescere”. E inoltre sosteneva che “la moda passa, ma lo stile resta”.

OK, tutto questo sembra non aver nulla a che fare con le barche. E invece c’entra molto, moltissimo. Dai, non fatemi così stupido….Grazie. E vi dimostro che non sto parlando di cose che non c’entrano. Anzi.

Ho scritto nella precedente puntata su queste pagine che sono le necessità ad aguzzare l’ingegno. Mi sono scordato di dire, ma mi sembrava ovvio, che l’ingegno non è materia molto comune né che si possa comprare al supermarket.

Qualcuno è venuto a dirmi: “Tranquillo, i cantieri si stanno salvando. E’ vero: il mercato non chiede più mega yacht da 40 metri in avanti ma i clienti quelli che un tempo li ordinavano, oggi si stanno tutti orientando su commesse per barche da 20 metri.” Non risulta. E non ha neppure senso. Le rivoluzioni si possono sì, fare accorciando una gonna (ma nel frattempo conviene inventare i collant e la pillola anticoncezionale…) oppure utilizzando con classe un tessuto non costoso ma ci vuole ben altro in campo nautico perché la possibilità di andare per mare sia ancora un sogno realizzabile. Ci vuole ricerca, ci vuole studio, ci vuole applicazione, ci vuole volontà. E ci vuole della genialità. Molta.

Nel fascicolo di marzo di Barche, a pagina 62, è stato pubblicato un articolo: “120 giorni sotto al sole”. Parlava di un “catamarano futurista” tutto ricoperto di pannelli solari che in quattro mesi avrebbe fatto il giro del mondo con emissioni zero. Sì, ma stando sempre vicino all’equatore. La potenza degli attuali pannelli solari non permette a quella barca di navigare in Mediterraneo, men che meno nei mari del Nord. Però la ricerca è interessante e forse sarà utile. Infatti il sommario stesso di quel “pezzo” era molto prudente: parlava di “un piccolo passo avanti”.

A Genova stanno cercando di fare ricerca avanzata sull’idrogeno. Va bene. Ma sarà buono solo quando sarà verde vale a dire prodotto da fonti rinnovabili e saranno risolti i problemi inerenti la sua conservazione a bassa pressione e temperatura ambiente, fissato su idruri metallici…Una strada ancora in salita.

Dal Brasile mi suggeriscono: “Perché non usare il comunissimo GPL come già si fa su molte automobili?” L’idea di avere dei bomboloni giganti di GPL a bordo di una barca non mi diverte affatto ma, dato e non concesso che la sicurezza possa esser garantita, rimane il fatto che il GPL è pur sempre un carburante fossile e quindi non risolve i problemi di eco-compatibilità. Vero che costa un po’ meno del petrolio e che a Milano dicono “putost che nient, le mej putost”, però non è “la soluzione”.

Qualcuno mi scrive, pregando di pubblicare, che ha inventato una carena che garantisce una efficienza del 35% in più rispetto alla migliore di quelle in circolazione. Ci sarebbe anche una barca in costruzione da qualche parte in Adriatico che ne dimostrerà la validità. I dettagli sono, mi scrive l’inventore, alla url di un sito che però “è in lavorazione, sorry”. Bah… Tutto è possibile, ma il 35% è un bel balzo in avanti… Non vi sembra un po’ esagerato?

Il Ministero degli Esteri (quello di Frattini, per capirci), alla presenza del Ministro dello Sviluppo Economico (Scajola), e dei Beni e delle Attività Culturali (Bondi), ha indetto a Roma, a Palazzo Madama, una conferenza stampa per annunciare e presentare la “Collezione Farnesina Design” che verrà coordinata da un Comitato scientifico presieduto dal Senatore Sergio Pininfarina il quale ha già messo a punto un progetto che identifica 15 categorie nelle quali possono essere ricondotte tutte le numerose espressioni del design moderno.

La Collezione Farnesina Design quindi accoglierà, copio e incollo dal comunicato ufficiale, “i prodotti più rilevanti dal design per l’abitare a quello dell’ambiente; dal design per la mobilità al design per il lavoro ed i servizi; dal design degli interni al design degli allestimenti; dal design del web al visual design; dal design della luce al quello del colore passando per il grafic design, le eccellenze di questi settori saranno declinate da oggetti o documenti acquisiti in comodato d’uso e selezionati dal Comitato Scientifico con il supporto di privati, fondazioni, musei specializzati. Sarà così messa in evidenza al mondo la creatività artistica italiana applicata alla produzione industriale, ribadendo il proprio valore aggiunto, creando così uno stretto legame tra la cultura ed il mondo dell’industria e dell’artigianato d’eccellenza. La Collezione Farnesina Design sarà allestita presso il Ministero degli Affari Esteri che diverrà un vero e proprio “Museo Verticale” sviluppato sui sette piani del palazzo.”

I tre ministeri vogliono, insomma, promuovere il design italiano attraverso una operazione economico -culturale che sarà itinerante. Stupendo. La Collezione sarà ospitata presso i vari ministeri ma anche presso ambasciate in Italia ed all’estero. L’evento romano ha ospitato come relatori oltre ai ministri Frattini, Scajola e Bondi anche il prof. Philipe Daverio, il cav. Antonio Cerruti, il cav. Adolfo Guzzini e il dott. Italo Bosa. Tra gli ospiti erano presenti anche molti architetti e soprattutto giornalisti di telegiornali. Alla fine dei discorsi è stata data la parola a chi aveva domande e tra questi anche al direttore di una rivista del nostro settore che ha chiesto come mai la nautica non fosse stata presa in considerazione.

Il ministro Scajola si è affrettato a rispondere che sarà rappresentato tutto il design italiano. Già. Peccato che della nautica se ne fossero proprio dimenticati. Completamente: basta leggere il loro comunicato. Eppure nel design mondiale, la nautica rappresenta una “fetta” non indifferente. Forse, come si suol dire, non se ne deve parlare perché non è bello mangiar le caramelle davanti ai bambini… e quindi ancora meno parlar di barche con il 500 per cento di aumento di persone in cassa integrazione. Comprensibile ma, altresì, opinabile.

In sintesi: chi andrà per mare nel futuro dovrà sentirsi a disagio, una sorta di …diciamolo in inglese che suona meno volgare, “son of bitch”? Oppure potrà pensare che la sua caravella ha, in quota parte, contribuito a salvare dalla disoccupazione operatori di un settore che portava una gran bella fetta di PIL? Basta saperlo. Perché ai politici oggi parlare di nautica fa venire l’orticaria. E questo non mi pare giusto. Vero che, per una mostra itinerante, non è mica facile spostare delle barche: più comodo traslocare una Lambretta Innocenti, una Isetta, una moto Ducati 1198, una Vespa Piaggio del 1956 ed un Ferrari 430 Scuderia, e magari anche una carrellata di oggetti di varie epoche…come si vedeva in occasione della citata conferenza stampa.

Morale: si sono inventati un gran bello spot del politichese.

E pensare che all’Expo di Osaka (Giappone, 1970), il design italiano era rappresentato dal modellino in scala 1:20 dello sportfisherman “Tiger Shark”, costruito in alluminio dalla Sai Ambrosini di Passignano sul Trasimeno e progettato dal mio amico Franco Harrauer… E non ditemi che si stava meglio quando si stava peggio perché magari vi credo.

Personalmente ho un cruccio: mi spiace che a capo di questo Comitato scientifico ci sia uno straordinario personaggio come Sergio Pininfarina che di barche ne ha carrozzate molte. Ma si sa: la barca non è mica un’automobile.

Articolo apparso sul fascicolo di maggio 2009 del mensile Barche e qui riprodotto per g.c. dell’autore. – Tutti i diritti riservati. Note Legali

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3 commenti
  1. Alessandro
    Alessandro dice:

    Gentile Antonio,
    mi pemetto anche io di lasciare un saluto affettuoso. Mi ha fatto un gran piacere rivederla all’interno del bar in San Babila a Milano. Mi sarebbe piaciuto stare a parlare con lei per ore…
    Non posso nascondere (non saprei come fare…) che per lei provo profonda stima e affetto e la ritengo una persona eccezionale. Una delle persone più interessanti e importanti che mi è capitato di incontrare nella vita.
    E non solo per la “passione isolana” che ci unisce.
    un abbraccio,
    Alessandro

  2. antonio soccol
    antonio soccol dice:

    Ciao Riccardo,

    Ehi!, che bello ritrovarti dopo 40 anni! Già: la “famosa quarta B del Benedetti” ma anche il nostro primo giornale studentesco, “L’Ombra” (mai capito perché lo avessimo chiamato così, però quel nome piaceva), stampato con il ciclostile a inchiostro del papà di Michele Dinamitardo Liberatore Spina…

    Ti scrivo direttamente: non è corretto ammorbare i lettori con le nostre nostalgie di gioventù.

    Ciao,
    Antonio

  3. Riccardo Spagna
    Riccardo Spagna dice:

    Oggi navigando distrattamente per siti di barche ho incontrato il tuo nome, e… butto giu’ questa mail.
    Non e’ un commento all’articolo…
    Chissa’ se un nome che spunta fuori dal lontano passato ti dice qualcosa. A me ha fatto battere forte il cuore!
    ” la famosa quarta b del Liceo Scientifico G.B. Benedetti di Venezia, la prima classe scolastica italiana ad esser stata tutta promossa a giugno con la media del 7 (sette)”
    Anni fine ’50….Quanto tempo fa!
    Un abbraccio
    Riccardo

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